Giovani del 2000

Giovani del 2000

Informazione per i giovani del III millennio

ANNO XXIII numero III (82) settembre 2021

Direttore
Alessandra Delle Fave
Vice Direttore
Maurizio Martini
Capo Redattore
Mario Lorenzini
Redattori
Massimiliano Matteoni
Luigi Palmieri
Giuseppe Lurgio
Sito web
Mario Lorenzini
sede
via Leonardo Fibonacci 5, 50131
Firenze (FI)
Telefono e fax 055 580523
E-Mail redazione@gio2000.it
Sito internet www.gio2000.it
Tipologia: periodico trimestrale
Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Firenze al n. 4197 del 26.06.2000

Gli articoli contenuti nel periodico non rappresentano il pensiero ufficiale della redazione, ma esclusivamente quello del singolo articolista.

Rubriche


In questo numero:

Editoriale
Le verità alternative. Tra occulto, elusivo, inattendibile di Mario Lorenzini
Cucina
A tutta birra! di Giuseppe Lurgio
Cultura
Prime leggi a difesa del patrimonio artistico-culturale italico (Regno delle Due Sicilie, 1755) di Stefano Pellicanò
La comunità di S. Leucio (1778- 1860) del Regno delle Due Sicilie di Stefano Pellicanò
Costituzione siciliana emanata da Ferdinando IV di Borbone nel 1812: prima nella Penisola e quella del 1848 di Stefano Pellicanò
Perchè parliamo da soli? di gruppo Sublimen
Ricordare i sogni: perché non ci riusciamo? di gruppo Sublimen
La strage ferroviaria del 3 marzo 1944: la censura, il dolore della memoria e il ricordo dopo l’oblio di Stefano Pellicanò
Filosofia
Dei falsi redentori DI Sergio Buarque de Holanda (introduzione di Alessio Begliomini)
Gerard Croiset di Franco Giovi
Soglia d’Armonia: il pensiero nell’arte di Sigfrido Bartolini e un suo racconto esemplare di Alessio Begliomini
Informatica
OrCAM MyEye 2.0 di Mario Lorenzini
Facebook: il più asociale dei social di Mario Lorenzini
Medicina
Quinoa: la felicità di arrivare a settembre in forma! di Anadela Serra Visconti
Labbra in primo piano di Anadela Serra Visconti
Novità in Sanità Pubblica: X, XI e XII parte di Stefano Pellicanò
Novità in Medicina: XXI parte di Stefano Pellicanò
Novità in Farmacopea: XXI parte di Stefano Pellicanò
Racconti e poesie
Attimi di Antonella Iacoponi
Un violino per la psiche di Patrizia Carlotti
Sera infinita di Patrizia Bolumetti
Leonzia di Giuseppe Furci
Riflessioni e critiche
Noi siamo quelli che... di Mariateresa Montanaro
RFI e disabili: abbandonati e ignorati di Mario Lorenzini
Il pedagogista oggi, figura cestinata di Francesca Macca
Le cucine di Mondo convenienza di Mario Lorenzini
Grafene e vaccini di Loreto Giovannone
Tempo libero
Intervista a Enzo Cianci di Giuseppe Lurgio
Per sorridere un po di Giuseppe Lurgio
Libri
Stella polare di Mario Lorenzini
Edelweiss: lettere dal campo di concentramento di Fenestrelle (Ritorno a Ciriè) di Stefano Pellicanò

Editoriale

Le verità alternative. Tra occulto, elusivo, inattendibile

di Mario Lorenzini

Uno sguardo intorno a noi e capiamo. Fa parte di noi. La nostra intelligenza, la nostra cultura, ci aiutano a capire quello che succede vicino e lontano dai luoghi che frequentiamo abitualmente. Siamo ancora in emergenza? Teoricamente sì, fattualmente sì. Ancora non ci siamo liberati del Covid-19. Le ripercussioni sulla vita di tutti i giorni hanno toccato di certo, in primis, la sfera sanitaria. Ma sappiamo ormai che, in modo collaterale, la nostra vita è cambiata. Siamo stati isolati, racchiusi in una bolla asettica di teorie, paure e ipocrisia. Ciò ci ha, immancabilmente, cambiati; indeboliti o rafforzati, in preda comportamenti indotti, raccomandati, o che noi stessi, per adeguarci alla situazione, abbiamo assunto. Ma la comprensione del problema deve essere aiutata da informazione. Mirata, che copra gli argomenti del caso, ma non ossessiva, di parte o falsata. Purtroppo, questi punti non sono stati rispettati. E non dico in malafede. Ciascun giornalista, della carta stampata o delle TV o media digitali, ha cercato di dare il proprio contributo. Quindi: 1) C’è stato un eccesso di notizie. 2) Le comunicazioni sono state talvolta discordanti o fuorvianti 3) Qualcuno non ha dimostrato completa imparzialità La pluralità delle fonti ha portato a una mole di informazioni che spesso si sono trasformate in disinformazione. Troppi dati da assumere in un tempo ristretto. I cosiddetti esperti hanno permutato varie volte le loro affermazioni. Le correnti politiche e quelle economiche per concludere, ci hanno messo del loro. Il risultato è stato un forte disorientamento, accompagnato da insofferenza. Ora la gente si divide in due: chi non sa che pesci prendere, o chi si fida ciecamente dei virologi e politici di grido (dal punto di vista della fama guadagnata con assidua presenza nei talk-show e tg più noti. Eh, sì, perché poi, gli argomenti del momento, che campeggiano sulle emittenti più famose, sono sempre quelli: vaccini e relativo green pass. Poi c’è il contorno (peccato un po’ sfumato) delle Olimpiadi, della guerra in Afghanistan o gli sbarchi dei migranti. Segue il dramma del morto ammazzato da un maniaco, della famiglia indigente o del bullismo su disabili e lgbt. Ma se vogliamo sapere qualcosa di più tangibile, attinente al nostro territorio, dobbiamo rivolgerci a notiziari di piccole o medie realtà locali. Lì troviamo forse un pizzico di improvvisazione dovuta alla minor disponibilità di mezzi tecnici e risorse economiche. Forse anche vesti grafiche più sempliciotte con impostazioni “caserecce”. Ma questo non significa necessariamente mancanza di professionalità e, non trascurabile, veridicità di quanto ci viene riportato.


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Cucina

A tutta birra!

di Giuseppe Lurgio

Non si direbbe eppure la birra è una bevanda tra le più antiche conosciute e prodotte dall’uomo. Proprio in Mesopotamia sembra sia nata la professione del birraio e testimonianze riportano che parte della retribuzione dei lavoratori veniva corrisposta in birra. La più antica legge che regolamenta la produzione e la vendita di birra è il Codice di Hammurabi (1728 - 1686 a.C.) che condannava a morte chi non rispettava i criteri di fabbricazione indicati. la birra è citata anche nell’epopea di Gilgamesh, la più antica opera letteraria conosciuta. Nella cultura mesopotamica la birra aveva anche un significato religioso: veniva bevuta durante i funerali per celebrare il defunto ed offerta alle divinità per propiziarsele. La birra aveva analoga importanza nell’ Antico Egitto, dove la popolazione la beveva fin dall’infanzia, considerandola anche un alimento ed una medicina. Addirittura, una birra a bassa gradazione o diluita con acqua e miele veniva somministrata ai neonati quando le madri non avevano latte. Si parla di birra anche nella Bibbia e negli altri libri sacri del popolo ebraico come il Talmud; nel Deuteronomio si racconta che durante la festa degli Azzimi si mangiava per sette giorni il pane senza lievito e si beveva birra. La diffusione della bevanda in Europa fu invece dovuta alle tribù Germaniche e Celtiche. Questi ultimi in particolare si stanziarono in Gallia, in Britannia e soprattutto in Irlanda, dove addirittura esiste una leggenda secondo cui gli irlandesi discendono da un popolo di semidei chiamati Fomoriani che avevano la potenza e l’immortalità grazie al segreto della fabbricazione della birra, che fu loro sottratto dall’eroe di Mag Mell Per molti secoli la ricetta rimase quasi inalterata: gli ingredienti principali erano malto (cioè orzo germinato), acqua e lievito. E talvolta si aggiungevano "correttivi" (timo, rosmarino, spezie, bacche e cortecce) per migliorare il sapore ed aumentare la durata di conservazione. Nel Medioevo, poi, i monaci perfezionarono il metodo di fabbricazione ed introdussero un’importante novità: il luppolo, che conferiva un inconfondibile aroma amarognolo. Il luppolo è ancora oggi l’additivo principale usato per compensare la dolcezza del malto. Ora vediamo alcuni dettagli di come si ottiene la birra ancora oggi. viene prodotta attraverso la fermentazione alcolica (con ceppi di lievito di Saccharomyces cerevisiae o Saccharomyces carlsbergensis) di zuccheri derivanti da fonti amidacee, la più usata delle quali è il malto d’ orzo, ovvero l’ orzo germinato ed essiccato, chiamato spesso semplicemente malto e acqua. La produzione di birra è possibile con qualunque tipo di cereale. Questo però deve essere preparato affinché i suoi zuccheri diventino fermentescibili. In alcuni casi è sufficiente una semplice cottura, come nel caso del mais, mentre in altri casi è necessario "maltare" il cereale. Il malto non è altro che un cereale germinato, in particolare l’orzo. Infatti, gli zuccheri contenuti nei chicchi d’orzo non sono immediatamente accessibili. È quindi necessario attivare un enzima presente nel chicco stesso. Questo enzima parteciperà alla riduzione delle lunghe catene di zuccheri. L’attivazione dell’enzima consiste semplicemente nel far germinare i chicchi. Quando si ritiene che l’attivazione enzimatica della germinazione sia arrivata allo stato ottimale, si interrompe il processo, riducendo l’umidità nei chicchi fino al suo valore minimo mediante l’essiccazione. Questo prodotto viene chiamato "malto verde". A questo punto bisogna cuocerlo per ottenere il "malto secco". A basse temperature si ottiene il minimo effetto di tostatura e si parla di "malti chiari". In proporzione a quanto si aumenta la temperatura del forno e/o il tempo di permanenza in esso, il malto risultante diventa più scuro. Si può arrivare fino al punto di bruciarlo producendo così i “malti neri” o "malti torrefatti". Il grado di tostatura del malto determina il colore della birra. Una cosa che pochi ricordano e quella che la diffusione della birra sia infatti associata a quella del pane; poiché le materie prime erano le stesse per entrambi i prodotti e anche il periodo era uguale, era solo "questione di proporzioni": se si metteva più farina che acqua e si lasciava fermentare si otteneva il pane; se invece si invertivano le quantità mettendo più acqua che farina, dopo la fermentazione si otteneva la birra. Comunque, per migliaia di anni pane e birra hanno accompagnato la vita dell’uomo. Fino a tutto l’Ottocento, comunque, la birra si produceva a temperatura ambiente (tra 15 e 20 gradi centigradi), attraverso la cosiddetta "fermentazione alta", così chiamata perché alla fine del processo i residui venivano a galla. Era una fase delicata, durante la quale bisognava evitare che l’ambiente venisse inquinato da lieviti selvatici. Per questo motivo, a quei tempi, produrre birra d’estate era pressoché impossibile. Nell’Ottocento, però, iniziarono gli studi sui lieviti e ne fu isolato uno (Saccharomyces carlsbergensis) attivo anche a bassa temperatura, quando tutti gli altri presenti nell’ambiente sono inattivi: nacque così la cosiddetta fermentazione "bassa" (in questo caso, i depositi precipitavano sul fondo), con cui viene prodotta la birra di tipo "lager". A questa innovazione, si aggiunse in un secondo momento il processo di “pastorizzazione”, in grado di distruggere i batteri responsabili del decadimento della bevanda, allungando così il tempo di conservazione. La prima fabbrica di birra italiana fu fondata nel 1789, a Nizza (allora piemontese) da Giovanni Baldassarre Ketter. Cento anni dopo, le fabbriche italiane erano 140, fra cui Birra Peroni Industriale, fondata a Vigevano nel 1846 da Francesco Peroni e poi trasferita a Roma, e Moretti, di Udine (1859). Nel primo dopoguerra, si consolidarono nomi che divennero altrettanto famosi: Wuhrer, a Brescia, Dreher, a Trieste, Poretti, a Induno Olona, Wunster, a Bergamo, Forst, a Merano. Il consumo di birra, che conobbe qualche battuta d’arresto fra i due conflitti mondiali, soprattutto a causa dei dazi sulla vendita, tornò ad aumentare dopo il 1945. Oggi in Italia il consumo si attesta in media intorno ai 35/40 litri annui a persona. Ora vedremo quanti tipi, o meglio "stili" di birra esistono? Innanzitutto, va fatta una distinzione tra fermentazione alta, che conferisce sapore pieno e corposo, e fermentazione bassa, che fornisce una birra più limpida e leggera. La fermentazione bassa è più diffusa, ma la fermentazione alta vanta una maggiore varietà. Tra le birre più diffuse ci sono le lager. Sono birre a fermentazione bassa, di colore giallo oro e sapore moderatamente amaro. Il nome, in tedesco, indica i magazzini dove la birra viene messa a maturare. Fanno parte di questa categoria anche le pilsner, che sono più leggere ed aromatiche. La birra nazionale irlandese, invece, è la stout, che viene prodotta con il metodo della fermentazione alta ed utilizzando orzo torrefatto. E’ scurissima, poco alcolica, con schiuma densa e cremosa. La stout è prodotta anche in altri Paesi. Come la Russian Stout... che, tra l’altro, originariamente veniva prodotta a Londra per essere poi esportata a San Pietroburgo. Anche gli inglesi hanno una loro birra tradizionale, che si chiama ale: è una bevanda a fermentazione alta, con poco alcool e poca schiuma. Ne esistono di diversi tipi: bitter ale, brown ale, alpe ale, scotch ale e la real ale. A Londra, comunque, si trova anche la porter: scura, secca e fruttata, è ottima da abbinare a crostacei e frutti di mare. In Belgio ed in Francia, invece, si produce la lambic, una birra a fermentazione spontanea: si lascia il mosto all’aria aperta, in modo che possa assorbire il lievito selvatico presente nell’aria. Può essere poi invecchiata in botti che in precedenza contenevano Bordeaux o Porto. Prima dell’introduzione della pastorizzazione, era l’unica birra che si potesse conservare per mesi. Ed in Belgio ci sono pure le birre trappiste: sono "ale" forti, rifermentate in bottiglia, tuttora prodotte dai monaci trappisti in sei abbazie (cinque in Belgio ed una in Olanda). In Germania, infine, è popolare la Marzen di Monaco di Baviera: una Lager ad alto contenuto di malto. Si produce a marzo (da qui il nome) per essere consumata durante l’Oktoberfest. E ci sono anche le weizen, che hanno, tra gli ingredienti, il frumento. Possono essere filtrate o no, chiare o scure. E si servono in bicchieri da mezzo litro, spesso con una fetta di limone. Ora scopriamo se la birra porta anche dei benefici alla nostra salute e quindi al nostro organismo. In essa elementi importanti vi sono contenuti: glicerina, destrina, maltosio, sostanze azotate, fosfati e piccole quantità di tannino. Inoltre, durante la fermentazione si forma il biossido di carbonio che ha un’importante funzione stimolante sullo stomaco. Una sua proprietà importante è quella d’impedire la formazione di radicali liberi, antiossidanti, responsabili dell’invecchiamento dell’organismo. Chi ama questa bevanda deve sempre ricordare l’importanza della moderazione in quanto si tratta comunque di un prodotto alcolico anche se con pochi gradi. Secondo Eric Rimm ricercatore di Harvard, le bevande alcoliche possono ridurre il rischio di attacco cardiaco del 30% e incrementare il colesterolo buono. Di conseguenza, a suo parere, alcolici come la birra potrebbero garantire benefici cardiovascolari. Ovviamente sempre con la dovuta moderazione. Uno studio condotto in Finlandia ha indicato che la birra ha un impatto negativo inferiore sui reni rispetto alle altre bevande alcoliche. Consumare birra può contribuire a ridurre il rischio di sviluppare calcoli ai reni. La birra può essere d’aiuto per migliorare la digestione. In particolare, la birra scura contiene circa 1 grammo di fibre solubili in ogni bicchiere da 300 millilitri, a differenza del vino, che non contiene alcun tipo di fibra. Uno studio pubblicato nel 2009 sulla rivista scientifica Diabetes Care ha rivelato che bere alcol con moderazione può contribuire nella prevenzione del diabete di tipo 2 sia negli uomini che nelle donne. Il riferimento è sia a vini e liquori che alla birra. Un altro studio condotto di recente dall’Università di Cambridge ha rivelato che la birra potrebbe contenere un ingrediente adatto a proteggere le donne dall’osteoporosi. La birra sarebbe una fonte di acido ortosilicico, che incoraggia lo sviluppo delle ossa. Ancora secondo uno studio condotto dall’Università di Harokopio, in Grecia, bere birra può fare bene al cuore e contribuire a migliorare la circolazione del sangue, in particolar modo rendendo più flessibili le arterie. Secondo i ricercatori greci, i benefici della birra sulla salute del cuore e sulla circolazione sarebbero da ricercare nel suo contenuto di antiossidanti. La birra è considerata una fonte di vitamina del gruppo B, in particolare di vitamina B6 e di vitamina B9, che sono importanti per proteggere il nostro organismo dalle malattie cardiovascolari. Bere un bicchiere di birra prima di andare a dormire potrebbe essere d’aiuto a chi soffre di insonnia. La birra può essere d’aiuto per chi soffre di ansia e stress? Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Montreal, in Canada, bere 2 bicchieri di birra al giorno può rappresentare un antidoto utile per ridurre l’ansia e lo stress. Naturalmente come è specificato nel testo si parla di studi e di ipotesi che se pur condotti da grandi università non possono e non devono essere considerati come cure risolutive fai da te. Bene, prima di proseguire con le ricette di cucina legate all’uso della birra ci soffermeremo brevemente sulla possibilità per chi ama fare da se e stupire gli amici producendo una buona birra fatta in casa. Nei negozi di prodotti enologici ma spesso anche in centri commerciali si trovano a prezzo decisamente abbordabili degli ottimi kit per la produzione della birra in casa. Se si seguono le poche istruzioni del fabbricante si ottiene una buona birra. Il kit contiene un fermentatore, ovvero un bidone di plastica per alimenti della capacità di trenta litri circa, con rubinetto e termometro incorporato nei liquidi. Si riempie il fermentatore di acqua, alla temperatura consigliata. Si versa poi il contenuto di appositi barattoli di malto amaricato (cioè contenente anche il luppolo) e si mescola. Naturalmente ci sono barattoli con ingredienti per fare diversi tipi di birra: Lager, Stout, Ale, cioè birra bionda, nera o rossa. Si aggiunge circa un chilogrammo di zucchero, quindi si uniscono i fermenti e si chiude il fermentatore. Dopo qualche ora, il composto comincia a fermentare e durerà dai tre ai sei giorni, a seconda della temperatura, del tipo di malto e della quantità di zucchero. Al termine della fermentazione si imbottiglia aggiungendo un mezzo cucchiaino di zucchero a bottiglia prima di chiudere ermeticamente la bottiglia stessa. Ora si lasciano riposare in luogo fresco per una quindicina di giorni prima di consumarla. Naturalmente, come detto sopra i kit hanno le istruzioni dettagliate che possono variare secondo il modello e a secondo del costruttore, quindi la mia spiegazione e volutamente sintetica. Ee eccoci finalmente a parlare di cucina! La birra, oltre a essere un’ottima bevanda dissetante e a basso contenuto alcolico e calorico, viene utilizzata in cucina per preparare e accompagnare svariati piatti, eccone alcuni facili e di sicuro effetto. Iniziamo innanzitutto parlando del lievito di birra che è indispensabile in cucina per tantissime preparazioni di impasti lievitati. Il lievito di birra si trova in commercio sotto forma secca. È una pasta contenente microrganismi, capace di dare enzimi, e quindi particolarmente indicata per la lievitazione dei prodotti della panificazione. Pochi sanno invece che questo lievito si può facilmente preparare in casa, ora vedremo come. Sono infatti sufficienti tre ingredienti: 1 cucchiaio di farina tipo 00, 1 cucchiaino di zucchero e 110 ml di birra (meglio se artigianale. Preparazione per un chilo di farina. La prima cosa da fare è prendere una ciotola in cui si andranno a versare i tre ingredienti appena elencati. Il consiglio è di iniziare dopo cena in quanto gli ingredienti dovranno essere lasciati a riposare per tutta la notte, assicurarsi solo di coprire il tegame con una pellicola, su cui dovranno essere applicati due fori con un comune stuzzicadenti per consentire la fuoriuscita dei gas. Il mattino seguente troverete un impasto in cui, sulla superficie, si saranno formate alcune piccole bolle. In caso di assenza delle bollicine significa che il lievito non è ancora pronto. Se invece ci sono, il lievito è già pronto per essere utilizzato. Il lievito si conserva il frigo per 24 ore dal momento in cui e pronto. Prima di mettere il lievito di birra fatto in casa dentro al frigo ricordarsi di coprire di nuovo l’impasto facendo due piccoli fori sulla pellicola. E ora eccovi una gustosa selezione di ricette che prevedono l’uso della birra! Risotto con salsiccia alla birra Ingredienti per 4 persone 350 grammi di riso 300 grammi di salsiccia 80 grammi di burro mezza cipolla 150 ml di birra preferibilmente scura ma va bene qualsiasi tipo. 1 litro di brodo vegetale 30 grammi di parmigiano 2 o 3 foglioline di salvia Preparazione Tritate la cipolla finemente e fatela stufare a fuoco lento insieme alla salvia in una casseruola con il burro avendo cura di non far bruciare gli ingredienti. Quindi aggiungete la salsiccia sbriciolata e fate rosolare anch’essa Aggiungete il riso nella casseruola, fatelo tostare nel condimento; bagnate ora con la birra e lasciar evaporare. Portate il riso a cottura aggiungendo il brodo bollente un mestolo per volta. A cottura ultimata, spegnete la fiamma, e mantecate aggiungendo il parmigiano grattugiato. Lasciate riposare il risotto coperto per un paio di minuti, decorate con un altro pò di salvia fresca e portate in tavola Insalata di riso alla birra Ingredienti per 4 persone: grammi 350 di riso 200 ml circa di birra chiara grammi 300 di wurstel 4 cetrioli agro-dolci una confezione di mais cotto in scatola grammi 150 di emmenthal grammi 100 di speck, in una sola fetta maionese alla senape Preparazione: Fate cuocere il riso: dopo averlo scolato, bagnatelo con la birra e dopo circa 5 minuti riscolatelo nuovamente. Tagliate a fettine, wurstel e cetrioli, a dadini, emmenthal e speck e il mais. Aggiungete il tutto al riso e mescolate bene. Condite, con la maionese e dopo qualche minuto di riposo servite. Patate alla birra Ingredienti per quattro persone: grammi 600 di patate grammi 200 di cipolle una fetta di pancetta affumicata di circa 60 grammi un quarto di litro di birra molto chiara grammi 200 di panna liquida sale Preparazione. Dopo averle sbucciate e mondate, tagliate a fettine sottili le patate e le cipolle. Tagliate a dadini la pancetta. In una pirofila, alternate stradi di patate e cipolle, mettendo qua e là, qualche dadino di pancetta. Aggiustate di sale e bagnate con la birra. Unitevi la panna e portate ad ebollizione sul fornello; quindi, passate la pirofila in forno, già preriscaldato, a 200 gradi e fate cuocere per un’ora e mezza circa. Arrosto di maiale alla birra Ingredienti per quattro persone: 600 grammi di carne di maiale. lombo o carré 3 spicchi di aglio un rametto di rosmarino 3 cucchiai di olio 750 ml circa di birra sale pepe Preparazione: Steccate la carne con i trè spicchi d’aglio e con qualche ciuffo di rosmarino e rosolatelo a fiamma viva in due cucchiai d’olio, finché non sarà ben colorito da tutte le parti. Versate nella casseruola la birra, salate e pepate e fate cuocere a fuoco basso e a pentola ben coperta per circa due ore, rigirando di tanto in tanto la carne. Togliete l’arrosto e affettatelo. Se il sughetto formatosi non fosse sufficientemente denso, lasciatelo ancora sul fuoco qualche minuto a fiamma vivace, e versatelo poi sulla carne. Frittata al gusto di birra Ingredienti per 4 persone: 6 uova 2 cucchiai di parmigiano grattugiato 4 O 5 cucchiai di birra 1 ciuffo di prezzemolo 1 cucchiaio d’olio 1 noce di burro sale e pepe Preparazione: Battete brevemente le uova, incorporandovi un trito di prezzemolo e il formaggio; poi, battendo sempre dolcemente, stemperate il preparato con la birra. Salatelo e cospargetelo di pepe. Versate l’olio nella padella. Scaldatelo; quindi versate nel recipiente il composto d’uova. Lasciate che formi alla base una crosticina dorata e croccante; quindi, abbassate la fiamma e fate addensare, in recipiente coperto, a calore moderato, in modo che non bruci. Quando il composto non sarà più liquido, rivoltatelo capovolgendolo sul coperchio e lasciandolo, poi, nuovamente scivolare nella padella calda, con una noce di burro, in modo che possa rosolare anche sull’altro lato. A cottura ultimata, capovolgete la frittata sul piatto da portata e recatela subito in tavola. Salvia o altro in pastella di birra Ingredienti: un mazzetto di salvia a foglie grosse una bottiglia di birra farina (tipo 00) quanto basta sale e pepe olio di semi per friggere Preparazione: Preparate innanzitutto la pastella: mettete la farina in una bacinella, aggiungete la birra e "frustate" fino a che si ottiene una pastella semiliquida. Sfogliate la salvia e tuffate le foglie ben lavate ed asciugate nella pastella preparata. Fatele quindi friggere, da ambo i lati, in una padella nella quale avrete fatto spumeggiare abbondante olio di semi. Naturalmente nella suddetta pastella si possono immergere anche altri tipi di foglie o come ad esempio i fiori di zucca o magari verdure tagliate a fettine. Zuppa di pesche alla birra Ingredienti per 10 persone. 5 pesche a pasta bianca 5 pesche a pasta gialla 150 grammi di zucchero 1 arancio 1 limone 1 baccello di vaniglia mezzo litro di birra leggera Preparazione: Lavate le pesche e, senza sbucciarle, tagliatele a spicchi molto sottili e mettetele in una grossa coppa. Fate bollire mezzo litro d’acqua, la birra, con il baccello di vaniglia, zucchero, il succo d’arancia, succo di limone. Versate questo sciroppo bollente sulle pesche e dopo che la temperatura si e un pò abbassata mettete il tutto nel congelatore per circa 2 ore. Servite il dessert ghiacciato. Ciambelline alla birra Ingredienti per 6 persone: 125 gr. di margarina 60 grammi di zucchero 2 uova 250 gr. di farina di frumento 125 gr. di farina di avena 1 bustina di lievito vanigliato in polvere 1 cucchiaio di miele birra quanto basta 100 gr. di zucchero vanigliato a velo sale. Preparazione: In una ciotola, lavorate a crema la margarina con lo zucchero. Ottenuta una crema liscia, incorporatevi i tuorli e continuate a rimestare il tutto per amalgamarlo; poi aggiungete al preparato anche gli albumi a neve. Sempre rimestando, spargete poco alla volta su questo preparato le due farine cui siano stati mescolati il lievito e un pizzico di sale; poi amalgamatevi anche il miele e quanta birra sarà necessaria per dare all’impasto una relativa morbidezza. Raccogliete l’impasto dentro una tasca da pasticciere, munita di bocchetta semicircolare ondulata, e schizzatelo a forma di anelli di circa 12 cm di diametro, sulle piastre del forno rivestite di carta da forno. Spingete le piastre nel forno caldo (220°) e fate cuocere le ciambelline fino a quando saranno dorate. Una volta cotte e raffreddate, staccatele delicatamente dalla carta da forno e trasferitele su di un vassoio e cospargetele di zucchero a velo.


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Cultura

Prime leggi a difesa del patrimonio artistico-culturale italico (Regno delle Due Sicilie, 1755)

di Stefano Pellicanò

Le prime scoperte archeologiche a Ercolano avvennero casualmente, nel 1709, in seguito a degli scavi per la realizzazione di un pozzo. Gli scavi archeologici cominciarono nel 1738 fino al 1765; ripresero nel 1823, si interruppero nuovamente nel 1875, fino a uno scavo sistematico a partire dal 1927. La storia degli scavi archeologici di Pompei comincia nel 1748 sotto Carlo III di Spagna (1716 - 1788). Questi ritrovamenti suscitarono l’entusiasmo degli studiosi e ricercatori ma anche l’interesse di tombaroli e trafficanti di opere d’arte, provocando importanti provvedimenti di tutela del patrimonio artistico e archeologico. Carlo di Borbone, promotore degli scavi, turbato dalla superficialità nella conservazione dei ritrovamenti nel 1755 emanò il “Divieto di esportazione per gli oggetti d’arte ritenuti artisticamente importanti per eccellenza di lavoro, artificio, o altre rarità” e inoltre che “ […] per ogni oggetto estratto si sarebbe dovuto pagare un diritto di tratta, stabilito sulla base del valore assegnato ai singoli oggetti” da esperti nominati dal Tribunale della Camera e l’istituzioni di sorveglianza come la Regia Custodia delle Antichità di Sicilia (1778). Il provvedimento venne confermato ed ampliato in quello del 13/05/1822, emanato da Ferdinando I di Borbone-Due Sicilie (1751 - 1825). Il primo articolo vietava di togliere dai loro siti tutti gli oggetti e i monumenti storici e di arte, il secondo proibiva la demolizione, anche in fondi privati, di antiche costruzioni; il terzo vietava l’esportazione di oggetti antichi e di arte, anche di proprietà privata, senza una preventiva autorizzazione e veniva prevista l’istituzione di una Commissione d’Antichità e Belle Arti per vigilare sul patrimonio artistico e per il rilascio delle autorizzazioni per le esportazioni. Il giorno dopo furono stabilite le Norme per la disciplina degli scavi archeologici e la conservazione dei reperti rinvenuti che imponeva di denunciare, entro tre giorni, il rinvenimento di reperti archeologici al sindaco locale, che immediatamente avrebbe relazionato all’Intendente della provincia che, a sua volta, avrebbe trasmesso rapporto alla Commissione di Antichità e Belle Arti per l’esame dei reperti che, a prescindere dal loro valore, andavano considerati proprietà degli scopritori. In caso di scavi clandestini, di omessa denuncia dei reperti, di restauri arbitrari o di alienazioni abusive, lo scopritore era punito con la perdita degli oggetti ritrovati e con una sanzione pecuniaria da stabilirsi singolarmente. Nacquero i volumi delle Antichità di Ercolano esposte e il Real Museo Borbonico, con l’affermazione dell’idea, oggi ritornata in auge, della conservazione degli oggetti d’arte ritrovati nel contesto del loro luogo d’origine. Nel rescritto [lettera di un sovrano con carattere normativo] del 22/09/1824, poiché i trafugatori riuscivano ancora ad eludere il controllo degli intendenti ordinò a speciali agenti di Polizia di investigare e vigilare su tutte le operazioni di scavo. Il 16/09/1839 Ferdinando II Carlo Maria di Borbone delle Due Sicilie (1810 - 1859) emanò un nuovo decreto che, sostanzialmente, riconfermava quello del 13/05/1822 di Ferdinando I che affidava la sorveglianza dei monumenti alle autorità amministrative, coadiuvate dall’Accademia di Belle Arti, e controllate dal Segretario di Stato per gli Affari interni, col compito di vigilare per evitare di deturpare gli oggetti antichi con lavori moderni e di impedire interventi di restauro senza preventiva autorizzazione degli organi competenti. Durante Francesco I di Borbone (1777 - 1830) vi furono parecchie iniziative concrete per la realizzazione di progetti per la tutela del patrimonio artistico ed archeologico, tra l’altro un progetto di legge organica sugli scavi vesuviani e sulla tutela dei beni del Regno che avrebbe dovuto precisare, compendiare, completare e migliorare la precedente legislazione che, pur non attuato integralmente, sottolinea l’importanza della politica culturale durante tutto il regno borbonico. Da notare che viceversa nel Regno di Sardegna (Piemonte, Liguria e Savoia) la tradizione di tutela del patrimonio era molto debole e lo Statuto di Carlo Alberto nel 1848 affermava l’inviolabilità della proprietà privata, quindi il primato degli interessi privati sul bene pubblico.


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La comunità di S. Leucio (1778- 1860) del Regno delle Due Sicilie

di Stefano Pellicanò

Prima che S. Leucio prendesse il nome attuale, vi era un feudo dei conti Acquaviva di Caserta, noto come Palazzo del Belvedere o Palagio Imperiale, descritto nel 1667 da Celestino Guicciardini, con annesso un casino da caccia che fu restaurato da Francesco Collecini. Nel 1750, i possedimenti Acquaviva, poi Caetani, passarono ai Borbone di Napoli. Carlo Sebastiano di Borbone (1716-1788), su consiglio dal ministro Bernardo Tanucci (1698 -1783), suo uomo di fiducia (e di suo figlio Ferdinando IV), decise di inviare i giovani in Francia ad apprendere l'arte della tessitura, per poi lavorare negli stabilimenti reali. Nel 1775, con la nascita dell’erede al trono, la regina Maria Carolina, Maria Carolina Luisa Giuseppa Giovanna Antonia d'Asburgo-Lorena (1752-1814), moglie di Ferdinando IV, entrò a far parte del Consiglio di Stato e, ostile alla sua politica filo- spagnola, l’anno seguente lo licenziò. Sulla sua tomba (1783) fu posta una lapide con l'epigrafe Cum per annos plusquam quadraginta huius Regni clavum moderasset, vectigal nullum usquam imposuit [Nonostante avesse retto il governo di questo Regno per oltre quarant'anni, giammai impose tributo alcuno]. Nel 1773 Ferdinando IV stanco del caos e degli intrighi di corte, volle costruirsi un ritiro solitario, dove poter trascorrere del tempo spensierato, scegliendo le colline della Terra di Lavoro (oggi Campania) che fiancheggiavano il Parco di Caserta, dove già sorgeva il rudere di una cappella dedicata a S. Leucio di Alessandria d’Egitto (IV sec. - V secolo), martire e primo vescovo di Brindisi, comprensivo di una vigna e di un boschetto da lui frequentato per brevi periodi, dopodiché era custodito da alcuni guardiani con le proprie famiglie. Il 17 dicembre 1778 il primogenito e erede al trono, Carlo Tito Francesco Giuseppe (1775 -1778), promesso sposo della cugina Maria Antonia di Parma, morì di vaiolo, come poi sarebbe accaduto ai fratelli Maria Cristina e Giuseppe. Ferdinando IV decise di erigere un ospizio per i poveri della provincia con un Opificio per tenerli occupati e la chiesa di S. Maria delle Grazie, consacrata il 30/06/1803, insieme all'inaugurazione della “Fiera ferdinandea di Arte sacra”. La struttura esterna della chiesa è in stile neogotico mentre quella interna comprende un'unica navata, decorata in stile barocco, inquadrata da due campanili. Licenziato Tanucci nel 1776, gli subentrò Domenico Caracciolo che diede grande impulso alla Colonia. Fu così costituita nel 1778, su progetto dell'architetto Francesco Collecini, una comunità nota come Real Colonia di San Leucio, basata su norme proprie. Alle maestranze locali si aggiunsero subito anche artigiani francesi, genovesi, piemontesi e messinesi, richiamati dai molti benefici di cui usufruivano gli operai delle seterie. Vennero anche eretti alloggi per gli educatori e padiglioni per i macchinari, riprendendo l'idea dell'organizzazione dell’economista francese Jean-Baptiste Colbert (1619-1683), teorico del Mercantilismo fondato sul principio che ”la ricchezza di un Paese si identifica con la quantità di moneta posseduta (oro e argento) e quindi sostenitrice di una politica protezionistica da parte dello Stato nei confronti delle importazioni e incentivante nei confronti delle esportazioni”. Le commesse di seta provenivano da tutta Europa, ancora oggi le produzioni leuciane si ritrovano in Vaticano, al Quirinale, nello Studio Ovale della Casa Bianca, nelle bandiere di quest'ultima e di Buckingham Palace. Per contrastare la concorrenza straniera, i leuciani si aprirono al mercato dell'abbigliamento con la produzione di maglie, calze, broccati, velluti e, seguendo la moda francese, passarono dai pekin [ tessuto a righe verticali ottenuto combinando armature diverse (saia, raso e derivati) o dal diritto e dal rovescio di una stessa armatura, tessuto con due orditi (fili che costituiscono la parte longitudinale del tessuto e tra i quali viene inserita la trama a formare l'intreccio del tessuto stesso), separati con due subbi o elementi di sostegno per l'avvolgimento del filato d'ordito] al tulle [tessuto di fili intrecciati in modo molto aperto, creando una rete trasparente molto stabile], passando dai chiné [tessuto di seta, ad armatura tela, screziato, con disegni dai contorni sfumati ottenuti con la colorazione dell'ordito prima della tessitura con la tecnica della tintura a riserva o metodo di tintura parziale di tessuti e filati, anziché con la stampa sul tessuto già fatto] ai reps [tessuto con rilievo a coste o a cannette]. Ferdinando IV vi organizzava spesso battute di caccia e feste condivise con la popolazione della colonia che progettava di allargare, anche per le nuove esigenze industriali dovute all'introduzione della “trattura” della manifattura dei veli e della seta che permetteva di ricavare il filo di seta dal dipanamento dei bozzoli del baco da seta [Poiché il filo prodotto dal baco è una bava continua, la produzione del filato di seta si ottiene con trattura e torcitura [le varie operazioni che si compiono sui fili di seta greggia e sui filati di fibre artificiali e sintetiche per dar loro una o più torsioni o per renderli più voluminosi ed elasticizzati]. Venne anche progettata una nuova città, Ferdinandopoli, con pianta completamente circolare con un sistema stradale radiale e una piazza al centro per farne anche una sede reale, progetto accantonato in seguito alla Restaurazione anche se si continuarono ad ampliare industrie ed edifici, tra cui il Palazzo del Belvedere, oggi sede del “Museo della seta” che espone alcuni macchinari originali per la lavorazione della seta che mostrano tutte le fasi della produzione con gli antichi telai restaurati ed azionati da una ruota idraulica posta nei sotterranei. Il portale d'accesso al Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio è l'Arco Borbonico (fig. 7) risalente al 1600, quando era il varco d'accesso alla proprietà feudale dei Principi Acquaviva, signori di Caserta. L'Arco, sulla cui sommità è presente lo stemma borbonico, con due leoni in pietra ai lati, è alto quasi 13 mt, largo 9 ed è formato da un unico fornice [apertura arcuata] con un bugnato [rivestimento costituito da bugne] rettangolare e due paraste [pilastri nella parete, parzialmente sporgenti]. Nel 1789 Ferdinando IV firmò l’Origine della popolazione di San Leucio e suoi progressi fino al giorno d'oggi colle leggi corrispondenti al buon governo di essa di Ferdinando IV Re delle Sicilie, un'opera in cinque capitoli e ventidue paragrafi che conteneva i principi fondanti della Comunità conosciuti come gli Statuti di San Leucio, voluti dalla consorte Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, regina di Napoli (1752-1814), scritti dal massone Antonio Planelli (1737 - 1803) su ispirazione di Francesco Mario Pagano (1748-1799), Gaetano Filangieri (1753- 1788) e di altri illuministi, pubblicato dalla Stamperia Reale del Regno di Napoli in 150 esemplari. Il testo, che poneva grande attenzione al ruolo femminile, con l’istituzione, fra l’altro, di Asili nido, rispecchiava le aspirazioni del dispotismo illuminato ad interpretare gli ideali di uguaglianza socio-economica e venne trasformato in leggi da Bernardo Tanucci (1698-1783). Nel 1824 il governatore Antonio Sancio fece erigere una statua del Re, oggi al Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa. Due anni dopo, su ordine del ministro card. Fabrizio Dionigi Ruffo dei duchi di Bagnara e Baranello (1744 - 1827) si decise di aprire una manifattura di pellame che, però, non riscosse il successo desiderato tanto da rischiare di far fallire la Colonia. Nel 1834 i Borbone decisero di costituire una società insieme a dei privati e tale fu la configurazione organizzativa fino all'Annessione (1860). Due anni dopo, nonostante lo sviluppo della produzione e il perfezionamento del nuovo tessuto “Jacquard” [con disegni geometrici o variamente figurati, ottenuto intrecciando fili di vario colore, su apposito telaio e con un particolare metodo di tessitura, anch'esso detto jacquard], ne venne decisa la chiusura, riaprendola poi quattro anni dopo, ma concessa ancora in affitto a imprese private. Nel 1866 la Colonia venne elevata a comune amministrativo col nome di San Leucio e, nel 1928, aggregata, al comune di Caserta. La Comunità, ribadiamo, era basata su norme proprie. Norme lavorative dello Statuto di S. Leucio Comprendevano: precisi orari di lavoro, obbligo di abbigliamento uguale per tutti, meritocrazia e abolizione della ricchezza. L'organizzazione era affidata a un Direttore generale affiancato da un Direttore tecnico che monitorava la condizione degli impianti. L'istruzione tecnica degli operai era affidata al Direttore dei Mestieri, ciascuno per ogni genere, riprendendo l'idea dell'organizzazione “colbertina” francese. I figli erano ammessi al lavoro a 15 anni, con turni regolari per tutti, ma con un orario ridotto rispetto al resto d'Europa. La produttività comprendeva un bonus in danaro che gli operai ricevevano in base al livello di abilità raggiunto. La proprietà privata era tutelata ma erano abolite le doti e i testamenti. Gli operai addetti alla coltivazione dei campi potevano vendere una parte del raccolto al mercato, in base ai prezzi stabiliti dal Re. I beni del marito deceduto passavano alla vedova e da questa al “Monte degli orfani”, una cassa comune gestita da un prelato per il mantenimento dei meno fortunati. Norme sociali nella Colonia: Iª assegnazione di “Case popolari”, Iª assistenza sanitaria gratuita, Iª scuola dell'obbligo in Italia (1789) Per la prima volta nella Penisola, ai lavoratori delle seterie venne assegnata una casa all'interno della colonia, progettata tenendo presente tutte le regole urbanistiche dell'epoca, per far sì che durasse nel tempo, infatti sono tuttora abitate, inoltre, fin dall'inizio, furono dotate di acqua corrente e servizi igienici. Le prime leggi di assistenza sanitaria gratuita italiche furono promulgate da Ferdinando IV in occasione della fondazione della Colonia e comprendevano, per i malati, indennità di malattia e assistenza a anziani e vedove. Gli invalidi del lavoro potevano restare in loco dopo l'infortunio, nell’ ospizio “la Casa degli infermi”, non completato a causa dell’arrivo di Napoleone in Italia e della nascita della Repubblica Partenopea (1799), pertanto continuarono a sopravvivere grazie alle donazioni spontanee dei lavoratori diplomati al merito, raccolti in un'apposita cassa dall'Assise degli Anziani (seniores) che avevano raggiunto i massimi livelli di benemerenza, di nomina elettiva e che: monitoravano anche la qualità igienica delle abitazioni; potevano deliberare sanzioni disciplinari/espulsioni dalla Colonia e giudicavano le questioni personali. Nello Statuto era prevista l'istruzione gratuita per i figli che, così, potevano beneficiare della prima scuola dell'obbligo italica, a partire dai 6 anni e che comprendeva le materie tradizionali quali catechismo, letteratura, matematica, geografia; economia domestica per le donne e gli esercizi ginnici per i maschi. Ciascuno era libero di lasciare la Colonia quando voleva, ma, data la natura produttiva del luogo, si cercava di evitare tali eventualità, ad es., facendo divieto di ritorno o riducendo al minimo le liquidazioni. I matrimoni nella Comunità Per contrarre matrimonio gli uomini e le donne, compiuti rispettivamente almeno 20 e 16 anni, dovevano dimostrare di aver conseguito un “diploma al merito” concesso dai Direttori dei Mestieri. I matrimoni si svolgevano a maggio, il giorno di Pentecoste: a ogni coppia era consegnato un mazzo di rose, bianche per gli uomini e rosa per le donne; fuori la chiesa li aspettavano gli anziani del villaggio, di fronte ai quali le coppie si scambiavano i mazzi di fiori come promessa di matrimonio. Testimonianze oculari illustri sulla Colonia Nel 1789 Lady Elisabeth Craven, moglie di Lord Craven, magravio [principe dotato di poteri costituzionali e amministrativi, quasi assolutamente indipendente dall’imperatore] di Anspanich, soggiornò per qualche settimana a Caserta e scrisse le sue memorie nel Portrait du Roi Ferdinand (Londra, 1826): « […] mi fornì spiegazioni non pure su tutte le regole dello stabilimento ma fin più intricati congegni meccanismi che rendevano quel lavoro più agevole […] ». Nel periodo 1790 -1796 anche Giuseppe Galanti, allievo di Antonio Genovesi, si soffermo sul posto: « […] il più lodevole in questa costituzione è che nulla si fa per forza. L' onore ed altri piccioli problemi debbono bastare a far osservare le leggi […] ».


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Costituzione siciliana emanata da Ferdinando IV di Borbone nel 1812: prima nella Penisola e quella del 1848

di Stefano Pellicanò

Il re Ferdinando di Borbone (1751 - 1825), dopo il Congresso di Vienna, con l'unificazione dei due Regni, di Napoli e di Sicilia, fu re dal 1816 alla morte come Ferdinando I, Re del Regno delle Due Sicilie. Il 22/12/1798, a seguito della invasione francese, abbandonò Napoli rifugiandosi a Palermo, capitale del Regno di Sicilia. I siciliani, soddisfatti delle sue assicurazioni nel discorso di apertura della sessione parlamentare del 1802, riguardo alla sua intenzione di mantenere la corte a Palermo, concessero ingenti finanziamenti. In realtà Ferdinando e la corte desideravano tornare a Napoli e lo fecero nel giugno 1802, dopo gli accordi con Napoleone. Quando i reali tornarono a Palermo nel 1806, capirono che i siciliani non volevano sottostare al loro predominio né pagare ulteriori tasse per mantenerli. Ferdinando, nel 1810, riunì il Parlamento siciliano domandando personalmente aiuti per la difesa del Regno minacciato dai francesi ma ottenne un modesto contributo che lo spinse a imporre una pesante tassa sulle entrate che fece esplodere la rivolta popolare. A farsi arbitro fu un emissario del governo inglese nell'isola, Lord William Bentinck (1774 -1839), la cui flotta proteggeva il Regno di Sicilia dalle invasioni del Regno di Napoli napoleonico. Egli invitò Ferdinando ad abbandonare il governo, nominando il figlio Francesco reggente nel gennaio 1812, accostandogli un governo esclusivamente siciliano presieduto da un consigliere di Stato anziano (una specie di premier) e assegnando a se stesso il comando militare, col titolo di Ccapitan generale de’ reali eserciti di S. marina siciliana. Obiettivo fondamentale fu la ratifica di una nuova Costituzione col testo elaborato dai Bracci, le antiche istituzioni parlamentari di derivazione normanna, promulgata il 12/07/1812 sul modello inglese, adattato alle esigenze locali. Le dodici basi o principi generali, dopo la loro approvazione del Parlamento, quindi votate, non ottriata [elargita dal sovrano] furono sottoposte al Re, che fu costretto ad accettarle ma appena poté evitò di applicarle. Tornato a Napoli, dopo la caduta di Gioacchino Murat (13/10/1815), non convocò più il Parlamento siciliano e così, anche senza formale abrogazione, cadde disapplicata, avendo soppresso nel 1816 il Regno di Sicilia. L’articolazione della Costituzione e la suddivisione in distretti Il potere legislativo era attribuito alla camera dei Comuni, corrispondente all'ultimo Braccio, detto demaniale, eleggibile con voto censitario e palese, e l'altra dei Pari, dove si accorpano I e II primo Braccio, rispettivamente ecclesiastico/feudale e militare, cariche vitalizie e di nomina regia. Al Capo XIX era stabilito che “ogni proposta relativa a sussidi e imposizioni dovrà iniziarsi nella Camera de' Comuni. Quella de' Pari avrà solamente il diritto di assentirvi o dissentirvi, senza potervi fare alterazione o modificazione alcuna”. L'esecutivo era di nomina reale e il giudiziario composto di togati indipendenti solo formalmente. Le camere erano convocate dal Re, almeno una volta/anno e le leggi approvate erano suscettibili di suo veto. Si trattava di una Costituzione moderata gradita anche ai baroni che, in opposizione al monarca, aspiravano a cambiamenti progressivi. Un suo aspetto innovativo fu l’abolizione dei poteri civili feudali. https://it.wikipedia.org/wiki/File:Distretti_Sicilia_(1812-1817).pnghttps://it.wikipedia.org/wiki/File:Distretti_Sicilia_(1812-1817).pngIl Parlamento abolì l'antica suddivisione amministrativa della Sicilia nei tre valli di Mazara, Noto e Valdemone, sostituendola con 23 distretti (vv. mappa) e i relativi capoluoghi delimitati dallo studioso ed astronomo Giuseppe Piazzi, che tenne conto delle caratteristiche naturali, economiche e demografiche delle varie zone dell'Isola. I criteri utilizzati dalla Costituzione stabilivano che: « 1) i limiti di ogni distretto sieno quegli stessi che presenta la natura del terreno, come fiumi, monti e valli; ciascun distretto o comarca possa guardarsi da un capitan d’armi con dodici uomini; 3) i luoghi più pericolosi e più esposti restino nei confini delle comarche, e [nell’800 era uso anteporre alla congiunzione la virgola, oggi considerato grammaticalmente errato] situati in modo che facilmente un capitano possa chiamare man forte dal vicino; 4) 4) i fiumi principali, impraticabili d'inverno, non separino le parti della medesima comarca; 5) le popolazioni più cospicue e più favorite dalle circostanze locali ne siano i capoluoghi; 6) quelle vaste solitudini formate dall'unione di molti feudi, lagrimevoli testimoni di una barbara, mal intesa cupidigia, non debbano per quanto è possibile, percorrersi dal colono, che vorrà recarsi al capoluogo ». Nonostante tali criteri, vi furono, per motivi economici, vi furono numerose controversie tra le città capoluogo e quelle che aspiravano a ricoprire tale carica. Le 23 città elevate a capoluogo di distretto furono: Alcamo, Bivona [prov. AG], Caltagirone, Caltanissetta, Castroreale, Catania, Cefalù, Corleone, Girgenti, [Agrigento], Mazara, Messina, Mistretta, Modica, Nicosia, Noto, Palermo, Patti, Piazza [Piazza Armerina ], Sciacca, Siracusa, Termini [Termini Imerese], Terranova e Trapani. La Costituzione del marzo 1848 Venne reintrodotta dal parlamento siciliano nel corso della rivoluzione, riprendendo, in parte, la precedente ma con entrambe le camere elettive. Venne emanata dal parlamento generale il 10 luglio col nome di Statuto fondamentale del Regno di Sicilia e restò in vigore fino al maggio 1849 quando l'isola fu riconquistata dall'esercito borbonico.


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Perchè parliamo da soli?

di gruppo Sublimen

A volte parliamo da soli proprio per restare sani di mente. Più che un segno di follia, si tratta, infatti, di una strategia fruttuosa, per cui il dialogo rivolto a se stessi consente di approfondire e chiarire i propri bisogni. Perché a volte parliamo da soli? È forse un segnale del fatto che "stiamo perdendo la testa"? Sappiamo bene che divagare e argomentare ad alta voce senza interlocutore è generalmente mal visto. Si tratta, tuttavia, di una pratica salutare che è bene esercitare di tanto in tanto. Si dice che grandi geni come Einstein o Newton intrattenessero profonde e complesse conversazioni con sé stessi. Quando Conan Doyle creò il suo famoso personaggio, Sherlock Holmes, non esitò a dotarlo anche di questa caratteristica per dimostrare che le menti più brillanti non solo si contraddistinguono per le loro abitudini, ma avevano per le loro singolare pratiche di ragionamento. Sebbene molti di noi vivano realtà eccessivamente rumorose e spesso optino per il silenzio come strategia per ritrovare la quiete, non è per niente una cattiva idea avviare una sana conversazione con sé stessi di tanto in tanto. Non solo ci terremo compagnia, ma riusciremo anche a mettere ordine in molte attività che richiedono la nostra attenzione. Anche la nostra salute emotiva ci ringrazierà. Nelle prossime righe entreremo più nel dettaglio dell'argomento per capire perché parliamo da soli ogni tanto e perché non è una pratica poi così stramba. Perché a volte parliamo da soli? Benefici e curiosità. Si è soliti pensare che parlare da soli sia una caratteristica delle persone anziane o delle anime solitarie che, in mancanza di compagnia, cercano disperatamente consolazione. Ma non è affatto vero. È tempo di lasciarsi alle spalle questi falsi miti un po' troppo colpevolizzanti verso alcuni gruppi. Se volete sapere perché a volte parliamo da soli, la risposta è semplice: perché è del tutto normale per gli esseri umani. Quante volte vi sarà capitato di sorprendervi a rivolgere a voi stessi un complimento o un rimprovero del tipo: "ma come si fa a essere così distratti? Hai perso di nuovo le chiavi, oggi non è proprio giornata, chissà cosa ti succederà ancora". Queste improvvise verbalizzazioni sono piuttosto comuni. Tuttavia, lo è anche il dialogo auto-diretto, ovvero l'avvio di una conversazione con sé stessi nella quale approfondire temi importanti. Lo facevamo già da bambini: egocentrismo infantile. Sono tante le cose che possiamo imparare dai bambini. Oltre al loro sguardo curioso e pronto a sperimentare, scoprire e godere del momento presente, dovremmo soffermarci anche sul loro linguaggio egocentrico. È il termine usato da Lev Vygotsky per riferirsi a una fase infantile nella quale i piccoli non hanno ancora interiorizzato il linguaggio. È piuttosto comune vederli immersi nel loro mondo e parlare, e non solo con i loro giocattoli. È facile vederli impegnati in dialoghi diretti a sé stessi, abitudine che dura qualche anno per poi cessare del tutto. Parlare da soli ottimizza le prestazioni del cervello. A chi non è mai capitato? Ci troviamo a dover gestire un problema per il quale non riusciamo a trovare una soluzione. Il dialogo interiore non basta e a un certo punto lo facciamo, parliamo da soli ad alta voce. Tale comportamento non solo è segno di sanità mentale, ma anche di intelligenza, come spiega lo studio condotto dall'Università del Wisconsin-Madison. Quando passiamo dal dialogo interiore aquello esterno, cambiano anche le dinamiche cerebrali. I ricercatori sostengono che usare il linguaggio per comunicare con se stessi migliora la percezione, la memoria e la capacità di risolvere i problemi. D'altronde, questa competenza comunicativa tipica di noi umani ci avvantaggia da sempre rispetto agli altri esseri viventi. Farne uso, anche se con se stessi, è estremamente benefico. Come affermava il celebre neurologo Alexander Luria (1980), il linguaggio svolge molto più che una funzione sociale, guida anche i processi cognitivi. Possiamo diventare i nostri migliori coach e motivatori Perché aspettare rinforzi esterni? Devono per forza essere gli altri a incoraggiarci ad agire? Abbiamo noi stessi. Possiamo essere i nostri migliori motivatori se ci impegniamo. Dunque, se vi state ancora chiedendo perché parliamo da soli, un'altra risposta potrebbe essere la seguente: il nostro cervello vuole farci trovare dentro di noi la motivazione. "Sono fiero di te. Ti rendi conto di quanti progressi hai fatto?", "Dimenticati di quello sbaglio, adesso sai cosa è meglio evitare. Puoi iniziare una nuova fase ora che hai imparato dagli errori. È il momento di crescere e ce la puoi fare". Questo dialogo diretto a sé stessi è estremamente utile. Attivare quel "viva voce", ogni tanto, è di grande aiuto per la propria crescita personale. Non bisogna dimenticare, inoltre, un ulteriore vantaggio del dialogo esterno: ci permette di concentrarci sugli obiettivi, su quello che è importante. Perché parliamo da soli? Per sintonizzarci con le nostre emozioni. Il dialogo esterno possiede un'alta capacità di autoregolamentazione. Non solo ci aiuta a migliorare le facoltà cognitive per risolvere i problemi, ma ci permette anche di essere più consapevoli e di sintonizzarci meglio con le nostre emozioni, per riconoscerle, capirle e gestirle. Chiedersi cosa proviamo, perché e cosa possiamo fare con quell'emozione, può essere catartico. Per concludere, dialogare con se stessi è estremamente salutare. Si tratta di una risorsa in più sulla quale fare affidamento, una tecnica da utilizzare per dare alla vita un po' più di armonia, di equilibrio e benessere.


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Ricordare i sogni: perchè non ci riusciamo?

di gruppo Sublimen

Passiamo quasi un terzo delle nostre vite a dormire. Tuttavia, non sempre siamo consapevoli di quello che accade in questo universo onirico, estraneo, affascinante e a tratti anche surrealista dove vengono incisi significati rivelatori. Perché accade? Perché a volte non riusciamo a ricordare i sogni? Dalí diceva che non riuscire a comprendere il senso della sua arte non significava affatto che non ne aveva nessuno. Affermava ciò per un motivo ben preciso: gran parte delle opere di questo indimenticabile pittore, scultore, scrittore e sceneggiatore si nutrivano del mondo dei sogni. Dalì era un autentico onironauta, ovvero uno specialista dei sogni lucidi che lui stesso viveva durante i suoi pisolini. Vi è chi ha grande facilità a ricordare i sogni nel dettaglio. Altri, al contrario, hanno la sensazione di non aver mai sognato perché il loro ricordo è molto vago, quasi inesistente. Ricordare o meno i sogni dipende da un'area cerebrale. Purtroppo, la stragrande maggioranza della popolazione non dispone di quest'abilità. La percentuale delle persone che riescono a ricordare quanto successo in sogno è molto bassa rispetto a chi, semplicemente, resta un'impronta, una sensazione, un insieme di immagini disordinate e quasi prive di senso. Questa realtà, che per molti può arrivare a essere frustrante, ha diverse spiegazioni che vi riveliamo a seguire. Perché a volte non riusciamo a ricordare i sogni? La risposta si trova nel nostro cervello. Le persone distribuiscono i propri sogni, in media, in cicli da 90 o 100 minuti, che a loro volta possono suddividersi in diverse fasi. La fase REM (Movimento oculare rapido, dall'inglese Rapid eye movement) è quella in cui si verificano i sogni più vividi, quelli che ci fanno addentrare negli scenari più affascinanti e terrificanti. Lì dove le emozioni e le sensazioni sono sempre a fior di pelle. Allo stesso modo, è necessario sapere anche che la fase REM, oltre a essere la più lunga del sonno, è anche l'ultima. È frequente, dunque, svegliarsi d'improvviso e ricordare solo gli ultimi istanti di questa fase. Molti neurologi sostengono anche che il "cervello addormentato" non ha memoria. In altre parole, non siamo programmati per immagazzinare dati durante questa fase perché, a quanto pare, non accade niente di significativo che ci possa tornare utile. Se questa premessa fosse del tutto vera, perché molti non ricordano i sogni mentre altri sì? La risposta ci viene offerta da un recente studio dell'Università Monash a Melbourne, Australia. Si tratta di una teoria che venne già enunciata nel 2011 sulla rivista Neuron, a seguito di una serie di prove che sfruttavano la risonanza magnetica. La chiave si trova nell'ippocampo. Sembrerebbe che proprio questa struttura cerebrale relazionata alle nostre emozioni e alla nostra memoria non ci permetta di conservare molti dei sogni che viviamo ogni notte. Vediamo più dati a seguire. L'ippocampo e il mondo onirico. Chi pensa che il cervello si sconnetta del tutto quando dorme sul divano o a letto, si sbaglia. Non si verifica una sconnessione completa, ma si riceve energia in un altro modo, per così dire. Una delle ultime strutture che passa dal modo cosciente a quello incosciente è l'ippocampo. Quest'area si fa carico anche di trasmettere le informazioni della memoria a breve termine alla memoria a lungo termine. Alcune persone effettuano la sconnessione di quest'area poco dopo rispetto al resto, e questo permette loro di conservare molti più frammenti del tessuto onirico. Il resto, e parliamo del 90% delle persone, se non ricorda i sogni, lo deve invece al fatto che questa sconnessione dell'ippocampo si verifica nel momento esatto, quello che il nostro cervello riconosce come adeguato per permetterci di fare altre cose "più importanti". Occorre dire inoltre che l'ippocampo rimane operativo per altri compiti, per altri processi più essenziali: si dedica a vagliare le informazioni importanti, distinguendole da quelle che non lo sono. Cancella dati, elimina molteplici informazioni e immagini viste nel corso della giornata per conservare nella memoria a lungo termine ciò che reputa importante. È talmente impegnato in questo processo che raramente presterà attenzione alla pellicola onirica nella quale siamo immersi. Grazie a un articolo pubblicato sulla rivista Neuropsychopharmacology, si sa che le persone che sono solite ricordare i sogni, oltre a presentare un ippocampo più cosciente, presentano anche una maggiore attività nella giunzione temporoparietale (centro di elaborazione delle informazioni). In qualche modo, potremmo dire che la differenza fra coloro che ricordano i sogni e coloro che non li ricordano si deve al caso, a un ippocampo più attivo e reticente a sconnettersi nelle ore notturne. Come ricordare i sogni? Sono molti coloro che spesso vorrebbero poterlo fare: ricordare tutti i sogni in modo nitido. È come se, riuscendoci, potessero comprendere qualcosa su loro stessi che a prima vista non è evidente o di cui non sono consapevoli. Bene, occorre dire che nessuna delle tecniche che spesso vengono proposte è consigliabile né efficace al 100%. La teoria più ricorrente è quella che ci suggerisce di programmare la sveglia a cicli di 30 o 35 minuti. Questo risveglio repentino ci permetterebbe di ricordare il sogno, lo stesso che poi dovremmo trascrivere su un blocco. Com'è è evidente, questo suggerimento non farebbe altro che condannarci a un sonno di cattiva qualità e a non riposare nel modo adeguato e necessario. Non è consigliabile. Non ricordiamo i sogni perché il cervello non lo ritiene fondamentale. Inoltre, in media, i sogni che ricordiamo sono sempre i più importanti, quelli con una maggiore componente emotiva e, pertanto, quelli che possono racchiudere un messaggio da interpretare nel limite del possibile.


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La strage ferroviaria del 3 marzo 1944: la censura, il dolore della memoria e il ricordo dopo l’oblio

di Stefano Pellicanò

Dopo l’8 settembre 1943, l’Italia era divisa in due, da un lato il Regno del Sud, liberato dagli Alleati, e dall’altro la Repubblica di Salò alleata della Germania. Le ferrovie al Sud erano amministrate dalle forze alleate con manodopera italiana. La linea Napoli-Potenza, una delle più difficili d’Italia, dal confine tra Campania e Basilicata aveva i binari che si inerpicavano tra monti e torrenti attraverso decine gallerie con pendenze che si avvicinavano ai limiti imposti per la percorrenza e i pericoli di quella linea erano già conosciuti. Dopo il ritiro delle truppe tedesche, le ferrovie meridionali smisero di usare carbone tedesco, proveniente dalla regione della Ruhr, considerato unanimamente di ottima qualità e dovettero servirsi di quello imposto dal Comando Militare Alleato, che giungeva a Salerno dalla ex-Jugoslavia di Tito con la nave Liberty e, come vedremo, di scarsissima qualità. Ricordiamo che le locomotive a vapore avevano la cabina aperta e l’equipaggio comprendeva un macchinista e un fuochista per spalare il carbone e che, nel caso di frequenti gallerie, gli incidenti per intossicazione da monossido di carbonio erano frequenti e i macchinisti sapevano che, in loro prossimità, dovevano coprirsi naso e bocca con un panno bagnato per evitare svenimenti. Per questi motivi inoltre venivano posizionati dei macchinisti di riserva al termine delle gallerie più lunghe con il compito di saltare a bordo delle locomotive in corsa e governarle al posto dei macchinisti svenuti o storditi in cabina. I presagi della tragedia Talvolta si ha l’impressione che il destino cerchi di rendere chiare le proprie intenzioni. La più grave tragedia ferroviaria d’Italia ebbe almeno tre segni premonitori che avrebbe dovuto far presagirla e addirittura evitarla. Il I presagio: l’8 febbraio 1944, quindi un mese prima, in una galleria sulla tratta Baragiano-Tito, immediatamente successiva a quella della successiva tragedia e con pendenze superiori al 22‰, un treno dell'autorità militare statunitense aveva subito un incidente simile, in cui il personale era rimasto intossicato dai gas di combustione del carbone di scarsa qualità. Il macchinista Vincenzo Abbate era svenuto ed era morto schiacciato tra la motrice e il tender. A seguito di questo evento era stato disposto il limite di 350 tonnellate per ogni locomotiva e l'utilizzo di locomotori diesel-elettrici americani nei casi di doppia trazione, con eventualmente una locomotiva a vapore italiana posta in coda e invertita per scaricare con il fumaiolo in coda (limiti in vigore fino al 1996, quando la linea Battipaglia-Metaponto venne tutta elettrificata) inoltre, nell'uscita sud della Galleria delle Armi, fu istituito un posto di guardia in cui l'operatore ad ogni passaggio di treno doveva avvertire telefonicamente la stazione di Balvano “ quando poteva vedere la luce in fondo”, cioè quando nella galleria non c’erano più gas di scarico (disposizioni in vigore fino al 1959, quando su questa linea vennero vietate le locomotive a vapore). Un altro presagio si presentò sotto forma di una accorata lettera di Giovanni Di Raimondo, sottosegretario di Stato alle Comunicazioni per le ferrovie, la Motorizzazione civile e i Trasposti in concessione indirizzata ai capi compartimento delle Ferrovie dello Stato di Napoli, Bari e Reggio di Calabria e, p. c., al Gabinetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri e a vari Ministeri che evidenziava che il treno bisettimanale per viaggiatori civili Bari-Napoli via Potenza fosse insufficiente rispetto alle esigenze della popolazione auspicando un aumento delle corse. Queste richieste furono però disattese dalla Direzione Generale del Servizio Ferroviario Militare per le Forze Armate Alleate per “esigenze militari” che imponevano di mantenere al minimo di 600 viaggiatori per ciascuna corsa, i viaggi dei civili. III presagio: il commissario compartimentale di Polizia di Bari, Buono, scrisse alle Regie Questure di Brindisi, Taranto, Matera e Potenza e al Commissariato compartimentale di Polizia di Napoli per segnalare come il treno Bari-Napoli via Potenza fosse preso d’assalto da numerosi viaggiatori clandestini e paventando un “possibile nocumento all’ordine pubblico e all’incolumità delle persone”; inoltre chiese di disporre necessari servizi negli scali più importanti al passaggio del treno, allo scopo di consentire l’accesso solo ai passeggeri forniti dell’autorizzazione delle Autorità alleate e del biglietto ferroviario. Cronistoria della tragedia Il 2 marzo 1944, il treno merci speciale 8015, creato per caricare legname da utilizzare nella ricostruzione dei ponti distrutti dalla guerra, partì da Napoli con destinazione Potenza, cambiando numero d’identificazione in 8017 a Battipaglia. Essendo molto lungo, quarantasette carri con un peso di 520 tonnellate, venne dotato di una potente locomotiva elettrica E 626 che, nella stazione di Salerno, per percorrere il tratto dopo Battipaglia, un duro valico tra Baragiano e Tito, fino al 1994 non elettrificata, venne sostituita dalle macchine a vapore FS 476.058 e 480.016, rispettivamente di fabbricazione austriaca (anni 1911- 1915) e l’altra, più potente, di produzione italiana (1923), con postazioni di guida ai lati opposti pertanto, nei momenti decisivi, i due macchinisti non poterono comunicare rapidamente prima di essere sopraffatti dai gas. La locomotiva 480.016 doveva essere inviata a Potenza come treno straordinario “O.L.” (“orario libero”, cioè orario non prestabilito). La collocazione in doppia trazione fu inevitabile, per la necessità di evitare due treni sullo stesso percorso e la consapevolezza che, da Baragiano a Tito, l’8017 avrebbe avuto bisogno di un rinforzo in coda, a causa della ripidità della salita, anche se di norma, in questi casi, una doveva essere posta in testa e l’altra in coda, per evitare l’accumulo di gas velenosi all’interno delle gallerie. Il treno partì verso Potenza alle 19:00. Sebbene fosse un treno merci, a bordo salirono centinaia di passeggeri, diretti soprattutto in Basilicata o Puglia per scambiare utensili e stoffe in cambio di cibo, molti dei quali provvisti di biglietto, che li qualificava quindi come passeggeri e non come clandestini, alcune delle quali perché il treno passeggeri del giorno precedente diretto a Bari era completamente occupato già alla partenza da Napoli. A Napoli, Salerno, Battipaglia ed Eboli, le principali stazioni toccate dalla linea, il treno si riempì di oltre 600 passeggeri, che trovarono posto in ogni punto possibile, portando il peso oltre le 600 tonnellate. Da considerare che tra Napoli e Potenza esisteva solo una relazione per viaggiatori, il treno 8021, che partiva dal capoluogo campano due volte alla settimana, il mercoledì e il sabato. Alle stazioni di Salerno e Battipaglia la polizia militare alleata cercò di far scendere i passeggeri sparando in aria con le armi d’ordinanza, ma questi tentativi furono inutili perché chi venne fatto scendere risalì sul treno qualche metro dopo. Ancora a Battipaglia vennero aggiunti altri vagoni merci che portarono la lunghezza complessiva del treno a oltre 400 metri per un peso probabilmente superiore ai limiti previsti per quella linea. Il treno arrivò dopo la mezzanotte alla piccola stazione di Balvano, appena oltre il confine campano, compresa tra due gallerie, fermandosi per quasi un’ora lasciando all’interno di una di esse quasi metà del convoglio. I passeggeri rimasti in galleria iniziarono quindi a intossicarsi già prima dell’arrivo nella galleria Delle Armi, luogo del disastro, nota per la scarsa ventilazione. Lasciata la stazione di Balvano il treno passò un primo tunnel, poi su un ponte d’acciaio [la copertura in cemento armato è stata realizzata in seguito al terremoto del 1980]; seguì un tratto all’aperto e delle aperture di ventilazione laterali che gli abitanti di Balvano chiamano i “14 finestroni”, seguiti da un’altra breve galleria e da un altro tratto all’aperto; altri “tre finestroni” e un breve tunnel affiancato da una galleria chiamata “sbagliata”, perché nel secolo scorso, durante la costruzione, fu scavata ed abbandonata perché non in linea con il tracciato. Fuori dalla galleria c’è un ponte che scavalca il torrente Platano e, a seguire, la galleria “Delle Armi” al cui interno, in fondo a destra, si intravedeva una luce che sembrava indicare la fine della galleria ma che, in realtà, è la luce che proviene dal condotto di aerazione, raggiungibile in mezz’ora, che dà nel vuoto e dal quale si vedono soltanto le pareti di roccia tra le quali scorre il torrente Platano. La giornata era poco ventosa, per cui la galleria non godeva neanche della normale ventilazione naturale, l’umidità della foschia notturna aveva bagnato i binari, rendendoli scivolosi e ardui da percorrere per un treno così pesante. D’altra parte pochi minuti prima dell’arrivo del treno, un’altra locomotiva a vapore l’aveva percorsa lasciando al suo interno un ristagno di gas. Alle 0.50 del 3 marzo il treno ripartì per un tratto in notevole pendenza con numerose gallerie molto strette e poco areate. Sarebbe dovuto arrivare venti minuti dopo alla stazione di Bella-Muro Lucano, ma alle 2.40 non era ancora stato segnalato. Era accaduto che nella galleria delle Armi, situata tra le stazioni di Balvano e di Bella-Muro Lucano lunga 1.692 metri con una pendenza media del 12,8%o (0,73°di inclinazione) e punte del 13%o, le locomotive cominciarono a slittare e il treno perse velocità fino a rimanere bloccato fermandosi a ottocento metri dall’ingresso, con fuori i soli due ultimi vagoni. Il macchinista Espedito Senatore, che guidava la locomotiva di testa tipo FS 480, prima di svenire tentò di dare potenza per superare lo stallo, il treno viaggiava a passo d’uomo, per raggiungere l’uscita al più presto invece il macchinista Matteo Gigliano e il fuochista Rosario Barbaro, nella 476.058, tentarono di invertire la marcia per retrocedere. La potenza applicata dalla 476 e l’inclinazione avrebbero forse permesso di sopravanzare la 480, ma il macchinista perse i sensi prima di aprire la valvola di regolazione, particolarmente dura su quelle macchine. I due macchinisti agirono in modo opposto, il primo spingendo in avanti e il secondo per cercare di retrocedere, il treno iniziò quindi a slittare sui binari umidi e si mosse avanti e indietro per alcuni minuti quando il frenatore del carro di coda, rimasto fuori dalla galleria, quando vide che il treno stava retrocedendo, in ossequio al regolamento che imponeva di manovrare il freno manuale, lo arrestò inchiodandolo al suo tragico destino all’interno della galleria Figura lasciando fuori soltanto due vagoni. Gli sforzi delle locomotive per riprendere la marcia svilupparono grandi quantità di monossido di carbonio e acido carbonico, facendo presto perdere i sensi al personale di macchina e, in poco tempo, anche la maggioranza dei passeggeri, che in quel momento stavano dormendo, venne asfissiata dai gas tossici che, in assenza di vento, potevano uscire dalla strettissima galleria solo tramite il piccolo condotto di aerazione. Macchinisti e fuochisti furono probabilmente i primi a morire asfissiati, tranne uno, che si salvò perché svenne e cadde giù dalla cabina finendo sopra un rigagnolo. d’acqua. Chi si salvò conosceva i rischi dei gas nelle gallerie o se ne rese conto per tempo, si coprì il volto con sciarpe o altri indumenti e uscì all’aria aperta ma gli altri, tra le 402 e le 626 persone, morirono intossicati dal monossido di carbonio rilasciato dalle locomotive, alcuni morirono nel sonno o con la sigaretta in mano, ignari del pericolo, altri non fecero in tempo a uscire dalla galleria e crollarono ai lati del treno, venendo poi calpestati da altri passeggeri in fuga. Camminando lungo i binari, il frenatore riuscì ad avvisare alle 5.10 il capostazione di Balvano che nella galleria il treno aveva numerosi cadaveri. Una prima ricognizione fu effettuata utilizzando la locomotiva del treno 8025, ma alle 5:25 la locomotiva dovette rientrare in quanto, a causa della presenza di molti cadaveri anche sulle banchine, era stato impossibile spostare il treno. I soccorsi, giunti verso le 7:00, trovarono centinaia di cadaveri, uomini, donne, bambini, soldati e ferrovieri che giacevano ovunque, a bordo e ai lati del treno, dall’imbocco della galleria fino a circa mezzo chilometro più in fondo. I sopravvissuti furono appena una ventina e i soccorritori riuscirono a rianimarli attraverso la somministrazione di latte, per provocare il vomito e la respirazione artificiale. I pochi che vennero tirarti fuori vivi ma privi di sensi dalla galleria ebbero danni cerebrali permanenti. Le locomotive, ancora accese, continuarono a rilasciare gas velenosi per ore, intossicando altri passeggeri. La situazione era talmente grave da non poter rimuovere il convoglio a causa dei corpi riversi anche sotto le ruote, pertanto la linea venne liberata alle 8:40 con l’arrivo di una seconda squadra di soccorso. Il convoglio venne trainato alla stazione di Balvano, dove i carabinieri avevano radunato dei volontari provenienti dal centro abitato e i corpi dei passeggeri vennero disposti in fila lungo i marciapiedi per alcuni giorni quando arrivarono da Potenza dei camion americani dove i cadaveri vennero caricati. Il prete ebbe il tempo solo per una benedizione. Gli inglesi volessero bruciarli in un campo vicino ma un cittadino, proprietario di un appezzamento di terra confinante con cimitero, lo donò per la sepoltura in quattro fosse comune, senza funerale. Tanti morti non vennero mai identificati e non mancarono episodi di sciacallaggio. Nel frattempo iniziarono a arrivare i primi parenti alla ricerca dei propri cari. Alcuni riuscirono ad averne le spoglie per dar loro una degna sepoltura, come nel caso del dott. Iura, noto chirurgo che, abbandonato il suo lavoro di consulente dell’Ospedale San Carlo di Potenza e dell’Ospedale Sant’Anna di Eboli, era ordinario di patologia chirurgica e di propedeutica clinica presso l’Università di Bari. Con sé, in quel viaggio, portò novanta studenti che dovevano raggiungere l’Università. Alcuni dei parenti delle vittime intentarono causa alle Ferrovie dello Stato, che declinarono ogni responsabilità, sostenendo che su quel treno merci non avrebbero dovuto trovarsi passeggeri ma quando i legali dei parenti delle vittime esibirono i biglietti acquistati dalle vittime (circostanza già emersa nel corso dell'inchiesta amministrativa e sottaciuta), i contenziosi giudiziari vennero transatti con la corresponsione da parte del Ministero del Tesoro di un indennizzo come se si trattasse di vittime civili in tempo di guerra comunque erogato dopo oltre quindici anni. Le responsabilità della tragedia Sulla vicenda ha aleggiato da subito il dubbio, per i testimoni, più di un dubbio, che si è inteso occultare le vere responsabilità per questioni di natura politico-militare. Nei momenti successivi alla tragedia la responsabilità dell'accaduto ricadde sui capistazione di Battipaglia, Balvano e Bella Muro in quanto, secondo i verbali, non si erano curati di accertare la posizione del treno che, pur partito da una stazione, non era giunto in orario in quella successiva e vennero sospesi dal servizio in attesa degli esiti dell'inchiesta, In realtà quando il treno aveva ancora tra le due e le tre ore di ritardo, il capostazione di Bella-Muro cominciò a preoccuparsi e ad attendere, come da regolamento, che il capotreno inviasse qualcuno per aggiornare sullo stato del treno, inviando un “guardalinee”, intorno alle 4:00 giunto alla Galleria delle Armi circa un’ora dopo, a causa della difficoltà per raggiungere il luogo del disastro. Inizialmente venne anche supposto che i macchinisti non avessero adeguatamente regolato le sabbiere, che avrebbero potuto evitare lo slittamento delle ruote. L’unico documento ufficiale integrale è il verbale del consiglio dei ministri del governo Badoglio del 9 marzo 1944, ore 16:00. La tragedia fu liquidata in poche righe, infangando la memoria di persone oneste fatte passare per “clandestini”: “Il Ministro delle Comunicazioni riferisce sul sinistro ferroviario della linea di Potenza il quale è da attribuirsi alla pessima qualità di carbone fornito dagli Alleati. I morti sono 517 […]. Tutti gli altri erano viaggiatori di frodo […].” Nel verbale risalta un dato contrastante (501 morti) con quanto riferito dal Ministro delle Comunicazioni nella stessa seduta (517 morti) inoltre la lunghezza della “galleria delle armi” è indicata di 1692,22 metri mentre secondo il cartello posto all’ingresso del tunnel è di 1968,78 metri. Sebbene l’inchiesta avesse preso in considerazione le testimonianze di funzionari e dipendenti delle ferrovie e di personale dell'esercito americano, l'incidente venne dichiarato ufficialmente dovuto a “causa di forza maggiore”, nonostante l'evidenza di plurime e gravissime responsabilità. All’epoca il Governo italiano era fortemente controllato dalle forze alleate, le quali tentarono di nascondere l’immane tragedia con una forte censura, col rendere inaccessibili tutti gli atti ufficiali, facendo sparire documenti e il resto lo fece la guerra… Qualche giorno dopo si ebbero altri due incidenti. Il 6 marzo 1944 si ebbe il decesso del fuochista della locomotiva 480.012 di spinta al treno 8140, Gennaro Tramutola, causato dal monossido di carbonio. i macchinisti riferirono che il carbone utilizzato era diverso dal solito, bruciava troppo velocemente e aveva una inferiore resa termica; il giorno dopo, invece, tre soldati che viaggiavano su un treno militare sulla linea Salerno-Potenza vennero intossicati, ma si salvarono, dal monossido di carbonio in quanto il treno percorse tutte le gallerie a bassa velocità. Nel verbale della Commissione d’indagine emergono le risposte del maggiore Wilson: “il carbone fornito a Grassano proveniva da Taranto, mentre quello di Potenza proveniva da Salerno. All’indomani della tragedia venne sostituito con un tipo gallese, di migliore qualità e resa che produce minori esalazioni dispetto ai diversi altri tipi di carbone precedentemente utilizzati”. È possibile trovare una correlazione tra il cambiamento di fornitura di combustibile e quanto accaduto nella Galleria delle Armi, e questo atto compiuto dagli Alleati sembrerebbe una ammissione di responsabilità. Un tentativo dell’allora sindaco di Balvano per accertarne le responsabilità fu prontamente distolto dalle autorità alleate. Le commissioni d’inchiesta, forse per paura di reazioni da parte degli Alleati, non andarono fino in fondo e su tutta la vicenda calò inevitabile il silenzio e venne l’oblio. Indubbiamente le responsabilità morali vanno ascritte ai nostri “liberatori”: erano loro che regolavano i trasporti, organizzavano gli itinerari, fornivano il carbone. In una pratica Figura 10: Notizia della tragedia su stampa R.S.I. dell'Avvocatura di Stato da una deposizione di un funzionario della A.M.G.O.T. (Amministrazione Militare Alleata dei Territori Occupati) risulta: "Tutti gli ordini relativi all'organizzazione, al movimento e ai servizi giungevano direttamente dal M.R.S. (Military Railways Service), ossia dal generale Gray e dal colonnello Horek", pertanto il personale di stazione e viaggiante non avrebbe potuto fermare il treno e/o deciderne la modifica. A causa dell’equilibrio dei poteri tra le amministrazioni italiane e il comando statunitense, non è facile risalire a chi avesse la responsabilità della gestione di quella particolare tratta. Le testimonianze di persone coinvolte a vario titolo, concordanti tra loro su diversi punti, discordano quasi completamente dalle versioni ufficiali, e ciò sembra alimentare ulteriormente il sospetto di un procedimento per “insabbiare” la verità. Il “Times”, nel 1951, confermò che “il Governo alleato si sforzò di occultare l’incidente per evitare l’effetto deprimente sul morale degli italiani” ma, con ogni probabilità, si volevano coprire le vere responsabilità e cercare di mantenere la fiducia da parte degli italiani nei confronti degli anglo-americani. Nel definire “viaggiatori di frodo” tutti i defunti c’era il chiaro intento politico di minimizzare l’accaduto, rendendoli morti di “serie B”, più facili da dimenticare. É indubbio che la responsabilità maggiore della tragedia va imputata alla scarsa qualità del carbone imposto dal Military Railway Service, fornito dal Comando Militare Alleato, di qualità nettamente inferiore a quello tedesco usato in precedenza, contenente molto zolfo e ceneri, che forniva meno potenza e rendevano poco affidabile il tiraggio dei fumi ostruendo le tubature della caldaia pertanto mancando un efficiente drenaggio dei fumi, all’apertura della bocca di lupo del forno, i gas ritornavano in cabina, intossicando il personale e rendendo difficile la regolazione del forno, una situazione che poteva causare improvvisi cali di pressione alla caldaia. Senza uno stretto controllo dell’alimentazione, infatti, la capacità di trazione scadeva notevolmente, fino a far fermare la macchina in salita e a rendere impossibile la compensazione dello slittamento sulle rotaie. Tutte cose che Francesco Mittiga, capo del deposito del personale viaggiante di Salerno, fece notare più volte agli Alleati, ma, come disse lui, “senza nulla ottenere, perché gli Alleati si rifiutavano di prendere qualsiasi provvedimento”. Da notare che utilizzando il carbone tedesco sulla linea in questione non si era mai verificato alcun incidente, nonostante la diffusa pratica del “viaggio di frodo” mentre in quel brevissimo arco temporale si ebbero tre incidenti sulla linea Battipaglia-Potenza, più uno analogo, ma con meno vittime, sulla linea Viareggio-Lucca, avvenuto il 15 marzo, con il carbone alleato come filo conduttore. Lo stesso Comando Militare Alleato organizzò un treno per verificare le condizioni dell’incidente, con il personale dotato di maschere ad ossigeno, che rilevò l’effettivo sviluppo di quantità anomale di gas tossici. Il disastro di Balvano è il più grave incidente ferroviario mai accaduto in Italia e fra i più gravi al mondo per numero di vittime.


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Filosofia

Dei falsi redentori

di Sergio Buarque de Holanda (introduzione di Alessio Begliomini)

PROLOGO "Lo spirito commerciale è lo spirito del mondo; è semplicemente lo spirito grandioso. Mette in moto ogni cosa e collega ogni cosa. Desta paesi e città, nazioni e opere d'arte; è lo spirito della cultura, del perfezionamento del genere umano. Lo spirito mercantile storico che si regola da schiavo sulla base di date condizioni, sulla base di circostanze di tempo e di luogo: ecco il bastardo dell'autentico e creatore spirito commerciale" ("NOVALIS") All'alba del Novecento nasce Sergio Buarque de Holanda, in Sao Paulo ove s'irradia grandiosa metamorfosi commerciale, che affiora, dell'ecumème europea sotto la Croce del Sud, la reale prudenza il chiuso mercantilismo di bottega vincitrice. San Paolo mèta precipua, d'allora e per decenni, della vasta emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo; e perno di movimento epocale di ricambio civile a una nazione, già di spiriti cordiali, quali venusti affetti-madre famigliari ora residui , soffusi a nimbo d'estinto nido. Sergio aderì al Modernismo, che Oswald Sousandrade di ritorno in Brasile da peregrinaggio in Italia, il '23, apriva in Patria a sostegno d'attese di quella sua gioventù i cui impulsi di risveglio son forma di metamorfosi cosciente dell'anima individuale; la Lingua stessa, d'acchito si colora e ed estende in altre fasi. Dopo il '29 per tre anni in Europa -Svizzera e Germania in primis- Holanda vi compone il proprio aureo mosaico formativo ove s'incrociano radici d'un pensiero audace - lume di sintesi sul proprio intimo cammino- con ansie condivise, in idem sentire d'ulteriori armonie al vivere globale , di domanda di svolta -per l'epoca e attuale- che ininterrotta trasale sovra questo irrigidito sociale terriccio d'aromi conviviali esausto, riverbero d'irrimediabili tanto imperfette monodie, con ciò fratto di spenti reinnesti da quéi cui, fino ad oggi, il giuoco politico asserve fiducia di genti ma respinte e impoverite ancora a massa di manovra. Così vira al nostro spazio di deluse mescolanze questo sollecito frutto: alimento e sprone, di vigile orientamento per questi tempi nòvi, a una e dinamica imparziale ricognizione. (Alessio Begliomini) DEI FALSI REDENTORI Il medioevo conobbe appena, le aspirazioni coscienti a una riforma della società. Le miserie del tempo costituiscono il tema dei canzonieri e delle cronache, non c'è posto in tale società per le creature che cercano la pace terrena sì nei beni e nei vantaggi di questo mondo.La comunità dei giusti è straniera sulla terra, viaggia e vive della fede nell'esilio e nella mortalità. Così Agostino d'Ippona afferma: "la città terrestre che non vive della fede aspira alla pace terrena, lo scopo che essa attribuisce alla missione dell'a autorità e della sottomissione , tra cittadini, è di ottenere un certo accordo della volontà umana circa gl'interessi di questa vita mortale". La mancanza di coesione nella nostra vita sociale non costituisce, dunque, un fenomeno moderno. Ecco perché commettono un grave errore quelli che credono che il ritorno alla tradizione, a una certa tradizione, sia l'unica difesa possibile contro il nostro disordine. I comandamenti e gli ordinamenti elaborati da codesti eruditi sono, in verità, ingegnose creazioni dello spirito, staccate dal mondo e ad esso contrarie. La nostra anarchia, la nostra incapacità di organizzazione duratura, non rappresentano, a loro modo di vedere, se non un'assenza dell'unico ordine ch'essi giudicano necessario ed efficace. A ben guardare, è proprio la gerarchia che loro esaltano ad aver bisogno di questa anarchia per trovare giustificazione e guadagnare prestigio. E sarà, comunque, legittimo un tale ricorso al passato in cerca d'uno stimolo per una migliore organizzazione della società? Non sarebbe, al contrario, appena un indice della nostra incapacità di creare spontaneamente? Le epoche realmente vive non furono mai tradizionaliste per deliberazione. La Scolastica nel Medioevo era viva, perché allora novità attuale. Sul terreno politico e sociale i principj del liberalismo sono stati un'inutile e onerosa superfetazione, non sarà attraverso l'esperienza d'altre elaborazioni ingegnose che incontreremo un giorno la nostra realtà. Tutto il pensiero liberal-democratico si può riassumere nella celebre frase di Bentham:"la maggiore felicità per il maggior numero di persone". Non e difficile capire che quest'idea è in contrasto diretto con qualunque forma di convivenza umana. Ogni affetto fra gli uomini si fonda su preferenze; amare qualcuno significa amarlo più di altri. C'è qui un'unilateralità che entra in aperta opposizione con il punto di vista giuridico e neutro su cui si basa il liberalismo. La benevolenza democratica è paragonabile in questo alla cortesia, risulta da un comportamento sociale ben definito, il quale cerca di orientarsi verso un equilibrio degli egoismi. L'ideale umanitario che nella migliore delle ipotesi esso predica è paradossalmente impersonale; si sostiene sull'idea che il maggior grado dell'amore sta per forza nell'amore al maggior numero di uomini, subordinando così ideali qualitativi alla mera quantità. Chiaro, che un amore umano esposto all'asfissia e alla morte al di fuori della sua cerchia ristretta non può servire da cemento a nessuna organizzazione umana concepita su scala più vasta. Potremo tentare l'organizzazione del nostro disordine secondo schemi di provata virtù ma vi sarà un mondo di essenze più intime che rimarrà sempre intatto, irriducibile e sdegnoso delle invenzioni umane. Voler ignorare tale mondo vorrebbe dire rinunciare al nostro stesso ritmo spontaneo, per una cadenza meccanica ed una falsa armonia. Lo Stato creatura spirituale si oppone all'ordine naturale e lo trascende; ma è pur vero che questa opposizione si deve risolvere in un contrappunto, perché il quadro sia omogeneo a sé stesso. C'è una sola economia possibile e superiore ai nostri calcoli per comporre un tutto perfetto con parti antagoniche. Lo spirito non è forza regolatrice salvo dove può servire alla vita sociale e le corrisponde. Le forme superiori della società hanno da essere come un contorno omogeneo di essa e da essa inseparabile; emergono di continuo dalle sue necessità specifiche e mai dalle scelte capricciose. E l'amore esasperato per l'uniformità e la simmetria sorge dalla carenza di vera unità. V'è, però, un demone perfido e pretenzioso, il quale lavora ad oscurare ai nostri occhi queste semplici verità. Ispirati da lui gli uomini si vedono diversi da quello che sono, cercano nuove preferenze e ripugnanze; è raro che siano le buone.


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Gerard Croiset

di Franco Giovi

Scendendo dall'empireo dei Maestri, per me, le figure degli occultisti per caso, hanno sempre destato un vivo interesse. Per alcuni versi, sentir parlare di reincarnazione da parte di un grosso bracciante portuale, totalmente privo di cultura occultistica, che ha vissuto fuori d'ogni dubbio, in lampi di straordinaria memoria, obbiettivata dai luoghi, azioni di un paio di millenni or sono, beh...è una di quelle cose che riescono ancora a sbalordirmi e a darmi una specie di intima allegrezza. In momenti simili, sento ridursi la densità, così massiccia, del mondo sensibile; ed è piuttosto l'occulto che irrompe, che mi dice che è presente, continuo. E io in ciò mi trovo bene, sono a casa, l'avessi dimenticato nel labirinto della banalità a cui, per intima disciplina, cerco di adeguarmi, smorzando ogni resistenza personale. Fa parte di tipi del genere Gerard Croiset (1909-1980) che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e sino agli anni Ottanta del secolo passato ebbe una sempre maggiore rinomanza in tutta Europa (tale che la nostra RAI, scarsamente usa al paranormale, fabbricò una miniserie sul personaggio virata sulla suspense del racconto poliziesco a causa dei tristi ritrovamenti di persone scomparse che Croiset quasi sempre rintracciava). Ma se tutto si esaurisse in ciò l'itinerario di Croiset sarebbe soltanto quello di una sorta di super rabdomante. Anzi, secondo le elevate opinioni dei gentiluomini che, con il CICAP, ci difendono costantemente dall'ignoranza superstiziosa, non dovrei concedere a Croiset neppure simile appellativo; ma il mondo fuori dal CICAP e dai suoi sodali, è disgraziatamente così intriso da velleità extrasensoriali (la polizia olandese ne fu, sino a gli anni Ottanta, esempio), che il Nostro fu così conosciuto e ampiamente onorato; ma ben più intrigante è stata l'evoluzione delle sue capacità, quelle che non interessavano alla polizia e che persino il suo scientifico angelo custode, il professor Wyatt Tenhaeff, tese a ridurre, un poco a demerito, come un "abbandonarsi a contemplazioni metafisiche". Ad esempio, Croiset si trovò a vedere e pure a scontrarsi con certi effetti di strani vortici collocati in determinate zone di un secondo corpo che esiste nell'uomo oltre il Velo e che una buona teosofa gli spiegò cosa fossero...Il materialismo ora trionfa nel mondo e queste stranezze sono state cancellate dalla lavagna della realtà: lavagna così ben pulita che sembra nera ma è soltanto il vuoto che la fisica cerca con apparecchi. Spinta fuori, nella materia, l'anima cade tra le due spirali cosmiche: ove trova soltanto nihilismo assoluto e odio satanico.


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Soglia d’Armonia: il pensiero nell’arte di Sigfrido Bartolini e un suo racconto esemplare

di Alessio Begliomini

Per metamorfosi stilla di vie nuove, il pensiero di Sigfrido Bartolini(1932-2007) nel tempo riaffiora raro dono, sapiente, del cuore -incòlto, a una trama d’arte sua anteriore densa d’estri primitivi e sòlti allora fra cordiali assuefazioni al modo dei simboli, motivi d’atrofia del proprio acerbo vero -i simboli sono mistificazioni. Testimonianza matura d’altra Forma, dal colore: di solinghe case rivierasche il bianco e il bleu ardente in orizzonte a contrappunto, riparo d’aure arcane in mondo. Per aspre vie misteriosamente schiaritesi a intimo cielo, negli anni, di prodiga ulteriore giovinezza, Bartolini ascese, si può intuire, verso una soglia del ricordo:sovrasensibile; verso armonia che plasma e riverdisce in ciclo il mondo e questo cova e tende, per l’uomo al suo cosmico avvenire -diviene così l’arte genuina di Sigfrido solare vocazione bellezza mediatrice; questo pensiero, avvento di risveglio suo precipuo nell’attesa, accolto in èstethos rivelatore ininterrotta sottile corrispondenza tra ogni vita, dimora ritmi già serenatori - al prossimo ne orienta, condiviso alle altezze, terrestre cammino". "Tutto è memoria" (di Sigfrido Bartolini). Per punire gli uomini della loro superbia Mnemosine abbandona il mondo; gli uomini, senza memoria, tornano allo stato animale e gli dèi s’addormentano nell’inaccessibile Olimpo. L’Aurora s’avvolge nell’ampio scialle azzurrino e Febo incita i sonnacchiosi cavalli, il carro stride e per la bianca via conduce il Giorno. L’Olimpo è ancora avvolto in una coltre rosata e le celesti dimore son chiuse; le persiane verderame, sull’avorio caldo delle facciate, son come grandi foglie intese a nascondere antiche pudicizie. Da una finestra ampia come quella d’un fienile, Febo giocondo insinua i suoi raggi e accende con lampi guizzanti la faccia adombrata di Giove. Il Padre degli dèi si desta, resta un po’ immobile come a riordinare le idee, infine s’alza e spalanca la finestra con gesto di stizza verso Febo che gli confonde la vista. La pianura si stende a perdita d’occhio e con gli olivi incolti sembra voglia arrampicarsi fino alle eccelse dimore. Il Padre degli dèi non ricorda a che ora sia andato a letto, deve aver conversato molto con Bacco la sera prima poiché per quanti sforzi faccia non riesce neppure a ricordare in che mese si sia. Gli sembra tutto così lontano...A guardare le gemme già turgide e il colore nuovo di certe erbe munite si potrebbe pensare a marzo o ad aprile, anche se nelle forre vòlte a bacìo, lungo i fianchi dell’Olimpo, restano bianchi fisciù a mentovare che l’inverno non è passato da tanto. Da una viottola, quasi nascosta dai rovi, arriva correndo Cupìdo e volgendosi per salutare Giove incespica nella troppo ampia farètra e per poco non si ritrova disteso sul brecciato sparso. “Dove corri così a precipizio da rischiare il tuo faccino sull’aguzzo pietrisco. Fermati un po’, Cupìdo, se non hai lavoro straordinario da condurre a termine!”. “Ho appena ripreso il lavoro e già le ordinazioni si moltiplicano, dopo secoli di letargo riprendere il servizio costa fatica, ti hanno messo al corrente di tutto?”. “Di tutto che cosa? So soltanto di avere le idee molto confuse, per certo ier sera il vecchio Bacco mi fece compagnia più dell’usato”. “Ah! ah! ah! Questa è bella davvero, il padre degli dèi non sa ancora niente e crede d’essersi svegliato in preda ai fumi di Bacco, ma bene! Vorrà dire che ti narrerò io le vicende passate, povero vecchio! Un tempo saresti stato il primo ad essere informato ma quel tempo sta tornando non dubitare”. “Se sai qualcosa di nuovo raccontamelo in succinto e non fare tante commiserazioni che non ne ho bisogno!”. “Quanto all’averne bisogno... lasciamo perdere e per tutta prima sappi che abbiam dormito tutti per parecchi secoli! Se ti ricordi bene, eri proprio tu a lamentarti del comportamento degli uomini verso di noi. trascuravano i sacrifici, spesso ci offendevano od ostentavano indifferenza e i templi poi cadevano a pezzi, solo quando c’erano parecchi milioni di mezzo se ne faceva parzial restauro, o non ricordi?” “Certo! E poi?” “Poi, a lungo andare, le cose peggiorarono, non solo ci mancarono del rispetto dovuto ma pretesero di sistemare anche noi secondo le loro più moderne teorie. Ricorderai quel filosofo ateniese che se ne venne fuori con una specie di statalismo...”. “Baggianate da riderci a veglia, gli uomini lo sanno ormai che lo stato è il peggiore degli amministratori, il più inumano de’ padroni e così via, quindi...”. “I seguaci di questo signore furono milioni, si raccolsero a Sparta e il mondo si divise in due”. “Meno male che una metà intelligente rimase a salvarlo: una metà è più di quanto basti”. “E invece nossignore! L’altra metà, raccolta in Atene, abbracciò una curiosa sorta di democrazia, il grande idolo del secolo, e con grandi e demagogicissime chiacchiere si pretese, in nome dell’uguaglianza, che un uomo della tempra di Pericle avesse lo stesso diritto, alle sorti dello stato, dell’ultimo analfabeta, non solo, contando il voto d’ogni persona allo stesso modo, accadeva che due analfabeti battevano Pericle a maggioranza e governavano lo stato”. “Codesta mi pare troppo grossa, dimmi che scherzi!”. “Magari! Invece è pura verità. Aggiungi poi una sorta di progresso della scienza inteso a render tutti felici concedendo a d ognuno il depilatore meccanico e il profumatore ad azione permanente, e il quadro ti potrà bastare!”. “Ma dico io, o i miei sacerdoti? O le vestali? O il sommo sacerdote che dovea rappresentarmi in terra non riesciron forse a ricondurre gli uomini alla ragione? Non li minacciarono della mia collera?” “Povero Giove! Si vede proprio che negli ultimi tempi t’eri estraniato da loro. I tuoi sacerdoti furono i primi ad adeguarsi al clima da Bengodi, vollero vestirsi alla moda e promulgarono riforme su riforme. Prima di tutto pretesero di riformare noi: si disse che il dio Marte non era mai esistito e se ne vietò il culto, sai, gli uomini credettero d’essere improvvisamente vénti tutti santi, parlavano sol di pace e fratellanza, parlavano...il Dio della guerra parve allora un assurdo e se massacri vi furono li chiamarono offensive di pace. Venere subì sorte consimile, poiché l’amore fu ignorato come fatto sociale e le sue vestali, private del tempio e in attesa di venir rieducate ad altri usi, celebravano sacrifici sulle pubbliche vie all’imbrunire”. “Ma tu mi parli di tutte queste cose senza dirmi ove avvennero: in Atene o a Sparta?”. “Non occorre precisare: non passò molto che i due sistemi si fusero, grazie ad oculata, lungimirante politica del tuo sommo sacerdote; si fusero prendendo, ovviamente, il peggio d’ognuno, e i più prepotenti (sebbene più coerenti), cioè gli spartani, fecer la parte del leone”. “Sangue di Bacco”. “Calmati Giove e lascia star Bacco (ch’è divenuto, non più dio della vite, protettore di bibite gasate e acqua minerale sintetica). Tutto proseguì al peggio e gli uomini, nel loro folle delirio, in un primo tempo celebrarono riti e sacrifici per noi con un veloce sistema self-service automatico, poi trascurarono anche questo: il fuoco sacro si spense e noi restammo isolati da loro”. “E oggi a che punto siamo?”. “Il tutto durò a lungo, finché Mnemosine, la brava memoria, prese la nostra rivincita. un bel giorno lasciò il suo lavoro e si ritirò in un eremo; noi cademmo in un sonno tranquillo e gli uomini, non ricordando più niente, si sparsero tranquillamente per le campagne e tutti i loro fantasiosi quanto inutili ordigni furono preda del tempo che li dissolse”. “Sono curioso di sapere. Che avvenne dopo?”. “La terra annoverò tra la specie animale anche certi curiosi bipedi dal vago aspetto d’uomini ma del tutto simili alle bestie; solo l’istinto ormai li guidava, spenta in loro ogni capacità di pensiero”. “Bene! Voglio divertirmi a bersagliare qualcuno dei miei zelanti sacerdoti o il principale in persona, son curioso di vedere con quale ventaglio si soffierà le scottature allor che gli abbrucierò la toga!... Ma dimmi ancora, com’è che ci siamo destati e di quale lavoro stavi parlando quando sei arrivato?”. “Un bel giorno mi sono destato al richiamo, come un tempo, dei miei sensi vibranti e per antico istinto ho afferrato l’arco e la ferétra e son volato là dove gl’impulsi di richiamo partivano: volando verso la pianura di foreste rigogliosa e di boscaglie amenissime, arrivai verso le rive d’un torrentello sassoso che scorreva a sbalzi insinuato in un ombroso pendio; mi fermai al riparo d’un rovaio e potei così assistere al felice risveglio”. “Sarebbe a dire?”. “In un bozzo chiaro di quel ruscello, una femmina degli uomini si bagnava, bella come le nostre ninfe e con quel tanto di selvaggio che rende eccitanti le donne: si bagnava ignara, convinta d’esser sola, invece un maschio la guardava fissamente, nascosto dietro un tronco di betulla, pareva studiasse i movimenti per lanciarsi all’assalto della preda”. “Assalto? Allora era un bruto!” “S’erano ridotti allo stato animale, che avrebbe potuto far quel maschio, trasformarsi in cigno?... M’aspettavo di vederlo scattare da un momento all’altro e infatti si provò ad avvicinarsi ma, prima ancora d’esser visto da lei, tornò indietro, si guardò intorno, adocchiate certe more mature ne colse un po’: con esse s’avvicinò alla femmina in atto d’offerta. La femmina lì per lì s’impaurì e fe’ l’atto di fuggire ma c’era qualcosa d’innocente nello sguardo rapito di lui e restò ferma senza accettare i frutti, allora lui lasciò cader le more, che finirono nell’acqua e andato al ciglio colse dei fiori e con essi tornò alla ragazza: gli sguardi s’incontrarono e un lieve rossore entrambi pervase; come lui rivolse la nuova offerta, lei abbassò la testa lentamente, protese la mano, pareva di quei fiori felice e li carezzava, allora l’uomo, fattosi coraggio, le afferrò le mani e, restando un poco con gli occhi negli occhi, li vidi abbracciarsi, mentre i fiori, dimenticati, s’allontanavano portati dall’acqua. non so come avvenne. mi ritrovai con due frecce in meno e quasi non sapevo d’averle io scoccate”. Il meriggio pareva essersi fermato e dalle fitte verzure azzurri spiragli di cielo sembravano curiosare con me, non c’erano canti d’uccelli in quell’ora ferma, solo lo stridere unito delle cicale, commisto al romore dell’acque, accompagnava il palpito nuovo dei due giovani amanti. Credevo d’esser l’unico spettatore e mi chiedevo stupito come tutto questo potesse accadere, ma in un folto d’allori scorsi Mnemosine, la quale sorrideva commossa. (Sigfrido Bartolini).


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Informatica

OrCAM MyEye 2.0

di Mario Lorenzini

Alcuni di voi conoscono già questo dispositivo; e io pure, da un pezzo. Se adesso scrivo per farlo conoscere a chi non ne ha mai sentito parlare, o chi ha usato versioni più vecchie, è perché in questi ultimi tempi qualcuno lo ha pubblicizzato. Nel mese di maggio, ma era già successo precedentemente, Annalisa Minetti, ospite a Domenica LIVE, si è presentata con questi occhiali che, a detta sua, le consentivano di vedere. La nota showgirl, non vedente da anni, ha voluto condividere la sua esperienza nel programma pomeridiano di Barbara D’Urso. Annalisa ha esordito con un’espressione del genere: “torno a vedere”. Successivamente alla trasmissione, un coro di contestatori, non vedenti e loro associazioni, si è levato contro di lei per la sua eccessiva “enfatizzazione” del prodotto. Prima di passare alle note tecniche, vorrei chiarire la questione. La frase di Annalisa può forse risultare illusoria; molti ciechi hanno già esperienze di vari ausili che sopperiscono alla mancanza del senso della vista. Ma ciò non significa inviare le stesse informazioni percepite dagli occhi al cervello; forme, colori, distanze, ecc. Niente di tutto questo, almeno per ora. I supporti tiflotecnici cercano di individuare oggetti, caratteri di stampa e altro. Il tutto ci viene restituito in una forma interpretabile dagli altri sensi che abbiamo, generalmente tatto e udito. Avremo perciò dei lettori di schermo che saranno capaci di riprodurre le righe di testo a voce, tramite sintesi vocale o, in alternativa, su un dispositivo in grado di ricreare i simboli del Braille. A questo punto vorrei spezzare una lancia a favore della Minetti. La condizione di non vedente è deprivante, costringe a rinunciare a certe attività. Si può compensare, più o meno parzialmente, grazie alla presenza di una persona vedente. Ma qui si crea una situazione di dipendenza che, se da un lato consente di risolvere il problema, dall’altro lato, mette ancor più in evidenza il bisogno, l’incapacità di poter “essere all’altezza”, con le nostre sole forze. Si può avere una ricaduta psicologicamente negativa. I moderni ausili invece, sono come degli strumenti alle nostre dipendenze. Non si lamenteranno mai o diranno che sono stanchi di assisterci. Li utilizzeremo come e quando vorremo. E anche quel piccolo sforzo che facciamo per imparare a usare quella tecnologia, spesso ci gratifica. Ovviamente, ci sono soggetti più disposti verso l’informatica, altri useranno sistemi più semplici. Ma si sta comunque cercando di andare in direzione della semplicità, dell’intuitività. Quindi, tornando ad Annalisa, se il prodotto le ha portato giovamento, non solo dal punto di vista pratico, ma ha aumentato l’autostima di sé, questa è la sua sensazione ed è sicuramente un valore aggiunto al dispositivo. OrCAM MyEye nel dettaglio Per i pochi profani che ancora sono analfabeti in lingua inglese, la seconda parola “MyEye”, da intendersi separata, my eye, significa il mio occhio. Nella prima parte della parola troviamo la porzione “CAM” che sta per camera, cioè videocamera. Le due lettere iniziali sono probabilmente una versione evoluta della sigla OCR (optical character recognition), riconoscimento ottico dei caratteri, che non limita la potenza di questo strumento al solo testo. Allora, precisiamo che, anche se non solo la Minetti, ma anche nelle brochure esplicativi, nei video su internet e sul sito, il prodotto sembra avere la forma di un paio di occhiali. Questo è forse il primo fattore fuorviante in quanto si tratta di un piccolo cilindro/parallelepipedo che, in effetti, si aggancia magneticamente o a clip, ad una montatura di occhiali. Ma qui finisce l’analogia con lenti e loro utilizzo. È solo un appoggio, lateralmente sulla stanghetta a lato della lente che, naturalmente, può essere da sole o neutra. È un dispositivo cosiddetto wearable, vale a dire indossabile. Pensate ai visori per la realtà virtuale o aumentata. La differenza sta nell’uso quotidiano in faccende abituali, ecco perché si abbina di solito a occhiali e non a una maschera ottica ingombrante. E, per l’appunto, che dire dell’ingombro? La nota positiva riguarda il peso e le misure ridotte. 22 grammi e mezzo condensati in 76x21x14,9 mm. La risoluzione della videocamera si attesta sui 13Mpixel. A questo punto, si capisce che il punto di forza di questo minuscolo aggeggio è la sua portabilità. La non certo elevatissima risoluzione grafica fa intendere che la buona riuscita dell’intercettazione sia affidata al software. Un algoritmo per il riconoscimento di testo, codici a barre, colori, volti di persone, di tipo proprietario. Con molta probabilità la società sviluppatrice ha impegnato notevoli risorse proprio su questo campo. Il resto lo possiamo considerare un piacevole accessorio: dalle auricolari bluetooth al caricatore rapido. Il manualetto di poco meno di trenta pagine spiega le poche parti dei componenti e come si svolge il funzionamento. Sì perché OrCAM MyEye è comandato da una ventina tra gesti e comandi vocali. Puntare il dito su un oggetto, lasciare che la videocamera inquadri il dito, che fungerà da puntatore. Si svilupperà il campo di azione del dispositivo. Quello che ha di diverso dagli altri ausili incontrati finora, è la sua vicinanza alla naturalità delle azioni. Si poteva leggere un libro anche prima, con scanner e pc, recentemente anche con app su smartphone; Però si aveva bisogno di un piano di appoggio uniforme, su cui posare il testo, poi con il cellulare “fotografare” e attendere, spesso con qualche errore, la vocalizzazione. Ma vi immaginate fare lo stesso con un libro in mano, comodamente seduti sul divano di casa vostra? Appoggiate pure sulle ginocchia il vostro romanzo e, come se voleste voltare pagina, con il dito indice puntate l’inizio della pagina stessa. Di lì a pochi istanti sentirete lo screen reader in azione. Ripeto che stiamo parlando sempre di ausili, non di protesi che si sostituiscono o si affiancano ai vostri occhi. Ma il livello di semplicità e di esecuzione delle operazioni nei modi più vicini allo stesso modo di chi vede, rende, psicologicamente parlando, questo apparecchio un gradino al di sopra di tutti quelli presenti fino ad oggi. Quanto costa? E veniamo alle dolenti note. Come tutte le cose ad alto contenuto tecnologico e, purtroppo o per fortuna, poco diffuse, il prezzo risulta essere elevato. Se volete togliervi lo sfizio potete trovarlo facilmente anche su amazon per poco meno di 5.000€ (4.725 per l’esattezza). Questo è quanto risulta al momento in Italia. In alcuni paesi il sistema sanitario locale interviene perlomeno parzialmente. Da noi, ad oggi, nulla del genere. Sul sito americano della Orcam technology, www.orcam.com, potete trovare informazioni aggiuntive e proposte d’acquisto forse più interessanti. Come fratello minore di OrCAM MyEye è presente anche OrCAM MyReader, improntato prevalentemente alla lettura di testi, con un costo inferiore. Non è ben specificato ma, siccome entrambi hanno dimensioni e peso identici. Per cui, credo di intuire che l’unica differenza sia nell’implementazione di un upgrade del software, magari da acquistare successivamente, pagando la differenza. Conclusioni Orbene, impressioni personali di chi ha provato questo dispositivo a parte, la mia idea è che OrCAM MyEye sia senza dubbio un ausilio su cui rivolgere la nostra attenzione. Se tralasciamo il costo, ancora alto ma che, prevediamo nel prossimo futuro scendere, siamo a un livello di facilità d’uso/risultati finora difficilmente riscontrabili, specie se aggiungiamo il fattore trasportabilità. Purtroppo non vedo l’oggetto reperibile sui principali siti italiani di ausili per non vedenti. E il prezzo poco c’entra. Forse sarebbe il caso che il nostro Sistema Sanitario Nazionale si prendesse carico di questa ulteriore opportunità di emancipazione sociale per i ciechi italiani.


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Facebook: il più asociale dei social

di Mario Lorenzini

Ho già accennato alla questione in un mio video sul web. È la censura che FB applica ad alcuni commentatori, che mina la valenza e lo scopo fondamentale del social per eccellenza: lo scambio di qualunque opinione, punto di vista, pensiero personale. Posso capire parzialmente l’utilizzo di un algoritmo capace di individuare parole scurrili, sostituendo alcuni caratteri con asterischi; già così le persone capiscono qual è la parola intera incriminata. In altri casi ci si sposta su fronti molto più avanzati. È il caso di commenti sulla politica, su personaggi in vista sui quali nulla si può dire o, come di questi tempi, sull’argomento del momento, il Covid-19. Immaginatevi di essere in 10, 100 o più, in un salone o auditorium. Chiunque con la possibilità di espressione libera, nel rispetto, più che altro, del diritto di replica. Trasponiamo questa situazione in formato social: qualcuno apre la bocca, o meglio digita ma, contrariamente alla grande stanza, c’è qualcuno che intercetta quello che state scrivendo e, prima di metterlo a disposizione degli altri, decide, con regole sue, di pubblicarlo oppure no. Insomma, questo controllore si arroga il diritto di chiuderci la bocca, di non mettere gli altri a conoscenza del nostro scritto, sì sì, però i membri non sapranno che stavamo scrivendo. Indipendentemente dal modello utilizzato per impedire la nostra comunicazione, chi dà diritto alla creatura di Zuckerberg di oscurare le nostre parole? Impedire che giungano alla pletora di internauti che popola il web? Beh, c’è chi afferma la liceità di Facebook a dettare le proprie regole solo perché soggetto privato. Guardate che la potenzialità di un social è proprio quella di far conoscere e diffondere, anche spunti sbagliati, per dar luogo a riflessioni e dibattiti, anche accesi, che portino a una naturale scrematura delle inesattezze o alla meditazione su fattori incerti. Evidentemente, ciò che si cerca di contrastare, è proprio il raggiungimento della verità. O l’instradamento verso una verità conforme ai canoni del social. O, forse, ancora, allineata ad altri soggetti, ben più potenti, che foraggiano persino Facebook. Ma FB ha fatto i conti senza l’oste. Molte sono le persone già amiche che si conoscevano senza aver mai avuto accesso a social. Loro si scambiano comunque messaggi e telefonate. “Sai che ti volevo dire, l’ho scritto su FB ma non me l’ha fatto pubblicare…”. Certo è che le malefatte del cattivo si vengono0 a sapere lo stesso, in molti casi. Ma come viene attuata questa reprimenda? Impedendo la condivisione di contenuti per un certo lasso di tempo. Poi si ridà la libertà al membro. E se si è recidivi? Nella fattispecie, il tempo di interdizione dal social aumenta ad ogni violazione prevista. 24 ore all’inizio, poi si passa anche a 3 giorni, una settimana e così via. Un po’ come un genitore punisce il proprio figlio che commette dei guai, aumentando di volta in volta l’entità della punizione. Ma qui si tratta di casi limitati a un nucleo familiare; il padre può anche sbagliare, nel modo o nell’essere eccessivo o aver la mano leggera col figlio. Quindi opinabilità dell’azione. Ma su un social a spettro mondiale, come si fa a imporre delle normative tanto sempliciotte quanto di parte? Il tutto poi, gioca a favore della presenza sul social stesso. Fatto è che c’è chi ha cancellato il proprio account. Chi è sempre stato restio all’adozione di FB, e si è poi ritrovato con una bella X sulla faccia senza poter dire liberamente quello che desidera, ha abbandonato il social. E molti sostenitori di blog e siti personali tendono e tenderanno sempre di più a riempire questi siti web di contenuti, a sfavore di facebook. Il bello di Facebook è la gratuità. Ma se consideriamo alcuni provider che offrono hosting e spazio web a costi molto bassi, accessibili a chiunque, assisteremo, prima o poi, al seguente scenario: Facebook si svuoterà di tutti quelli che hanno una vena di libertà, conoscenza e professionalità. Questi soggetti si indirizzeranno verso soluzioni personali come quelle accennate sopra (siti personali, spazi web gratuiti anche senza dominio personalizzato, blog, ecc.) Sul social rimarranno soltanto chiacchiericci frivoli e dozzinali, o purtroppo allineati a stringenti dettami di quel pensiero superiore, altro che socializzazione. E allora… se siete persone libere, e liberamente volete portare avanti un concetto, scordatevi di utilizzare le richieste di amicizia tipiche di Facebook. Sarete costretti (piacevolmente) a migrare su altre piattaforme con soluzioni ad hoc. Se poi volete farvi due risate estemporanee la sera dopo il lavoro, o augurare buon compleanno a tutti quegli amici cdi cui, puntualmente, dimenticate la data di nascita, allora restate pure su Facebook. A voi la scelta.


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Medicina

Quinoa: la felicità di arrivare a settembre in forma!

di Anadela Serra Visconti

A volte cerchiamo la felicità quando ce l'abbiamo sotto il naso: è il caso di un cibo come la quinoa, che ci fa benissimo e che ormai troviamo in tutti i supermercati, oltre che nei negozi bio. Utilizzata dalle popolazioni andine e coltivata a 1800 metri d'altezza , ha talmente tanti vantaggi nutrizionali da renderla veramente un superalimento, anche per mantenere o recuperare la linea dopo un'estate piena di bagordi. La quinoa non è un cereale. Benchè la si possa usare come tale, al posto della pasta o riso, per accompagnare carni, pollo , pesce, verdure e legumi. Con la differenza che a paritá di peso, dopo la cottura ( si fa bollire per 18/20 minuti in acqua ), la quinoa ingrassa 3 volte meno del riso o della pasta , ha un più basso indice glicemico , è alcalinizzante ed anti- infiammatoria per l'apparato gastrointestinale e per il fegato. Una porzione di 100gr di quinoa cotta apporta circa 100 kcal. contro le 300/350 kcal. di pasta o riso. Assolutamente, quindi, da provare come contorno o come primo piatto. Non è un cereale, ma fa parte della famiglia degli spinaci e delle barbabietole, con cui condivide un ' importante sostanza., la TRIMETILGLICINA che ha funzioni protettive sul cuore e sul DNA cellulare con un'ottima funzione anti-invecchiamento. Gli Incas la chiamavano "la madre di tutti i semi". Di fatto la quinoa è ricca in fibre, fosforo, ferro e zinco ed è il vegetale che più possiede aminoacidi essenziali ( utili per formare le proteine), grassi insaturi che regolano il colesterolo ed essendo totalmente priva di glutine , puó essere consumata anche dai celiaci. La sua azione cardioprotettiva si esplica con una riduzione dell'omocisteina, ovviamente se la quinoa viene consumata in piccole quantità in modo regolare,quotidianamente. Grazie alla sua TRIMETILGLICINA ( che si estrae anche dalle barbabietole da zucchero) la quinoa regola anche la produzione di serotonina, di dopamina e di melatonina. In sintesi, che fare quindi per tornare in forma, in linea e perfino di buon umore? Consumare 80/100 gr di quinoa bollita al giorno, da sostituire a pasta, riso e pane o per preparare colorite insalatone (anche per i sportivi che hanno bisogno di alimenti proteici). I popoli Andini hanno una lunga tradizione in quanto a mantenere un fisico resistente ed efficiente. Cerchiamo anche noi di superare in modo eccellente le altezze e le avversità della vita con un pieno di energia!


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Labbra in primo piano

di Anadela Serra Visconti

Le foto di David La Chapelle possono essere molto stimolanti e caricarci positivamente. Da notare la sua critica verso gli eccessi dell'estetismo, nella correzione del volto e del corpo maschile e femminile: labbroni stile "canotto", seni gonfiatissimi, stereotipi da Barbies maggiorate e attempate. Non di meno la paura di invecchiare fa parte di tutti noi ed è più che legittima. Ma c'è chi non sa fermarsi, chi non si vede con obiettività e non si rassegna al passare del tempo. Non si possono dimostrare 18 anni a 50 e più. Il segreto è quello di portare bene la propria età. Anzi , oggi , forse arriviamo con cure estetiche appropriate a dimostrarne 10 di meno, con naturalezza. Solo questo ci rende eternamente belli e ci da fascino senza età. Nelle foto-ritratto di LaChapelle vediamo l'eccesso che porta alla deformazione e alla volgarità. La medicina estetica seria, al contrario, propone correzioni molto più “soft” e adeguate alla propria età. Nella foto si vede, inoltre, che è stato iniettato silicone (attualmente vietato per legge). Oggi si possono ringiovanire le labbra senza arrivare a questi orrori, con piccole infiltrazioni di acido ialuronico, un materiale morbido, anallergico e riassorbibile, che ci permette di ottenere labbra naturali. Niente effetto “papera” o “canotto”, solo un leggero volume e turgore in più, che riarmonizza il volto. Utile per le persone giovani (donne e uomini) con labbra sottili o nell'età più adulta per ringiovanire le labbra e cancellare il cosiddetto “codice a barre”. Le correzioni sono belle quando non si vedono: migliorare senza cambiare.


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Novità in Sanità Pubblica: X, XI e XII parte

di Stefano Pellicanò

A) SARS- Covid19 e salute mentale dei minori: prepararsi agli effetti psicologici post-pandemia Abbiamo già scritto sugli effetti devastanti sulla salute psichica, da quando è comparsa la pandemia, ultimi articoli SARS-CoVid-19: Fase 3 e l’aumento delle psicopatologie (settembre 2020) e SARS-CoVid-19 problemi psicologici (marzo 2021). Considereremo adesso gli effetti psicologici causati dallo stress dell’attuale pandemia sulla salute mentale di bambini e adolescenti consistenti in disturbi d'ansia, sonno, facile irritabilitá, regressione, dopo aver sperimentato varie forme di limitazione della propria autonomia di movimento, compresa la sospensione della frequenza scolastica e di potersi relazionare/giocare coi loro pari età. Questi effetti possono essere gestiti e ridotti quanto più precocemente genitori e pediatri intervengono per evitare che lo stress diventi tossico. Molte ricerche segnalano che gli alti livelli di stress e isolamento possono influenzare lo sviluppo psico-fisico di bambini e adolescenti, anche a lungo termine, pesando maggiormente su chi si trova in situazioni di povertà socio-economica e educativa. In una ricerca dell'Università di Harvard, di marzo e aprile, su un campione di 3.453 soggetti per l'Italia hanno partecipato l'Ospedale pediatrico Gaslini e l'Università di Genova. É emerso che nel 65% dei bambini italiani under 6 anni e nel 71% over 6 anni ci sono stati problemi comportamentali e sintomi di regressione, nei primi soprattutto aumento dell'irritabilità, disturbi del sonno e d'ansia (inquietudine, ansia da separazione) mentre nella fascia 6 - 18 anni sono prevalsi disturbi d'ansia, sensazione di mancanza d'aria e del sonno. Uno studio dell'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, su 300 studenti, ha evidenziato che ansia, depressione, alterazione dei ritmi del sonno e della quantità e della qualità dell'alimentazione sono le principali conseguenze sugli adolescenti di oltre un anno di emergenza sanitaria da pandemia. La mancata assistenza psicologica comporta un aumento dei casi clinici di ansia e depressione che se non trattati possono facilmente diventare cronici. Il SSN si deve pertanto preparare agli effetti psicologici post- pandemia, infatti sintomatologie come ansia e depressione finora “confinate” nel contesto emergenziale sono purtroppo pronte a manifestare i loro effetti a lungo termine con effetti devastanti. I sintomi inizialmente possono manifestarsi in forma attenuata, come accaduto in altri momenti storici ad alto impatto stressante (es. guerre, catastrofi naturali) per poi presentare il conto più alto nel “post”. In pratica quando la pandemia terminerà non terminerà l'emergenza, nel senso che ci ritroveremo di fronte ad una vera e propria emergenza psicologica, bisognerà quindi attenzionare specialmente le fasce sensibili della popolazione, cioè bambini, adolescenti, anziani, persone con disabilità, insieme a tutti noi che ci ritroveremo a convivere con l'idea del contagio che prima nella nostra mente forse non c'era. Emerge l’importanza dell'atteggiamento protettivo e di supporto dei genitori nel modulare le reazioni emotive dei figli legate allo stress ma anche degli insegnanti, coinvolgendo dei professionisti sanitari impegnati sul territorio nella promozione della salute e in ambito pediatrico, psicologico e neuropsichiatrico, in collaborazione con la scuola. Lo Stato, d’altra parte, deve farsi trovare pronto a garantire l'assistenza psicologica ai cittadini prevista già da tempo dai nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). B) Parametri per gli obblighi vaccinali della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo Secondo una costante giurisprudenza la vaccinazione obbligatoria costituisce un’ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata (art. 8 Convenzione) ma nella sentenza n°116 dell’8/04/2021, che trae origine dal ricorso dei genitori di alcuni minori di nazionalità ceca che avevano lamentato l’ingiusta preclusione all’iscrizione alla scuola di infanzia dei minori non vaccinati, ha indicato le eccezioni a questa regola, al comma 2, prevedendo delle condizioni specifiche. - La normativa in presenza di una specifica previsione di Legge dovrebbe essere adeguatamente accessibile e formulata con precisione affinché i cittadini conoscano le regole e le conseguenze della loro violazione; - tutela del diritto alla salute e alla libertà altrui, l’obbiettivo delle vaccinazioni è quello di proteggere dalle malattie i riceventi e, indirettamente, anche coloro che non possono essere vaccinati e che si trovano quindi in uno stato di vulnerabilità; - ciascuno Stato democratico deve valutare il giusto equilibrio fra interesse pubblico e interferenza nella vita privata Infine in considerazione di rischi molto rari, ma indubbiamente molto gravi per la salute di un soggetto, è essenziale prendere le necessarie precauzioni prima della vaccinazione, controllando in ogni singolo caso la presenza di possibili controindicazioni, monitorare la sicurezza dei vaccini in uso e adottare normative che prevedano la possibilità di ottenere un risarcimento in caso di lesioni alla salute. C) Social e Deontologia medica La partecipazione di un Medico su internet (forum, gruppi o Facebook, commenti su Twitter e su WhatsApp, ecc.) e chat, di qualsiasi genere, deve sempre essere ispirata ai dettami del Codice Deontologico e, pertanto, i concetti espressi e le forme di linguaggio e comunicazione devono sempre essere adeguati anche qualora inerenti argomenti e temi al di fuori dell’esercizio professionale (Art.1), onde evitare implicazioni sul piano Deontologico. I messaggi ed i commenti “postati” sui social possono potenzialmente raggiungere un numero indeterminato di persone e pertanto se contengono un contenuto offensivo o denigratorio, possono configurare l’ipotesi di diffamazione aggravata dal mezzo della stampa, reato previsto dall’art. 595, comma III del C.P., di cui la persona lesa può avvalersi dinanzi all’autorità giudiziaria. Qualsiasi azione messa in atto in internet ha delle conseguenze sul mondo reale e in alcuni casi anche in campo legale. Il Codice Deontologico pone precise regole di comportamento che guidano l’iscritto nell’uso dei Social mentre l’Ordine dei Medici ha il compito di vigilare ed ammonire i professionisti iscritti sull’uso equilibrato di essi. Una corretta condotta impone di astenersi dal criticare apertamente un collega, anche se non si è d’accordo sulle sue conclusioni diagnostiche o terapeutiche e di rispettarlo a prescindere. Eventuali contrasti professionali vanno affrontati nel rispetto reciproco e, eventualmente, riferiti all’Ordine per gli eventuali provvedimenti del caso, la cui azione di controllo e richiamo, in caso di comportamenti lesivi nei confronti di altri, può comportare sanzioni disciplinari fino alla sospensione dalla professione. Il Medico nelle sue occupazioni, anche se l’esercizio della professione è fondato sui principi di libertà, indipedenza, autonomia e responsabilità (Art. 4), deve sempre mantenere un’immagine positiva e non lesiva di tutta la categoria. L’Art. 58 recita chiaramente che è vietato insultare, offendere o denigrare apertamente i propri colleghi, pur potendo avere diritto ad una propria opinione scientifica che può anche essere diversa, ma i contrasti devono essere risolti nel rispetto reciproco con un comportamento propositivo e collaborativo, con un tono professionale consono alla categoria di cui si fa parte, anche qualora l’interlocutore non sia un collega e le argomentazioni non siano direttamente correlate al ruolo professionale. Il Medico nelle discussioni sui social può pubblicare e condividere opinioni e materiale scientifico e divulgativo. A questo proposito però l’Art. 55 recita che “il medico promuove e attua un’informazione sanitaria accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, fondata sulle conoscenze scientifiche acquisite e non divulga notizie che alimentino aspettative o timori infondati o, in ogni caso, idonee a determinare un pregiudizio dell’interesse generale”. Nelle discussioni nei forum bisogna evitare di suggerire terapie, cure o farmaci di alcun genere in quanto in contrasto con quanto riportato nell’Art. 13, con il quale si avverte che la prescrizione di farmaci, cure, riabilitazioni o terapie è una diretta responsabilità del medico e devono far seguito a una diagnosi circostanziata o a un fondato sospetto diagnostico. Nel rispetto del mantenimento del segreto professionale (Art. 10) non si possono mai condividere informazioni dei propri pazienti acquisite durante il rapporto fiduciario con loro, neppure dopo la loro morte. Inoltre secondo l’Art. 12, al medico è categoricamente vietato comunicare qualsiasi tipo di dato sensibile dei propri pazienti. Tutto ciò vale soprattutto nei social, per ovvi motivi. Infine ribadiamo il concetto che l’uso non corretto dei Social Media da parte del professionista medico implica non solo conseguenze di carattere deontologico ed etico, ma in alcuni casi anche di tipo legale, che, per tale via, coinvolgerebbe comunque il ruolo ordinistico. D) Responsabilità delle Case farmaceutiche nelle sperimentazioni cliniche (Sentenza Corte di Cassazione n° 10438 del 20/4/2021) La vicenda trae origine dalla richiesta di risarcimento di una paziente sottoposta cure mediche sperimentali a base di Herceptin per il trattamento di un K mammario che aveva provocato un’importante compromissione a livello cardio-circolatorio. La Casa famaceutica, condannata in appello, ritenendo applicabile la teoria del contatto sociale, è ricorsa in Cassazione sostenendo che, qualora dimostrati i relativi presupposti, avrebbe potuto essere condannata soltanto a titolo di responsabilità extra-contrattuale, dovendo escludersi l’insorgere di qualsiasi vincolo contrattuale con la paziente. Accogliendo questo ricorso, la Corte ha affermato che: “La Casa che abbia promosso, mediante la fornitura di un farmaco, una sperimentazione clinica, eseguita da una struttura sanitaria a mezzo dei propri medici, può essere chiamata a rispondere a titolo contrattuale dei danni a causa di un errore dei medici “sperimentatori”, soltanto se risulti, sulla base della concreta conformazione dell'accordo di sperimentazione, che la struttura ospedaliera e i suoi dipendenti abbiano agito quali ausiliari della Casa, sì che la stessa debba rispondere del loro inadempimento (o inesatto adempimento) ai sensi dell'art. 1228 C.C.; in difetto, a carico della Casa risulta predicabile soltanto una responsabilità extra-contrattuale (ai sensi dell'artt. 2050 C.C. o, eventualmente, dell'art. 2043 C.C.), da accertarsi secondo le regole proprie della stessa”. Ne consegue che in questo, e in casi similari, l’Azienda sanitaria potrebbe rimanere sola a sostenere il “costo” in termini di responsabilità della sperimentazione. Secondo la Corte d’Appello i medici avrebbero dovuto prestare maggiore attenzione alle condizioni pregresse della paziente, non avendo adeguatamente ponderato il livello di rischio a cui poteva andare incontro. E) Sanità digitale: nel 2020 spesi € 1,5 mld (+ 5%) La spesa per la Sanità Digitale è cresciuta del 5% rispetto al 2019, raggiungendo un valore di € 1,5 miliardi, l'1,2% della spesa sanitaria pubblica e circa 25 €/cittadino. Il digitale è un canale sempre più usato dai cittadini, il 73% si informa online sui corretti stili di vita, il 43% sulla campagna vaccinale, il 37% ha scaricato i referti via web ma appena il 38% della popolazione conosce il Fascicolo Sanitario Elettronico e soltanto il 12% è consapevole di averlo utilizzato. Durante la pandemia è triplicato l'uso della Telemedicina da parte dei medici, infatti la Televisita è passata dal 13% al 39%. Remotizzabile il 20% delle visite a pazienti cronici, con un risparmio di 66 milioni di ore di spostamenti ma solo il 60% dei medici ha sufficienti competenze digitali di base, legate all'uso di strumenti digitali nella vita quotidiana, con solo il 4% con un livello soddisfacente in tutte le aree delle competenze digitali professionali (fonte: Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano). F) Doveri del radiologo oltre l’esame diagnostico (Ordinanza n° 4652 del 22/02/ 2021 della Corte di Cassazione) Il caso è originato dalla richiesta di risarcimento, avanzata dal familiari di una paziente deceduta, in conseguenza della diagnosi tardiva di un K mammario del quale era stato ritenuto responsabile il radiologo. La Corte d’Appello riformando la sentenza di primo grado che aveva accolto le domande risarcitorie ha escluso (sulla base delle CTU) il nesso causale tra la condotta del radiologo e il peggioramento della malattia, valutando che non fosse tenuto ad eseguire / prescrivere esami più approfonditi, in presenza di una situazione non chiaramente decifrabile. La Suprema Corte ha ritenuto che la decisione della Corte d’Appello delineasse una condotta negligente, per aver scartato aprioristicamente ipotesi di neoplasie in atto senza previamente disporre alcun accertamento specialistico, addirittura al di fuori di quanto disposto dalle linee guida vigenti. Pertanto, nei doveri del medico, in questo caso, rientra quello di effettuare un corretto esame diagnostico; di valutare, in base ai risultati, le possibili conseguenze e supportando il paziente con le corrette indicazioni in merito agli ulteriori approfondimenti diagnostici necessari. G) Lotta alla contraffazione dei farmaci: un problema globale in incremento Un farmaco è definibile contraffatto quando l’etichettatura è stata deliberatamente preparata con informazioni ingannevoli in relazione al contenuto e alla fonte (definizione O.M.S.,1992). Sono coinvolti tutti i tipi di farmaci e un farmaco contraffatto può contenere le identiche sostanze di quello originale o sostanze/dosaggi diversi, può non contenere alcun principio attivo o addirittura può essere composto da ingredienti contaminati e pericolosi. Il fenomeno, prima circoscritto ai Paesi in via di sviluppo, con punte del 50 % in Asia e Africa, oggi riguarda anche i Paesi industrializzati con una percentuale globale intorno al 7 %. L’Italia ha istituito una Task Force della quale fanno parte le principali istituzioni interessate al fenomeno, cioè AIFA, Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, i N.A.S. dei Carabinieri, Ministero dello Sviluppo Economico e Agenzia della Dogane. L’AIFA da alcuni anni dedica particolare attenzione al fenomeno con diverse iniziative coordinate nell’ambito di una Unità Operativa ad hoc. La cooperazione con le altre strutture internazionali quali il Consiglio U.E. e l’O.M.S. diviene un presupposto essenziale per un’efficace azione di contrasto al fenomeno.


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Novità in Medicina: XXI parte

di Stefano Pellicanò

A) ANDROLOGIA a) Identificato il meccanismo che guida gli spermatozoi Studiosi dello Human Technopole di Milano, del Max Planck Institute di Dresda, del’Istituto Curie di Orsay e del Centro di ricerca e studi avanzati europei di Bonn grazie alla crio-microscopia elettronica hanno scoperto nei topi che gli spermatozoi si spostano verso l’ovocita, senza cui la fertilità è compromessa, grazie all’aggiunta dell’amminoacido glicina, alla sequenza della proteina tubulina, componente fondamentale del flagello, che è la coda dello spermatozoo, che agisce da “timone”. Senza questa modificazione della tubulina, gli spermatozoi non riescono a regolare il battito del flagello con cui si muovono e quindi ad indirizzare il movimento che questo imprime loro. La mutazione genetica che impedisce l’aggiunta della glicina alla tubulina fa sì che gli spermatozoi tendano a muoversi circolarmente, perdendo l’orientamento, senza quindi riuscire a raggiungere l’ovocita e completare la fecondazione (fonte: Science, 2021). B) GASTROENTEROLOGIA a) Colon irritabile: rischio demenza raddoppiato Studiosi della University of California (San Francisco) hanno confrontato per sedici anni la salute cognitiva di 1.746 pazienti con Crohn o colite ulcerosa (Gruppo A), con un gruppo B di controllo di 17.420 persone. Durante il periodo di osservazione il 5,5% dei pazienti del Gruppo A ha sviluppato una demenza, tra cui l’Alzheimer, vs l’1,5% del Gruppo B. In pratica per un paziente con colon irritabile il rischio di demenza è più che doppio e, considerando solo l’Alzheimer, il rischio di ammalarsi è sei volte maggiore. Inoltre è emerso che i pazienti con colon irritabile sviluppano la demenza mediamente sette anni prima della popolazione generale (fonte: Gut, 2021). C) INFETTIVOLOGIA a) H.I.V.: per la prima volta creato in provetta Il virus HIV somiglia a un cono gelato arrotondato, dove un guscio esterno (o capside) racchiude il suo materiale genetico. Si pensava che il ruolo principale del capside fosse quello di proteggere il suo carico. Un gruppo di studiosi statunitensi è riuscito a ricreare in provetta i primi passi dell’infezione ed è stato monitorato il virus mentre replicava il suo genoma e lo inseriva nel DNA bersaglio, riproducendo le fasi che normalmente avvengono nell’uomo. Queste recenti osservazioni suggeriscono che il capside svolga anche un ruolo attivo nell’infezione, infatti rimane in gran parte intatto durante il processo di replicazione (o trascrizione inversa). Questi risultati permettono una nuova comprensione di come funziona l’HIV, permettendo di conoscere le prime fasi del suo ciclo di vita. Adesso che è possibile osservare da vicino il virus al di fuori della cellula, sarà più semplice capire il meccanismo di funzionamento e lavorare a terapie in grado di contrastarlo (fonte: Scienec, 09/X/2020, vol. 370, Ediz. 6513, eabc8420; DOI: 10.1126/science.abc8420). D) NEUROLOGIA a) Scoperto perché con l’età nascono meno cellule del cervello Uno studio condotto sui topi del Brain Research Institute dell’Università di Zurigo ha mostrato che la capacità del cervello di generare nuovi neuroni si riduce con l’età perché diminuisce la lamina B1 una proteina cruciale per la proliferazione delle cellule staminali. Aumentarne i livelli permette di svecchiare le staminali, migliorando la produzione di nuovi neuroni. Questi risultati potrebbero aprire nuovi scenari nella lotta alle demenze e all’Alzheimer (fonte: Cell Stem Cell, 2021). b) Scoperto come dormendo si rafforzano i ricordi a lungo termine Da tempo i ricercatori hanno esplorato il legame tra ricordi e sonno concludendo che mentre dormiamo vengono riattivate delle informazioni precedentemente apprese e questo ci consente di conservare i ricordi a lungo termine. Per comprendere meglio il meccanismo studiosi della Ludwig-Maximilians-University di Monaco e della School of Psychology dell'Università di Birmingham hanno ideato nuovi test in cui ai partecipanti sono state mostrate informazioni prima di fare un pisolino, quindi l'attività cerebrale è stata monitorata durante il sonno con movimenti oculari non rapidi (NRem) utilizzando la registrazione dell’elettroencefalogramma (EEG). Gli arruolati sono stati poi testati dopo il risveglio, per collegare l'entità della riattivazione della memoria mentre dormivano alla effettiva capacità di ricordare al risveglio. Importanti sono emerse le oscillazioni lente, o impulsi neurali che viaggiano come “onde” da un punto all'altro nella corteccia cerebrale durante il sonno profondo, e i fusi del sonno, cioè improvvise e rapide esplosioni di attività cerebrale oscillatoria che annunciano il passaggio da un leggero stadio del sonno a uno più profondo che creano finestre di opportunità che consentono questa riattivazione", come finestre che riattivano i ricordi; in pratica, mentre dormiamo, il cervello produce particolari schemi di attività e quando alcuni di queste si intrecciano, le esperienze precedenti vengono riattivate, aiutando a cementare i ricordi (fonte: Nature Communications, 2021). E) OCULISTICA a) Optogenetica per vedere con una proteina algale sensibile alla luce Da circa 20 anni, l'optogenetica, che utilizza la luce per controllare i neuroni, è stata finora utilizzata soprattutto per studiare i circuiti cerebrali negli animali. Studiosi dell’Università di Basilea e di Pittsburgh School of Medicine e del Vision Institute di Parigi hanno arruolato pazienti con retinite pigmentosa, che hanno perso le cellule fotorecettrici retiniche che utilizzano opsine umane per trasformare la luce in segnali elettrici trasmessi al cervello. I loro occhi hanno ancora le cellule gangliari che indirizzano questi segnali al cervello attraverso il nervo ottico quindi, in teoria, potrebbero ottenere la vista dando a queste cellule un'opsina microbica aggiungono il gene per una proteina fotosensibile chiamato opsin da alghe o batteri, mediante iniezione nell'occhio di un virus innocuo chiamato virus adeno-associato, che trasportava il gene per un'opsina dalle alghe, e poi brillare una luce sulla cella per attivare l'opsin di cambiare forma, che commuta il neurone in attività acceso o spento. Il primo volontario, ipovedente grave, ora può vedere e toccare gli oggetti con l'aiuto di occhiali speciali. I suoi miglioramenti visivi sono modesti, infatti non riesce a vedere i colori né a distinguere volti o lettere. Nel giro di pochi mesi, l'uomo ha riferito di aver potuto vedere le strisce bianche in un passaggio pedonale mentre camminava all'aperto indossando gli occhiali. Se il trattamento verrà confermato in altri partecipanti allo studio, può offrire vantaggi rispetto ad altre tecnologie di visione per le persone gravemente non vedenti (fonte: Nature Medicine 26/05/2021). Si sta inoltre sviluppando un impianto cerebrale che ha aiutato le scimmie a vedere le lettere, ma molto più invasivo di un'iniezione oculare (fonte: Science, 2021).


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Novità in Farmacopea: XXI parte

di Stefano Pellicanò

A) DIABETOLOGIA a) Iniezioni d'insulina solo una volta/settimana per il diabete tipo 2 Uno studio ha coinvolto 205 pazienti in sette Paesi (Croazia, Germania, Ungheria, USA. Polonia, Slovacchia e Spagna) e ha dimostrato la sostanziale efficacia e sicurezza della terapia settimanale mentre un altro studio, che ha incluso 154 pazienti provenienti da 5 paesi (Stati Uniti, Canada, Repubblica Ceca, Germania e Italia) per valutare i modi migliori per passare da un regime quotidiano a quello settimanale (fonte: Diabetes Care, on-line, 2021). B) GENETICA a) Nuove terapie con acidi nucleici Scoperta negli anni '90, l'interferenza dell'RNA, o RNAi, ha suscitato grande interesse per il suo potenziale di sopprimere selettivamente l'espressione genica. Dopo decenni di sperimentazioni, le terapie a base di acido nucleico (TAN) stanno diventando ormai abituali; farmaci basati su oligonuclueotidi antisenso (ASO) e RNA interferenti corti (siRNA) e dei vaccini mRNA per Sars-CoVid-19 hanno ottenuto approvazioni. Le TAN utilizzano sequenze ingegnerizzate di nucleotidi per modulare selettivamente l'espressione genica, consentendo di controllare i sintomi di una malattia genetica senza alcuna modifica permanente del DNA. La maggior parte delle indicazioni attualmente approvate riguarda le malattie rare. Ad esempio, nusinersen, una terapia ASO per l'atrofia muscolare spinale, una condizione neuromuscolare fatale, può ridurre del 50% la probabilità di morte o la necessità di ventilazione meccanica nei neonati trattati. Dozzine di TAN sono attualmente in sperimentazione clinica, con altri in test preclinici (fonte: Nature, 2021).


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Racconti e poesie

Attimi

di Antonella Iacoponi

Gli attimi rotolano come perle
Di una collana di cui un mostro abbia ingoiato il filo,
l'uno dietro l'altro, incessantemente,
sono piccoli, luccicanti, inesorabili!
Alcuni vorresti fermarli, quanto lo vorresti!
E lo faresti, perché sono preziosi al cuore:
recano gioia, serenità.
Altri vorresti scacciarli prima che giungano,
proprio come si scaccia una mosca fastidiosa.
Tutto questo, però, non ha importanza:
non contano i tuoi desideri, le tue inclinazioni,
nel corso incessante dell'universo.
Gli attimi sono tutto e niente,
possono essere briciole insignificanti,
molliche di pane lasciate cadere per strada,
casualmente, senza pretese di indicare mete particolari,…
altri divengono scampoli di poesia,
alcuni sono frecce acuminate, che insanguinano il cuore,
altri sono fiori di gioia, come i sorrisi dei bambini.
Spero che, per tutti, questi ultimi siano i più numerosi…


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Un violino per la psiche

di Patrizia Carlotti

Odo suonare note dolci e melanconiche
da lontano riecheggia un violino solista
strugge per me ...
Forse sono io che pizzico le corde del cuore,
le onde sonore si propagano e dilagano inondando l'anima mia...
Eros sei tu il musicante?
Ti attendo tormentandomi nella mia follia...
Chi sono? dove sono? ho perduto la strada maestra,
ho perduto la ragione, ora sono in preda dell'isteria...
Come una pazza fantastico, immagino una vita piena ed emozionante che corre su binari paralleli a quelli tristemente reali, e disiincantata ad occhi aperti resto immobile, seduta vicino all'ombra nera del presente mio...
Amore mio non abbandonarmi, continua a suonare per me...
La voce tua infonde pace e piacere, ninna nanna soave che culla e accarezza con estrema dolcezza l'anima mia...
Ti cerco ovunque nella tormenta infreddolita e delirante mi manchi, arde il fuoco del desiderio, della passione....
Resta dentro me, amiamoci fino a toccare il firmamento, io ti guiderò... Non sarò per te la solita conquista...
Non sarò per te premio di caccia.
Mi amerai, avrai fame di me oggi più di ieri, domani più di oggi...
I nostri corpi si cercano per unirsi e ricomporre l'unità, per guarire l'avvenuta lacerazione...

Odo suonare un violino in lontananza....
sono attratto da quel lamento struggente,
un magnetismo mi avvicina a quella musica...
Perdonami anima adorata,
affido a te le mie povertà le mie misere certezze...
sono niente al cospetto tuo
oggi mi ritrovo un filosofo e interprete, ieri ero solo ragione e sapienza,
il sapere non parlò mai con l'irrazionalità...
anima mia, mi sei entrata nel cuore per gioco, per burla,
vorrei strapparti via, ma scorri nelle vene, ti porto addosso come una seconda pelle...
Non posso fare a meno della tua magica pozione di veleno... non mi riconosco, mi detesto...
mi ritrovo sperduto e irrequieto come un infante capriccioso che non sa quello che vuole...
Mi hai rubato l'anima, non ho controllo di me, la rivoglio indietro!
Non vi è differenza alcuna tra il giorno e la notte...
Di notte la coscienza si addormenta, e la follia si sveglia, ma al mattino la ragione mia non torna...
Mi ritrovo neonato, che agisce nell'istinto... Sento solo il desiderio di te, ti voglio, ti amo vita mia!


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Sera infinita

di Patrizia Bolumetti

se solo avessi potuto immaginare non avrei potuto dipingere il quadro che nel cuore lento nasceva.
Il sole caldo, ormai si nascondeva dietro alle cime verdi e lontane, il cielo non più azzurro vivace,
era scuro, cupo,
pieno di nuvole che leggere ma intense ricamavano il velo che tutto avvolge..
L'aria è fresca, un brivido gelido
attraversa la schiena,
il silenzio, tempestuoso si impadronisce dello spazio,
prima cera la voce,
il profumo di primavera, ora il gelo della paura,
il timore di perdere
quel abbraccio vivo,
quel sapore di fragole che respiravo..
in questa fredda sera,
d'estate cresce veloce
come un uragano che tutto vuol portare via,
tutto strappa come
se volesse allontanare
quel sorriso,
e come una madre stringe il suo
bene più prezioso,
così io con le poche
forze che ancora in me trovo,
abbraccio la speranza,
e cerco invano
la fiducia di chi è
stato ferito ed ora a paura di credere ancora.
Non spezzare le ali ad un volo appena iniziato, dagli ossigeno per volare e ritrovare nel cuore la fiducia
e la speranza
in ogni essere che lo abbraccia e lo stringe nella tempesta
per regalargli ancora
risvegli e mattini lieti
e fargli guardare
l'oro del sole,
l'azzurro del cielo
e il rosa delle parole
che teneramente
cullano l'anima…


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Leonzia

di Giuseppe Furci

1) Il visitatore. Mi desto di soprassalto, balzando istantaneamente all’impiedi e catapultandomi fuori in preda al terrore più esasperato. Quelle dannate bestiacce sembrano sul punto di fare irruzione in casa e La prospettiva di finire sbranato non mi alletta affatto. La tenda di stoffa che fa le veci della porta ostacola per un’eternità la mia fuga verso la tanto agognata salvezza. Più tento di districarmi dalle pastoie e più resto impastoiato. Quando finalmente mi ritrovo all’aperto, dopo tanto penare, la mia prima reazione, di fronte all’infernale latrato che continua ad impazzare furiosamente per tutta la valle, è quella di stupirmi non poco nel notare che nessuno mi assale. Poi tiro un profondo sospiro di sollievo nel prendere atto che il pericolo non è così immediato come mi era sembrato, per fortuna non esistono bestiacce a portata ottica, e mi do da fare per individuare nel più breve tempo possibile la via di fuga più favorevole. E’ in questa fase, smaltita un po’ di tensione, che finisco per rendermi conto che la mia visione catastrofica della situazione è soltanto il frutto di uno stupido equivoco. Come al solito sono i cani del proprietario del podere al di là del ruscello in fondo alla mia terra, corso d’acqua in questo periodo in secca, ad agitarsi come forsennati. Sono in tre, ma l’eco, moltiplicando ed amplificando il loro abbaiare per la valle, li fa sembrare come minimo in cento e, quel che è peggio, infinitamente più sinistri di quel che sono in realtà. Questa volta, a giudicare dalla loro foga, si direbbe che chi transita nei dintorni sia qualcuno mai visto da queste parti. La riacquistata capacità di connettere mi permette di prendere atto dell’illogicità del mio comportamento: quando mai si è visto che, per sottrarsi all’aggressione di qualcuno, ci si vada a buttare proprio tra le sue grinfie, pur avendo, per colmo di ironia, l’opportunità di fuggire nella direzione opposta? Per fare le cose per bene avrei dovuto tentare di mettermi in salvo attraverso la finestra, non attraverso la porta, anch’essa protetta esclusivamente da una tenda e quindi facilmente scavalcabile. Perfino i cani, se fossero arrivati veramente, non avrebbero potuto fare a meno di ridermi in faccia. Intanto un paio di api mi ronzano attorno, contribuendo ad aumentare il mio disappunto. Con i soli pantaloncini da spiaggia che mi ritrovo addosso rappresento un bersaglio troppo facile. Per fortuna non insistono. Evidentemente i bersagli troppo facili non sono di loro gradimento, o, più facilmente, sono io che non sono di loro gusto. Mentre le osservo allontanarsi, pensando con sollievo che una volta tanto fa immensamente piacere fare schifo a qualcuno, ho la vaga sensazione di dover combinare qualcosa. Col passare dei secondi la sensazione diventa certezza. Solo che la memoria si rifiuta categoricamente di assistermi, col risultato che, pur lambiccandomi il cervello, rimango per un bel po' senza sapere che pesci prendere. E' la vista casuale della caffettiera, a chiarirmi le idee. Il sospiro di sollievo, di per sé annacquato dalla presa d'atto che al peggio non c'è fine, considerato che prima d'ora il caffè era stato uno dei pochissimi elementi su cui la mia memoria non aveva mai fatto cilecca, affoga quasi immediatamente nell'irritazione più nera. Senz'acqua il caffè non si può fare ed io non ho acqua. L’ho consumata tutta ieri sera e la noia mi ha impedito di provvedere per tempo alla bisogna, pur essendo perfettamente consapevole che il problema si sarebbe puntualmente presentato stamane. Il pensiero di dover incominciare la giornata senza il caffè basta e avanza a farmi star male. Per ciò non esito a recuperare la gozza, il recipiente di terracotta che da queste parti si utilizza per approvvigionarsi d'acqua quando non si dispone del prezioso liquido attraverso l’impianto idrico di casa, e ad incamminarmi verso l’uscita superiore della valle, da dove la fontana è molto più vicina che da quella laterale. Che seccatura, la noia vista dopo! Lungo la strada che costeggia la parte alta della valle mi dò da fare inutilmente per tentare di scoprire che sta succedendo al di là del ruscello. I cani continuano ad abbaiare furiosamente. Non è che la cosa mi dispiaccia, la mia era solo curiosità. Posso così abbandonarmi senza ulteriori intoppi ai miei pensieri mentre un fresco venticello mi accarezza piacevolmente il corpo abbronzato a meraviglia. Mi fa ancora sorridere il ricordo dell’interesse spasmodico che ho suscitato l’altra sera andando in paese a fare la provvista dei viveri. Era da parecchio tempo che non mi facevo vedere in giro. Per tutti era incredibile che mi ritrovassi con un’abbronzatura simile semplicemente standomene qui e conducendo una vita da eremita, da selvaggio. Tutti erano convinti che fossi andato in una località rinomata, magari sovvenzionato ed accompagnato da chi sa quale donna affascinante e ricca. A loro avviso, un investigatore del mio calibro fa comodo in qualsiasi momento, anche soltanto a livello immagine, per cui va coccolato anche quando non si ha bisogno delle sue prestazioni professionali. Le mie smentite, seppur sincere, non facevano altro che accrescere l’alone di mistero che loro stessi avevano creato inconsapevolmente attorno a me. Se sapessero in che stato mi trovavo, quando ho deciso di fare l’eremita, certamente nessuno avrebbe voglia di invidiarmi. Attraversavo una crisi fisica e mentale spaventosa. Vedevo talmente nero che più volte sono stato tentato di buttarmi nel fiume a testa in giù dall’alto del ponte, e se non l’ho fatto è soltanto perché all’ultimo momento me n’è sempre mancato il coraggio. Quello che allora mi sembrava un lumicino nel buio generale, la speranza che la campagna, con la sua pace, col suo verde, con i suoi spazi sconfinati, fosse il posto giusto per superare la crisi, fortunatamente è diventato sempre più luminoso, finendo per assumere le sembianze di un sole. Col senno di poi ho preso atto con gioia che le esperienze da Tarzan che avevo fatto da bambino, scorrazzando liberamente per ogni dove, hanno contribuito in maniera determinante a compiere il miracolo. Ecco finalmente la fontana, la solita fontana di campagna! L’acqua, raccolta da una cannuccia di fortuna, sgorga direttamente dal terreno limpida, fresca. Ne approfitto copiosamente per lavarmi faccia, braccia e gambe, quindi mi lascio asciugare dalla brezza con enorme piacere, a dispetto dei violenti brividi di freddo che di tanto in tanto mi scuotono dalla testa ai piedi. Infine riempio la gozza e ritorno verso casa da dove sono venuto. Solo lungo la strada mi rendo conto che i cani non abbaiano più. Evidentemente chi aveva attirato la loro attenzione si è portato al di fuori del loro campo d’azione. Appena giungo alla sommità della valle, mi accorgo che alcune nuvolette di fumo tradiscono la presenza di qualcuno davanti alla porta della mia casetta. Da qui ho sotto tiro la finestra. La porta invece si trova dalla parte opposta, quindi al di fuori del mio campo visivo. Ciò significa che, per scoprire chi è senza rischiare nulla, dovrei fare un lungo giro, ma se non si preoccupano di nascondere la loro presenza vuol dire che non ho proprio nulla da temere. Viene da sé, dunque, che affronto la discesa senza esitazioni, sebbene l'istinto mi induca ad attuare inconsciamente la solita strategia di muovermi con passo felpato che adotto da quando sono qui, difatti me ne rendo conto soltanto all'ultimo momento. Svoltando a sinistra mi trovo di fronte ad un uomo che fuma nervosamente la pipa, seduto sul sedile di cemento accanto all’uscio all’esterno della casetta. Alla mia apparizione il tizio si alza sollecitamente e si presenta tendendomi la mano: “Marciàno Naogèo, per gli amici Ciano." Deve trovarsi in uno stato assai più pietoso di quanto dà a vedere, se dimentica che, pur abitando in due paesi diversi, lui a Suivoa ed io a Giaìga, e non frequentandoci, ci conosciamo benissimo. Comunque ricambio la stretta di mano con naturalezza. “Spero ardentemente che abbiate un po’ di tempo da dedicarmi, signor Miasco, siete la sola persona al mondo che possa aiutarmi." “Se posso esservi utile, contate pure su di me, signor Naogèo," lo rassicuro cordialmente. “Ciano, per gli amici, abbiamo detto," mi corregge prontamente. “Giusto, Ciano, -convengo sorridendogli amabilmente e tenendo per me la considerazione che a trarmi in inganno è stato quel "signor Miasco”.- Di tempo ne ho quanto ne voglio, essendo, in questo periodo, totalmente disoccupato." “Mi avete tolto un macigno dallo stomaco," esclama con un profondo sospiro di sollievo. Accoglie con entusiasmo la mia proposta di sorbire un bel caffè, prima di espormi il suo problema. Anche lui è come me, non si sente a proprio agio, se non inizia la giornata con un buon caffè, ma, con quello che gli è successo, a tutto poteva pensare, meno che al caffè. “E’ da stamattina che mi do da fare per trovarvi, -mi mostra l’orologio che segna le 12,13,- e per poco non me l’offrivano quei dannati cagnacci del vostro vicino! Pensavo che abitaste lì." Giustifica tanta perdita di tempo col fatto che sa benissimo dove abito in paese, mentre prima di adesso non aveva la più pallida idea di dove si trovasse la mia campagna. Intanto l’ansia, dopo l’euforia provocatagli dalla certezza di avermi al suo fianco, riprende a torturarlo, anche se fa di tutto per non darlo a vedere. “Se volete dirmi subito che cos’è che vi assilla, il caffè può aspettare,"affermo con la massima convinzione. “Non è il caso! -ribatte tentando di sorridere.- A questo punto qualche minuto in più o in meno non cambia nulla." Il sorriso però gli muore quasi all’istante in gola e grosse lacrime cominciano ad imperlargli il viso. Estrae dalla tasca una lettera e me l’allunga senza proferir parola. Sulla busta non ci sono francobolli, bolli vari ed indirizzi. C’è solo la dicitura "PER MARCIANO NAOGEO", IL TUTTO SCRITTO rigorosamente a macchina CON CARATTERI MAIUSCOLI. Anche il messaggio è stato dattilografato e non reca alcuna intestazione, né alcuna firma, dice semplicemente: Stanotte abbiamo rapito tua figlia mentre rientrava a casa dal cinema. Sul sedile anteriore sinistro della sua macchina troverai una cassetta che ti conviene ascoltare prima che puoi. L’auto è nel tuo garage. Sollevando lo sguardo dal foglio, noto che Ciano ha già in mano un piccolo mangianastri. Schiaccia il play senza darmi il tempo di aprir bocca. Dopo qualche secondo la voce di una ragazza esce dall’altoparlante agitata ed implorante: “Papà, la mia vita è nelle tue mani. Se non pagherai entro la fine di questa settimana, mi uccideranno. Non abbandonarmi, papà! Ho paura, tanta paura!" La ragazza non regge all’emozione e si abbandona ad un pianto accorato, disperato, pianto che viene sfumato dopo qualche secondo per far posto alla registrazione della parte di un notiziario radiofonico sull’uccisione, da parte dei suoi sequestratori, di un industriale per il mancato versamento del riscatto. Al termine la ragazza riprende a parlare. Non piange più, ma la voce esprime il dramma in tutta la sua dimensione: “Spero, papà, che ti renda conto della necessità di tenere segreta con tutti la notizia del mio rapimento. Parenti ed amici sanno che avevo in programma quella vacanza alle Canarie e che sarei potuta partire da un momento all’altro. A te e alla mamma, quindi, non sarà difficile giustificare la mia assenza con una partenza improvvisa, e…" Lancia un urlo che mi paralizza, poi più nulla. Ciano è sconvolto dal dolore e dall’ira. “Se avrò la fortuna di averli tra le grinfie, quei figli di puttana, sperimenteranno sulla loro pelle quanto me la pagheranno cara!"ringhia tra i denti stringendo freneticamente e disperatamente i pugni. Posso garantire sul bene che voglio alle persone più care che in condizioni normali Ciano è la persona che non si lascia scappare parolacce e simili neppure nelle situazioni più esasperate. Come si fa a non capirlo! “Perché vi siete rivolto a me, invece di andare dai carabinieri? -gli domando ansiosamente.- Del brigadiere Mivìca ci si può fidare ciecamente, è infinitamente più bravo di me." “Del brigadiere Mivìca si, ma non di Bojuae, -replica con decisione.- Lo sapete meglio di me che quello stronzo è tutto fumo e niente arrosto." “D’accordo, -convengo,- ma Bojuae non c’entra. E' a Mivìca, che vi dovete rivolgere. Se non sbaglio abita a poca distanza da voi." “Diciamo che abitava, -mi corregge.- Sapete benissimo che è stato trasferito e che al suo posto è ritornato, speriamo per poco, quell’imbecille. Non so che abbiamo fatto di male, per meritare di avere continuamente tra i piedi gente di infimo valore. Da noi i migliori non durano mai a lungo." A quanto pare il mio isolamento volontario è stato assai più efficace di quanto sperassi. Non posso fare a meno, però, di concordare con lui che, con Bojuae di mezzo, le cose cambiano dalle stelle alle stalle. Non è da escludere che i rapitori abbiano agito approfittando proprio della sua presenza. “Auguriamoci che qualche santo lo convinca a non darci fastidio,"mormora Ciano dopo qualche secondo, di fronte al mio silenzio ostinato. Gli spiego che non è Bojuae, che mi preoccupa. E' la prima volta che mi trovo ad affrontare un caso con la vita di una persona in ballo, ed il pensiero che, se sbaglio, i criminali non perdonano mi porta alla conclusione che farei bene a tirarmi indietro. Un conto è indagare su un omicidio già avvenuto, anche se i rischi per qualcuno possono essere sempre dietro l’angolo, un altro è tentare di scoprire gli altarini mettendo a repentaglio la vita di una povera ragazza in completa balia di gente senza scrupoli. Ciano mi dimostra una fiducia illimitata, convinto, com’è, che sono una brutta gatta da pelare per chiunque, se non mi lascio condizionare dall’emotività. “Sentite, -sbotta deciso a sconfiggere definitivamente la mia titubanza,- io non bado a spese! Se lo ritenete opportuno, fate venire pure i vostri amici. In tre ce la farete senza problemi." Non posso fare a meno di riconoscere che, con Paolo e Rocco accanto, la musica cambia radicalmente, ma continuo a rimanere ugualmente incerto, dubbioso, dovendo fare i conti con la mia coscienza, che si ribella ferocemente all’idea di ritrovarsi con un morto a carico, seppur in comproprietà. Ciano mi assesta il colpo di grazia promettendomi solennemente di mettere in conto anche la possibilità di sollevarci dall’incarico, se la situazione lo richiederà, la sicurezza della figlia su tutto. “Mi avete convinto,"finisco per mormorare chinando la testa e guadagnandomi una calorosa stretta di mano. Così posso preparare la caffettiera, sistemarla sul tripode già collocato sui blocchi di cemento che fungono da focolare all’esterno della casetta, l’interno può contenere soltanto il materasso e qualche altra cosetta, e dare fuoco alle frasche. "Qui bisogna arrangiarsi, -mi giustifico,- fare le cose all’antica, almeno in parte." “Niente male! -commenta con un sorriso.- E’ meglio mettere sul focolare la caffettiera che non la ciculatèra, il pentolino che si usava quando ero ancora un giovanotto con i calzoni corti, credetemi!" Come non credergli! Anche se mi è rimasto soltanto un ricordo sbiadito, è toccato pure a me, da bambino, fare la stessa esperienza, e lo si doveva esclusivamente all’abilità dei miei genitori se potevo sorbire un caffè come si deve. Quando i miei genitori mi coinvolgevano in qualche visita a parenti ed amici, giuro, mi venivano i brividi al solo pensiero che ci venisse offerto il caffè. Non era raro che, a dispetto della mia verde età, per cortesia toccasse assaggiarlo anche a me. Non avendo previsto la presenza di ospiti, dispongo di una sola tazzina, per cui devo ricorrere al bicchiere del vino che, sempre per cortesia, non posso fare a meno di tenere per me, sebbene ne farei volentieri a meno. Purtroppo in simili casi ho la netta sensazione, non so se per una forma di fissazione o perché vero, che il caffè, sorbito in un contenitore che non sia la classica tazzina, non abbia lo stesso gusto. Visto che la situazione ci ha riportati alle stranezze del passato, mi viene spontaneo chiedergli come mai gli è stato affibbiato quel nome. Marciàno non è un nome comune nel resto d’Italia, figurarsi dalle nostre parti. “Mio padre era un profondo estimatore del conte Costanzo Ciano. Dato che aveva già provveduto ad onorare il gran capo assegnando a mio fratello il nome di Benito, avrebbe voluto chiamarmi direttamente Ciano, ma mia madre non era d’accordo, e così è sorta tra loro un’aspra disputa. Alla fine, comunque, sono riusciti a trovare un compromesso: Scorrendo il calendario, mia madre, che non intendeva dargliela vinta, ha scoperto che il giorno in cui sono nato io era dedicato a San Marciàno. Consapevole, com’era, che con mio padre non l’avrebbe mai spuntata sul piano dell’imposizione, glielo ha suggerito, facendogli rilevare che il diminuitivo corrispondente avrebbe potuto essere benissimo Ciano. Inizialmente mio padre era restio ad accettare un simile compromesso, poi, di fronte all’abilità di mia madre nel campo della persuasione occulta, ha dovuto fare buon viso a cattiva sorte. Il buffo è che, quando anche Rocky Marciàno è diventato uno dei suoi idoli, le si è dimostrato infinitamente grato per quella scelta. - Non tutti i mali vengono per nuocere, - le diceva spesso con la massima riconoscenza. Ricordo ancora con tenerezza l’orgoglio col quale si pavoneggiava tutte le volte che uscivamo assieme e che qualcuno mi apostrofava alludendo puntualmente ora al Conte Ciano, ora al grande pugile italoamericano. E’ stato probabilmente questo che mi ha indotto inconsciamente a scegliere un nome originale pure per mia figlia, anche se non mi risulta che il nome Leonzia sia accostabile ad un personaggio illustre." L’accenno alla figlia è più che sufficiente per farlo ritornare alla realtà attuale, e ciò lo ricaccia nell’angoscia più nera, tanto che fatica non poco per riprendersi e riferirmi come sono andate le cose: una sera, verso la fine di giugno, è squillato il telefono di casa. Lui non c’era ed ha risposto Leonzia. Un uomo, che non denunciava alcuna inflessione dialettale o straniera, le ha detto che parlava a nome del gruppo Giustizia Popolare. “Riferisca a suo padre che nella casetta della vostra campagna abbiamo lasciato un volantino che lo riguarda e che è nel suo interesse recuperare e leggere nel più breve tempo possibile." Poi più nulla. Lì per lì nessuno ha dato peso alla cosa, si pensava ad uno scherzo. Il volantino, invece, c’era realmente. Lo ha scoperto lui stesso la mattina successiva recandosi come sempre sul posto per i soliti motivi. Si fruga in tutte le tasche, non approdando a nulla. Controlla che non gli sia caduto per terra quando ha tirato fuori la lettera e la cassetta. Niente. “Eppure ero convinto di averlo addosso!"mormora guardandosi intorno nel vano tentativo di ricordare. “Fossi in voi non mi dannerei l’anima per così poco, -lo esorto,- prima o poi salterà fuori, vedrete! Intanto ditemi che c’è scritto." “C’è scritto che il popolo, grazie all’opera altamente meritoria di uno dei propri solerti ed efficienti tribunali, ha fatto giustizia condannandomi a versare cinquanta milioni di lire nelle sue casse. In base alle istruzioni, pure quelle presenti sul volantino, avrei dovuto lasciare il malloppo nella cappella del cimitero del vostro paese la notte tra martedì e mercoledì della stessa settimana. L’accusa? Sfruttamento della manodopera bracciantile. -Non sa se ridere o piangere.- Se per il loro losco affare hanno pensato al sottoscritto vuol dire che quanto meno hanno un basista al mio paese o nei dintorni, e l'energumeno non può non aver fatto notare loro che non potevano spararla più grossa. Chi vive nelle nostre zone, proprietario o meno che sia, non ignora che da queste parti sono proprio i braccianti agricoli a fare il bello ed il cattivo tempo, che il vero sfruttato è quel proprietario costretto a ricorrere alle loro prestazioni. Non a caso ci sono in giro tanti appezzamenti malcoltivati o lasciati incolti. Voi stesso avete riconosciuto, poco fa, che, se non fosse per l’impegno diretto di vostro padre, qui i rovi sarebbero molto più alti degli ulivi. Chiaramente dunque la loro non è che una scusa bella e buona per spillarmi dei quattrini. E poi con che cosa pago? Dove li prendo cinquanta milioni? I miei uliveti valgono molto di più, ma chi li vuole? Non li vogliono nemmeno se glieli regalo, ed il colmo è che non si può dare loro torto. Con i tempi che corrono chi non ha niente vive in grazia di Dio. Al contrario chi possiede dei terreni agricoli, tra i costi esorbitanti della manodopera, le difficoltà di reperirla, alla faccia della crisi dell’occupazione che tutti lamentiamo dalle nostre parti, e i ricavi molto meno che da fame ottenuti dalla vendita dei prodotti agricoli, vive tutt’altro che in paradiso." Come dargli torto? Quante volte, di fronte alle lagnanze sacrosante dei miei genitori, ho sostenuto che conviene di più buttare l’olio nella fogna, invece di venderlo! Quante volte io stesso mi sono roso il fegato di fronte all’atteggiamento dei commercianti di olio, commercianti che, a dispetto dei prezzi bassissimi, si comportano come se ci facessero un grosso piacere venendo a ritirare il nostro prodotto, per cui spesso bisogna pure pregarli e ringraziarli! Come si fa a non comprendere quei produttori di agrumi che preferiscono schiacciare con i trattori arance, mandarini e limoni perché ne abbia beneficio almeno la terra che li produce! “Scusate le mie divagazioni fuori luogo, -osserva Ciano vedendomi pensieroso,- ma certe ingiustizie mi rendono furente a tal punto da farmi perdere il senso della misura. In ogni caso non ho pagato, -prosegue quindi riprendendo il discorso sulla propria disavventura.- Ero ancora convinto che si trattasse di uno scherzo. Con tutta la buona volontà possibile ed immaginabile, mi era difficile credere che un gruppo terroristico che si richiama alla giustizia prendesse di mira proprio un poveraccio come il sottoscritto. La conferma che facevano sul serio l’ho avuta giovedì, quando, andando nella mia campagna, ho trovato il pollaio ridotto ad un macello: sangue, piume, interiora dappertutto. C’erano ventitré galline ed undici polli, li hanno fatti tutti fuori. Le galline le hanno lasciate, i polli se li sono portati via tutti. Evidentemente non sono amanti del buon brodo, -commenta sarcasticamente.- Nonostante tutto ho continuato a non pagare, non avevo i soldi ed i delinquenti si sono guardati bene dal pretendere che pagassi in natura cedendo loro, sotto qualunque forma, i miei uliveti. La seconda settimana mi hanno avvelenato un magnifico cane da caccia, la terza mi hanno abbattuto cinque enormi e produttivissimi ulivi secolari, la quarta cinque aranci e cinque mandarini scelti sempre tra i migliori. In entrambi i casi si sono portati via tronchi e rami, lasciandomi soltanto le frasche. La quinta settimana hanno rapito Leonzia." L’ira si sovrappone allo sconforto. Non avendo tra le grinfie i rapitori, se la prende con un’innocua lucertola che ha l’unico torto di passargli vicino. Con il legno che si ritrova in mano le stacca di netto gran parte della coda, gli basta un solo colpo secco, provando un gusto sadico di fronte ai movimenti sconnessi di quel cosino simile ad un verme senza testa. Per chi non ha dimestichezza con le lucertole dirò che una qualsiasi sezione della loro coda, una volta staccata dal resto del corpo, sopravvive per parecchio tempo con movimenti sconnessi e contorsioni varie. “Le ricrescerà!"finisce per mormorare Ciano poco dopo con un sorriso, calmandosi un po’. “E voi non vi siete ribellato? Non avete fatto nulla per difendervi?"gli domando. “Certo che ho fatto qualcosa, sapete anche voi che non sono il tipo che si lascia posare la mosca sul naso. La prima e la seconda settimana ho sporto denuncia, e guardate qual è stato il risultato." Si alza all’in piedi e tira giù i pantaloni, mostrandomi un graffio sulla parte esterna della coscia sinistra. “Come potete constatare anche voi, quei delinquenti della malora riescono a maneggiare la pistola alla perfezione anche nelle condizioni di visibilità peggiori. Per loro sarebbe stato un giochetto da bambini farmi fuori, se solo lo avessero voluto, ma non era la mia eliminazione fisica che li interessava. Ciò che volevano era che smettessi di rivolgermi alle forze dell’ordine. Da quando non li ho più denunciati infatti si sono fatti vivi esclusivamente con gli atti intimidatori." Non è in grado di dirmi nulla su chi gli ha sparato. Quella mattina, quando è successo il fattaccio, aveva appena lasciato il paese per raggiungere a piedi la propria campagna, come fa spesso, ed era ancora buio fittissimo, per cui non ha potuto vedere nessuno. Un istante prima di essere colpito di striscio dal proiettile, ha sentito solo un colpo sordo provenire da uno dei lati della strada. Nonostante il bruciore alla coscia, sul momento non si è nemmeno reso conto di che cosa era successo e non ha dato alcun peso all'accaduto. Per afferrare il senso vero del discorso ha dovuto raggiungere il proprio podere e attendere che spuntassero le prime luci dell’alba. E’ a quel punto che ha notato casualmente, in corrispondenza del bruciore, un foro sui pantaloni che era certo di non avere notato quando li aveva indossati poco prima, finendo per scoprire il foro d’ingresso e quello di uscita del proiettile sui pantaloni. E’ ritornato frettolosamente nel punto in cui gli avevano sparato, per tentare di recuperare almeno quello, così da avere in mano qualcosa per dimostrare che non si inventava niente. Sapeva benissimo che era come minimo da ingenui sperare di trovarvi ancora i delinquenti, era passato troppo tempo dal momento del misfatto. Si augurava, però, che chi lo aveva aggredito avesse badato soltanto a mettersi in salvo prima che fosse troppo tardi, trascurando di recuperare il bossolo. Ma, per quanto si desse da fare in tutte le maniere, non è riuscito ad approdare a nulla. Nei piccoli paesi come il suo ed il mio le notizie su ciò che è successo a lui e sul suo conseguente operato, pur facendo di tutto per tenerle nascoste, è quasi impossibile che passino inosservate. Ai numerosi pettegoli incalliti che fanno immancabilmente parte del panorama basta il minimo appiglio per ricamarci su, per gonfiare le cose in maniera esagerata o per costruire delle storie che hanno ben poco o nulla in comune con la verità vera. Ovviamente tanto è più che sufficiente per portare a conoscenza di tutta la comunità certe cose, e la reazione dei rapitori alle sue denunce non fa che avvalorare la sua ipotesi che, se i delinquenti non sono in paese, possono contare sicuramente su una talpa, una spia. “E questo è già qualcosa,"mi scappa impulsivamente di commentare ad alta voce. “Pensate che possa servirci?"mi domanda prontamente Ciano con un certo interesse quando, costretto a dare una spiegazione sulla mia uscita, manifesto il mio pensiero. “Per salvare Leonzia no, -repplico con decisione per non creargli false illusioni,- per scoprire i rapitori probabilmente si." “E vi sembra poco?"esclama di rimando con rinnovata fiducia. “Non correte troppo con la fantasia, -lo ammonisco severamente nel tentativo di smorzare il suo entusiasmo.- Non ho detto che li abbiamo scoperti. E poi ciò che importa non è scoprire i rapitori, ma salvare vostra figlia." Ciano continua ad essere euforico, convinto, com’è, che, se i rapitori sanno di avere me ed i miei amici contro, non le torceranno un capello, o, quanto meno, ci penseranno due volte prima di farlo. Speriamo che abbia ragione, ma io non mi fido e glielo dico schiettamente. Del rapimento sono a conoscenza soltanto lui, la moglie, Luciano Olasca, il fidanzato della figlia, e la signora Savina, la madre di quest’ultimo. “A loro non potevo fare a meno di dirlo, -osserva.- In ogni caso posso assicurarvi che non rappresentano alcun pericolo per Leonzia, sono tutti troppo intelligenti e soprattutto le vogliono troppo bene per fare qualcosa che le possa nuocere." “Come hanno preso la notizia del rapimento?" mi informo. “Subito con dolore e disperazione le due signore. Luciano invece inizialmente era convinto che si trattasse di una messa in scena architettata dal sottoscritto per impedire a mia figlia di sposarlo. Vedete, io non ho nulla contro di lui, è un giovane serio, educato e tutto. Non ho problemi a riconoscere, inoltre, che lui e mia figlia si amano alla follia e che sarebbero la coppia più bella del mondo. Però per delle ragioni mie, che non mi va di rivelare a chicchessia, quindi neanche a voi, non voglio assolutamente che sposi Leonzia. Successivamente, pur non riuscendo a liberarsi completamente del dubbio che sotto possa esserci il mio zampino, di fronte a mia moglie è stato costretto a prendere atto della realtà. Di lei si fida ciecamente, è sempre stata schierata decisamente dalla loro parte e non ne ha mai fatto mistero." “Come mai ieri sera Leonzia è andata al cinema da sola? Forse davano un film che non voleva perdersi e Luciano aveva degli impegni che non poteva rimandare?" “Niente di così serio, pare che abbiano litigato e lei se ne sia andata da sola per dispetto." Indosso una maglietta e raggiungiamo la sua auto all’ingresso laterale della valle. Troviamo lo sportello dalla parte del guidatore aperto. Ciano trasalisce di fronte all’evidenza di aver trascurato le più elementari regole della prudenza. Il volantino è assieme alla patente e al libretto di circolazione bene in vista sul sedile anteriore destro. Qualsiasi curioso avrebbe potuto notarlo e recuperarlo per leggerlo. L’ansia gioca spesso dei brutti scherzi. Bojuae lo ha visto e non gli ha dato alcuna importanza. Andiamo a girare nel piccolo spiazzo vicino ai cani. Gli animali ovviamente non perdono l’occasione per protestare contro Ciano, io non merito la loro attenzione considerato che mi conoscono troppo bene per avvertire l’esigenza di interessarsi a me, e Ciano ricambia il trattamento riprendendo con altrettanta foga la litania di imprecazioni e maledizioni interrotta in precedenza. Ben presto comunque l’auto va su saltellando ed arrancando su sassi e fossi. Quando finalmente abbandoniamo la strada di campagna per immetterci sulla statale, Ciano tira un profondo sospiro di sollievo e preme con immenso piacere sull’acceleratore, quasi a voler far risaltare la differenza tra le due strade. “Ora che so, non ripeterò lo stesso errore, -borbotta,- la vecchia si frega solo una volta, come affermavano con saggezza i nostri avi. La prossima volta lascerò la macchina vicino al cimitero e verrò a trovarvi a piedi. Farò prima e mi risparmierò lo scombussolamento dello stomaco, e, perché no? anche qualche soldino per i guai che potrebbe sorbirsi pure la mia auto a causa di quel ballo indiavolato."


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Riflessioni e critiche

Noi siamo quelli che...

di Mariateresa Montanaro

Noi siamo bassi, siamo piccoli, seduti sulle nostre sedie a rotelle rappresentiamo tutto ciò che la gente che ci incontra non vorrebbe mai avere. Ci guardano con dispiacere e noi ce ne accorgiamo, sappiamo quello che pensa la gente perché una volta anche noi si stava bene. Noi siamo I figli maltrattati da un incidente. Non si cammina più, a volte non si stringe più, non si salta e non si corre, si conduce una vita in tono minore e tante volte in modo molto dipendente. Seduti sulle nostre sedie a rotelle rimpiangiamo una cosa che si aveva e si è perduta: la libertà di movimento che permette di scegliere che cosa fare, dove andare, se stare oppure muoversi, mangiare da soli, salire in macchina o su un treno e andare al mare. Noi ci si accorge che la gente ci guarda con malcelato dispiacere e sovente si cerca di fare finta di niente, o di mettere gli altri a proprio agio, oppure di farli rendere conto di quanto sono fortunati. Viviamo di sogni e di rimpianti. I rimpianti sono per ciò che non potrà tornare, I sogni sono rivolti a quel poco che però diventa tanto quando si riesce ad ottenere. Si sogna la libertà di poter fare una minima parte di quelle tante cose che sentiamo di poter ancora realizzare. Si vive in un mondo poco propenso a dare credito a chi è seduto e non può più marciare, ma non per questo ha intenzione di marcire e non fare più niente. Vogliamo vivere in modo indipendente. Indipendente è una bella parola, si riferisce a tutto ciò che normalmente è considerato una cosa normale: muoversi, lavorare, incontrarsi, partecipare. La disgrazia ci ha insegnato il concetto di uguaglianza e appartenenza, ci ha insegnato che l'uomo da solo non è nulla, e noi lo proviamo sulla nostra pelle ad ogni scalino che non possiamo superare, ogni volta che dobbiamo raggiungere un oggetto troppo alto per noi, o troppo distante, ogni volta che non ci riesce di fare quel qualcosa che per chi sta bene non rappresenta alcun ostacolo evidente. Un messaggio che si vorrebbe far pervenire a chi decide stando ben in piedi, senza conoscere direttamente, per sua buona fortuna, le problematiche dei portatori di handicap, e che stabilisce l'aiuto finanziario a noi ragnetti con le ruote, è il seguente: molti di noi sono persone in gamba anche se la gamba non si muove più. Siamo sottoutilizzati. siamo assunti nelle ditte con degli sgravi fiscali per le stesse e questo non è bello perché significa che potenzialmente noi rendiamo poco o niente. Ci vengono assegnati dei fondi ma noi vorremmo ambire a più possibilità di essere, di esistere, di partecipare. Sono esperimenti nei quali c'è molto di buono, ma la figura del disabile non riesce ad essere distaccata dalla sua icona di persona, dal rendimento inferiore, un 'immagine di un mondo minore che deve sperare di ottenere e poi essere capace ad adoperare con il rischio poi di vedersi negare sul più bello quel sussidio sul quale sta cercando di organizzarsi per migliorare una posizione scomoda nella quale non è facile campare. Forse ci sarebbero delle soluzioni migliori. Forse si potrebbe fare in modo che chi è seduto in carrozzina non si senta tagliato fuori dalla vita normale di un paese civile. Forse bisognerebbe chiedere a noi che lo sappiamo che cos'è che ci manca veramente. Forse si scoprirebbe un sistema più economico ed efficiente per fare tutti più contenti: gli invalidi, assistenti sociali, assessori e contribuenti. Noi sogniamo di continuare ad essere esistenti per quello che valiamo. Potremmo diventare degli industriali, dei professori, persino degli educatori, dei consiglieri comunali oppure essere dei perfetti ignoranti e nulla facenti, ma anche per questi un qualcosa lo si troverebbe certamente da fare, perché di quegli elementi anche in mezzo a chi sta bene ce ne sono tanti. Molti di noi sognano delle opportunità, un abbattimento delle barriere mentali, sognano di essere ascoltati come fossero delle persone normali. La vita indipendente a volte non ha prezzo e altre volte è quasi un regalo. A volte è strettamente legata ad una necessità economica, ad un finanziamento, altre volte può essere legata ad una necessità più piccola, magari intima o particolare. Noi ci rendiamo perfettamente conto che soffermarsi a personalizzare le richieste di ciascuno, può essere un lavoro lungo e complicato, molto più rapido e semplice è elargire e poi giudicare, ma anche molto generico. Se a questo punto qualcuno si starà chiedendo: "ma non sono mai contenti, questi invalidi sono molto esigenti", allora significa che non mi è riuscito di esprimere un concetto fondamentale, quello che da dentro il cuore vorrebbe vedermi riconosciuto il mio malore. Se qualcuno ha dei dubbi provi ad interrogarmi, a chiedermi che cosa ho fatto anche senza essere incluso in un progetto e quante cose sento che potrei ancora realizzare. Mi sento un organismo vivente penalizzato dal destino, ma che ha ancora voglia di lasciare un segno. Ma, non ho molto tempo, non posso continuare più ad aspettare!


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RFI e disabili: abbandonati e ignorati

di Mario Lorenzini

Riporto la testimonianza di Luigi Gariano, che fa riferimento a fatti accaduti il 17 giugno 2021. Il testo è stato estrapolato dal video presente su Facebook e sui tg di zona. L.G.: «Quando mi hanno comunicato che gli ascensori erano fuori servizio mi sono sentito ostaggio e… anche un po’ di paura perché io, a quel punto, non sapevo cosa sarebbe successo.» Rimasto bloccato per più di un’ora alla stazione di Pontedera per uno spiacevole e accidentale episodio. È quel che è accaduto a Luigi Gariano, 46 anni, giovedì scorso alle 22 e 15 in arrivo con un regionale da Firenze. Il treno arriva al binario 3, come previsto dagli orari Trenitalia, anziché al 1°, come era stato concordato con la sala blu per l’assistenza disabili. L.G.: «Il regolamento vuole che le persone con disabilità debbano prenotare il viaggio almeno 24 ore prima e questo è fortemente discriminante per le persone con disabilità.» Tra le 22 e le 6 però, per motivi di sicurezza, gli ascensori sono disattivati. A Luigi viene così proposto di attraversare i binari con la sua carrozzina da 180Kg. Ma i marciapiedi sconnessi e rotaie lo convincono che è meglio di no. Finché si decide di far ripartire il treno per Cascina, effettuare uno scambio, e tornare indietro al binario 1. Le scuse di RFI, che sottolinea come, nel 2020 la sala blu abbia assistito 16000 persone, 176 solo a Pontedera, non bastano a Luigi; era già successo altre volte, spiega, e annuncia azioni legali. «Presenterò, naturalmente, un esposto alla Procura, in modo che, insomma, vengano fuori i responsabili, perché non si è capito ancora di chi è la responsabilità e perché casi di questo genere non succedano mai più.» Luigi combatte da sempre per i diritti delle persone disabili. Ha fondato il Movimento Rivoluzione Umana (MRU) che raccoglie le proteste e porta avanti le battaglie di chi è in difficoltà, nonostante la presenza di leggi idonee non applicate. In questo racconto si evidenzia proprio questo; un’infrastruttura alle spalle, come la Sala Blu, che provvede ad accompagnare gli utenti a ridotta mobilità, come da loro definiti, dall’arrivo alla stazione di partenza, all’uscita della stazione di destinazione. Il tutto servendosi di strumentazione come carrelli elevatori per le carrozzine. La presenza di ascensori opportunamente dimensionati ha mitigato ulteriormente la problematica. Eppure, nonostante la comunicazione tra Sala Blu e RFI, della presenza di un disabile a bordo, la coincidenza tra ascensori disattivati e cambio di binario ha messo in luce l’assenza o la non completa comunicazione. E i risultati sono stati disastrosi. Forse si dovrebbe pensare un po’ di più alla reale organizzazione dei servizi, senza possibilità di errore. Perché un disabile non ha un’alternativa pronta ai disservizi dovuti a mala gestione. Forse dovremmo concentrarci di più su questo aspetto tralasciando le chiacchiere del politicamente corretto. E, non più forse, ma sicuramente, io non avrei definito il fatto accidentale, assolutamente no, perché frutto di una non perfetta organizzazione. Il meccanismo di blocco degli ascensori è comandato con apposita chiave che, purtroppo, non viene lasciata in dotazione agli operatori della Sala Blu. Se così fosse, si potrebbero riattivare temporaneamente, anche dopo l’orario di chiusura, per permetterne l’utilizzo a persone che ne abbiano la necessità. E questo era proprio il caso. La soluzione era lì, a portata di mano. Pare però che gli addetti all’assistenza, provenienti da altre stazioni, non siano abilitati all’utilizzo della chiave… Sono le solite cose all’italiana. Questo dovrebbe essere così ma… Ci auspichiamo tutti che questo nodo relativo allo sblocco degli ascensori sia risolto con semplicità il prima possibile, nell’interesse di chi ha un bisogno vitale degli stessi da non poterne fare a meno. Speriamo quindi che Rete Ferroviaria Italiana e Sala blu trovino al più presto un’intesa, perché troppi disabili sono scoraggiati a muoversi per inconvenienti come questi.


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Il pedagogista oggi, figura cestinata

di Francesca Macca

Il Pedagogista, in questo momento storico, nella nostra società è cestinato, non considerato. Questa mia constatazione mi spinge a fare una serie di domande a chi di dovere: - Il Pedagogista è stato riconosciuto dalla Legge 205/2017 figura apicale e il suo posto di lavoro? - Perché ancora sono attivi i corsi di laurea in Scienze Pedagogiche e Progettazione Educativa, se poi gli sbocchi professionali e concorsi idonei non ci sono, come Pedagogista? - Perché gli Atenei non fanno sentire la loro voce, in merito alla questione? - Si parla tanto di emergenza educativa sui social web, dispersione scolastica, ma quali sono gli interventi pratici e veri attuati o in programmazione? - In un momento storico, in cui è evidente la domanda di pedagogia e l’urgenza di una rieducazione globale: educazione digitale, educazione sanitaria,educazione alle emozioni, educazione al rispetto del diverso, educazione alimentare, educazione alla genitorialità ecc…., le istituzioni, non si muovono? La nostra realtà ha bisogno di specifiche strategie di prevenzione e di accompagnamento rieducativo che solo le figure educative pedagogiche possono svolgere all’interno di un team multidisciplinare. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Lancet conferma l’importanza di avvalersi di professionisti di diverse materie. L’approccio interdisciplinare è poco diffuso nella nostra società, che tende all’iperspecializzazione individuale e poco all’interdisciplinarietà. Tutto si è fermato per l’emergenza Covid-19, il quale ha scatenato altre necessità che vanno affrontate urgentemente con un approccio interdisciplinare ed olistico. Io da pedagogista, vorrei contribuire a fare qualcosa a favore della nostra società composta di bambini,di ragazzi e di giovani spesso dimenticati dalle istituzioni. È doveroso pensare ed aiutare le nuove generazioni con progetti reali ed urgenti, così come sosteneva Einstein:” non c’è a questo mondo grande scoperta o progresso che tenga fintanto che ci sarà un bambino triste”. I bambini e i giovani devono ricevere le giuste attenzioni centralizzando i loro bisogni per progettare una società migliore. Il mio desiderio è proporre il cambiamento e poter lavorare in questa direzione, per favorire le relazionalità, la comunicazione, l’ascolto e guidare ad affrontare positivamente e costruttivamente le situazioni di difficoltà.


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Le cucine di Mondo convenienza

di Mario Lorenzini

Io e mia moglie abbiamo convenuto che, dopo vent’anni di onorato servizio, la nostra amata cucina era da cambiare. Ancorché il legno dei componenti fosse in buono stato. Ci siamo orientati su di una catena di negozi molto conosciuta: Mondo convenienza. Il motto di questa azienda è sempre stato “La nostra forza è il prezzo”. In effetti, almeno in origine, i prezzi erano concorrenziali. Inoltre, anche esperienze come cameretta e sala ci hanno portato a questa scelta. Ma, come si vedrà nel seguito, non sono mancati i problemi. Mondo Convenienza vanta un catalogo online molto ricco di mobili con svariate finiture. Le cucine, di norma, sono costituite non in legno massello (a richiesta, a prezzo nettamente superiore), piuttosto in pannelli di particelle di legno pressato. I frontali (gli sportelli) sono in MDF, per conferire maggiore robustezza. Avendo uno spazio ridotto a nostra disposizione, e pensando a una composizione angolare, ci siamo affidati al servizio di progettazione. Siamo stati contattati da un’arredatrice che, previo appuntamento, ha diligentemente rilevato le misure della stanza, consigliandoci per il meglio, dietro le nostre esigenze. Fin qui, tutto bene. La geometra ci ha inviato il progetto in pdf, completo di descrizione dei singoli elementi e prezzo finale, comprensivo di trasporto e montaggio (il 12% del totale parziale). Il pagamento è stato effettuato in due tranche, anticipate, il 20% come caparra confirmatoria il 28/4, il restante il 21 di maggio. Abbiamo anche pianificato la consegna, possibile tra il 28/05 e il 05/06. A questo punto un chiarimento. Il nostro lavoro non comprendeva solo la sostituzione della cucina ma anche il rifacimento di parte dell’intonaco e della tubazione. Ciò ha comportato mettere d’accordo muratore, idraulico e imbianchino. Per essere perciò certi di far combaciare tutto, abbiamo scelto la seconda data, il 5 giugno. Ci avrebbero confermato la fascia oraria (in un range di 4 ore) il giorno prima, via sms. Dovendo allacciare l’impianto idraulico ed elettrico in giornata, per non rimanere un giorno in più con i componenti montati ma non funzionanti, abbiamo deciso di utilizzare il servizio Gold, il quale, al costo di 19€, dà la possibilità di programmare l’orario a proprio piacimento, con uno scarto di un’ora. Orario programmato: 8:30 – 9:30. Ed ecco le prime sorprese. Alcuni giorni prima della data prestabilita siamo stati contattati da un operatore (da un numero 02xxxxx…) il quale ci diceva che avrebbero consegnato il 9/06. Alla mia domanda del perché di questo spostamento, mi hanno risposto dicendomi che la cucina non sarebbe stata disponibile nei loro magazzini prima. Io ho replicato che avevo pianificato tutte le operazioni di manutenzione, che peraltro la geometra conosceva, insieme con gli operai, e che adesso avrei dovuto contattare il muratore, l’idraulico, ecc. per spostare i lavori. E così ho fatto. Tra l’altro, i lavori sono iniziati il 1° di giugno, comportando una perdita di un giorno in più, la festività della Liberazione, 2 giugno. Tralasciamo questi fatti che non sono attinenti più di tanto alla questione. Quello che è mia intenzione rimarcare è il fatto che non tutti devono solo cambiare la cucina, portando via quella vecchia e non effettuare opere di muratura o altro. Quindi, in questi casi, il rispetto della tempistica, per coordinare i lavori, è importante. Tanto più che i 30/40 giorni da attendere di norma per la consegna, ci stavano tutti. In caso in cui si debba solo sostituire una cucina senza fare altro, Mondo convenienza offre anche il servizio di smontaggio della vecchia cucina e, in questo caso, è molto meno importante variare la data. Lunedì 7/06 vengo ricontattato nuovamente dallo stesso numero che mi informa che mancano due sportelli. «Se vuole spostiamo la consegna…» No, dico io, è impossibile. Chiedo comunque quando prevedono che il resto della merce arrivi. «Una settimana…» E veniamo al giorno fatidico. Gli operai addetti al trasporto e montaggio arrivano da me alle 8:30. Purtroppo, gran parte del tempo va perso per portare i vari pezzi al quarto piano, dove abito. Intorno alle ore 13, uno dei ragazzi è costretto ad andare via per altri impegni; prontamente un altro arriva a sostituirlo e restano così sempre in due. Il montaggio della cucina termina intorno alle 15:30. Onestamente, sono rilevati dai montatori alcuni difetti, prontamente segnalati alla sede centrale via tablet. Parliamo di altri sportelli (3) graffiati, uno zoccolino più corto di circa 10 cm, più altri dettagli. Anche loro ci assicurano che nell’arco di alcuni giorni, una settimana, sarà tutto a posto. Quando finalmente siamo soli e possiamo guardare attentamente la cucina, vediamo ancora imperfezioni: l’alzatina, cioè quella specie di cordolo che impedisce all’acqua e altro di finire dietro le basi, non solo non è siliconato, ma nemmeno è fissato con le viti. Il finto pensile che racchiude la caldaia è spostato di circa 2cm verso sinistra, staccato dal muro a destra; di conseguenza, anche la colonna a sinistra risulta spostata, esponendo il muro oltre il rivestimento delle piastrelle. Abbiamo telefonato al servizio clienti e fatto notare tutto quanto. Alcune cose erano già state annotate. Ci hanno riferito, però, che i tempi per reperire questi componenti andavano dal 23 al 29 giugno, ben oltre la settimana promessa. Non ricevendo comunicazioni, il venerdì 25/06 abbiamo contattato nuovamente l’assistenza. Ci è stato risposto che ancora non avevano nulla e che le date facevano riferimento all’arrivo al loro magazzino. Dopodiché avremmo dovuto organizzarci per concludere il tutto. Poi, il giorno 28 giugno arriva sul mio cellulare il seguente SMS: Mondoconv Gentile cliente, la informiamo di aver preso in carico e lavorato la richiesta di assistenza pervenutaci. Non appena gli articoli saranno disponibili per la consegna sarà nostra premura contattarla al fine di fissare un appuntamento. A tutt’oggi, 1° luglio, non sono stato contattato e, certamente, non ho ancora ricevuto quello che mi manca. Cosa c’è che non va in tutta la faccenda? 1) Il fatto che l’azienda, da oltre un mese, ha già avuto il compenso intero mentre io non ho ancora la cucina completa. 2) Questo modo di contatto per cui si chiama un numero e poi si viene ricontattati da un altro, che non può essere richiamato, tipica usanza questa, mutuata da aziende del nord che dovrebbe dare maggior efficienza separando i servizi ma che poi, nella pratica, si traduce in un metodo che rallenta le azioni o impedisce repliche da parte dell’utente. Nei fatti, ho riscontrato mancanza o inesattezza di comunicazione tra i due, con perdita di tempo. I messaggi inviati sul cellulare sono forme di cortesia e conferma ma, nel mio caso, avrebbero dovuto essere inviati molto prima. 3) Il pagamento dell’intera somma anticipatamente dovrebbe comportare una celerità e serietà maggiore per quanto riguarda tutto il servizio; invece è solo la sicurezza, per l’azienda, di aver incassato l’intero importo, senza preoccuparsi, in tempi ragionevoli, di risolvere gli eventuali problemi riscontrati. La mia opinione è che non sia conveniente per il venditore, tornare più volte dal cliente, per portare materiale mancante o altro. Perché questo significa perdita di tempo e cattiva pubblicità. La soluzione, almeno per gli sportelli graffiati, sta nell’imballaggio, non solo di cartone, ma anche con l’aggiunta di polistirolo. È chiaro che con solo cartone, anche rovinato, le finiture sfregano nelle pareti del furgone o camion di trasporto e si rovinano. Forse Mondo convenienza dovrebbe badare maggiormente al fattore imballaggio. E arriva anche un’altra data, il 19 luglio, preso come nuova partenza per una trattativa visto che è lunedì, inizio settimana. Invio la seconda PEC a Mondo Convenienza, lasciando loro un’altra settimana per concludere la consegna. Il tutto minacciando azioni legali se non avessi ottenuto soddisfazione. Ho precisato anche che non avrei accettato il voucher da 100€ per effettuare altri acquisti online. Bene, a differenza della prima mail, dopo la quale la risposta è stata velocissima, entro 24 ore, stavolta è passata un’intera settimana e tutto tace. Lunedì 26 luglio ho fornito la documentazione necessaria al mio avvocato per diffidarli dal proseguire nella loro taciturna inoperosità. Il 4 agosto l’avvocatessa mi informa di aver parlato con gli uffici di Mondo Convenienza e che, di lì al 7 agosto, mi avrebbero contattato per fissare l’appuntamento per consegnare TUTTA la merce mancante. Il 7 agosto, infatti, un operatore mi telefona, fissando per il 10 prossimo la data che avrebbe dovuto segnare la fine dei lavori. Un SMS mi avrebbe informato dell’orario esatto di arrivo. In tarda giornata dello stesso ricevo due mail: la prima che mi avvisa dell’appuntamento del 10 agosto; l’altra che sposta, senza spiegazioni, tale appuntamento, al giorno successivo, 11 agosto. Beh, ormai, un giorno in più che differenza fa? Il giorno 11, ore 15:30, arrivano due operai con i pezzi mancanti. Ma… manca lo zoccolino sotto lavello, un cassetto, uno sportello è danneggiato, mentre un altro è senza cerniere… e pensare che l’operatore, con cui avevo parlato giorni prima, mi aveva elencato tutte le parti mancanti… Persino gli addetti al montaggio restano stupiti… come si monta uno sportello senza le cerniere? Diligentemente, prendono nota del materiale mancante servendosi del tablet in dotazione. Ci salutano, dispiaciuti, al prossimo appuntamento della serie “la cucina puzzle”. Certamente, essendo incombenti le festività di ferragosto, non rivedremo nessuno fino a settembre. Per ora resto in attesa dei componenti rovinati e mancanti. Di certo, dovendo esprimere un parere personale, non consiglierei questa azienda a chi volesse cambiare la cucina.


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Grafene e vaccini

di Loreto Giovannone

Grafene, mostro che viaggia nei corpi umani Fermo restando che lo studio presentato per ottenere il brevetto è eseguito sui topi, cosa c'entrano gli ossidi di grafene con il fenomeno del magnetismo sugli umani sottoposti a terapia genica erroneamente chiamata vaccino? Tecnologia: La presente invenzione appartiene al campo dei nanomateriali e della biomedicina e riguarda lo sviluppo di una piattaforma di sviluppo vaccinale. Con tutta la prudenza possibile per l'attendibilità della enorme mole di materiali che circolano in rete, la cui veridicità andrebbe sempre verificata, è comunque degno di attenzione quanto concretamente emerso sul grafene nei vaccini. Va comunque detto che la Treccani stessa spiega: I prodotti della nanotecnologia presenti oggi sul mercato sono per lo più prodotti che con il tempo sono stati migliorati nei processi produttivi grazie all’utilizzo di queste nanotecnologie, dando vita a quelli che oggi sono definiti materiali nanotecnologici (come nanotubi di carbonio, strutture nanocomposite o nanoparticelle di una particolare sostanza) e quelli che invece vengono chiamati i processi nanotecnologici (ad esempio nanopatterning o punti quantici per la diagnostica per immagini nella medicina.) https://treccanifutura.it/tecnologieesponenziali/nanotecnologie/ Da prove fatte su sei persone, che si erano in precedenza sottoposte a puntura genica sperimentale chiamata vaccino, è risultata una forte carica magnetica nel punto di punturazione, nelle ghiandole sopraclavicolari alla base del collo ed in corrispondenza della ghiandola pineale sulla fronte. Questa forte carica magnetica consente a monete, chiavi, piccoli magneti di rimanere saldamente incollati al tessuto cutaneo. Recenti studi e ricerche mediche rintracciabili in rete hanno stabilito, secondo ricercatori spagnoli, che l'anomalo magnetismo immesso nel corpo umano ha un nome "grafene", di cui sembra non esserci traccia nel "consenso informato" delle persone già punturate. GOOGLE PATENTS controlla la biomedicina dell'ossido di grafene La ricerca ha portato a scoprire una delle pagine Google Patents, pagine che mostrano pubblicamente che Google, il colosso della comunicazione mondiale, ha in mano da anni, una certa quantità di brevetti a carattere medico scientifico e tutto un settore di ricerca che sembra gestire correntemente. Nel sito corrispondente alla pagina web https://patents.google.com/patent/CN112220919A/en è emerso lo studio sui topi della tecnologia del "Vaccino ricombinante nano coronavirus che assume come vettore l'ossido di grafene". Essendo abituato all'uso di Google come browser di navigazione motore di ricerca nel web, sorprende constatare l'espansione del colosso mondiale nel settore delle nanotecnologie e antigene virali per uso (forse) medico fino a detenerne il brevetto CN112220919A, dopo la sperimentazione sui topi. Considerato quanto riportato nell'abstract: “L'invenzione appartiene al campo dei nanomateriali e della biomedicina e riguarda un vaccino, in particolare lo sviluppo del nano vaccino ricombinante nucleare 2019-nCoV coronavirus” è parso normale porsi qualche dubbio e rilevare alcune anomalie. Prima anomalia: Perché il colosso mondiale Google ha interesse in un campo completamente opposto alla comunicazione dei cosiddetti "vaccini" genici sperimentati sui topi? Seconda anomalia: Pur classificando come antigene virale il brevetto del “Vaccino ricombinante nano coronavirus che assume come vettore l'ossido di grafene”, Google stesso nella scritta che compare in una tendina a scomparsa, dichiara: " Google non ha eseguito un'analisi legale e non fornisce alcuna dichiarazione in merito all'accuratezza o alla completezza degli eventi elencati." Terza anomalia. La vera sorpresa è arrivata nello scaricare il pdf collegato a questa pagina, ci si aspetterebbe uno studio in lingua inglese (scientifico) invece il pdf è composto di 10 pagine tutte rigorosamente in lingua cinese di cui l'ultima contiene un disegno e due diagrammi. Quarta anomalia. La Commissione per la Pesca e lo Sviluppo Rurale (statale cinese) ha approvato la candidatura della Shanghai Nanotecnologia e Applicazione Ricerca Nazionale di Ingegneria Center Co., Ltd (Indirizzo 201109 468 Jianchuan Road, Distretto di Shanghai Yihang). Può la Commissione per la Pesca e lo Sviluppo Rurale approvare l'invenzione, un metodo di preparazione del vaccino genico e l'applicazione dello stesso in esperimenti su animali? Dati riscontrabili: La National Engineering Research Center for Nanotechnology (NERCN) ha ottenuto la registrazione del brevetto per i vaccini al grafene presso l'Ufficio statale per la proprietà intellettuale della Repubblica popolare cinese. La National Engineering Research Center for Nanotechnology (NERCN) è molto attiva nella ricerca interna a cui dedica per il 99,25%. NERCN ha relazioni con: Shanghai Jiao Tong University (SJTU), China; Fudan University, China; East China Normal University (ECNU), China; Shanghai Institute of Microsystem and Information Technology (SIMIT), CAS, China; Shanghai Institute of Ceramics (SICCAS), CAS, China; Shanghai Zizhu Investment Co., Ltd., China; Baowu Group, China; Shanghai Science and Technology Investment Co., Ltd., China; China State Institute of Pharmaceutical Industry (CSIPI), China; Shanghai Academy of Science and Technology (SAST), China. Ma con sorpresa nelle collaborazioni con l'estero compare unico ed inaspettato il Technion-Israel Institute of Technology (IIT), attivissimo sulle tecnologie vaccinali con terapia genica. https://www.technion.ac.il/ Nome del brevetto cinese di proprietà Google: N.º 112220919. “Vaccino ricombinante nano-coronavirus con ossido di grafene come vettore. L'invenzione appartiene al campo dei nanomateriali e della biomedicina e riguarda un vaccino, nello specifico, allo sviluppo di un nano-vaccino per la ricombinazione nucleare del coronavirus nCoV nel 2019. L'invenzione include anche un metodo di preparazione per il vaccino e un'applicazione nella sperimentazione animale. Il nuovo vaccino contro la corona contiene ossido di grafene, carnosina, CpG, nuovo coronavirus RBD e lega carnosina, CpG e neoproduttivo allo scheletro di ossido di grafene RBD; la sequenza codificata di CpG come mostrato nel SEQ ID NO 1; il nuovo coronavirus RBD si riferisce alla nuova regione di legame del recettore delle proteine del coronavirus che produce anticorpi specifici della RFD ad alta efficienza nei topi, fornendo un forte supporto per la prevenzione e il trattamento di nuovi coronavirus.” Ossido di grafene e carnosina (due amminoacidi, istidina e ?-alanina) 1. Un vaccino contro il coronavirus è caratterizzato dal coronavirus contenente ossido di grafene, carnosina, CpG e regioni leganti il recettore del neo-coronavirus; 2. Il Coronavirus, come descritto nella domanda 1, è caratterizzato dal coronavirus ottenuto collegando le aree di legame della carnosina, del CpG e del recettore del coronavirus sull'ossido di grafene attivato. 3. Il metodo di preparazione del coronavirus descritto nella domanda 1 è caratterizzato dai seguenti passaggi: Per ottenere CpG, proteina ricombinante regione legante recettore e carnosina, la sequenza di codifica di CpG è mostrata come mostrato nel SEQ ID NO 1 e la polvere liofilizzato ossido di grafene viene aggiunta al tampone fosfato, trattamento ecografico; Aggiungere EDC e NHS per attivare la soluzione di ossido di grafene e l'ultrafiltrazione per rimuovere l'EDC/sulfonil in eccesso dalla soluzione di reazione - NHS, la soluzione di reazione della regolazione del pH a neutrale; Le proteine ricombinanti della regione di legame della carnosina, del CpG e del recettore vengono aggiunte alla soluzione di reazione e incubate con ossido di grafene attivato; 4. Il metodo di preparazione descritto nella richiesta 3 è caratterizzato da una durata ecografica da 2a3 ore. 5. Il metodo di preparazione descritto nella domanda 3 è caratterizzato da un pH di 6,8-7,6 per il tampone fosfato. 6. Il metodo di preparazione descritto nella domanda 3 è caratterizzato dalla rimozione dell'EDC/sulfonyl in eccesso -IL SSN o dalla rimozione di proteine non thooked per ultrafiltrazione. 7. Come descritto nella domanda 3, il metodo di preparazione è caratterizzato dall'uso di carnosina di ossido di grafene più di 1,5 volte, dosaggio dell'area di legame del recettore di CpG 2-10 volte, dosaggio CpG di ossido di grafene un decimo, rapporto di massa. 8.Comedescritto in uno qualsiasi dei metodi di preparazione nelle affermazioni 3 - 7, la temperatura di reazione è 20-28 °C. 9. L'applicazione del coronavirus descritto nella domanda 1 è caratterizzata dall'applicazione del nuovo vaccino corona nella preparazione di farmaci per prevenire il coronavirus. 10. L'applicazione descritta nella domanda 9 è caratterizzata dal coronavirus che fa sì che il corpo produca anticorpi contro le proteine ricombinanti nella regione di legame del recettore. Vaccino ricombinante nano-coronavirus con ossido di grafene come vettore Tecnologia: La presente invenzione appartiene al campo dei nanomateriali e della biomedicina e riguarda lo sviluppo di una piattaforma di sviluppo vaccinale. Nello specifico, prevede lo sviluppo del vaccino nanovirus ricombinante nucleare coronavirus 2019-nCoV. L'invenzione include anche l'applicazione del vaccino nella sperimentazione animale. Grafene e proteina SPIKE Il grafene è un nanomateriale di carbonio bidimensionale costituito da un reticolo a nido d'ape esagonale composto da atomi di carbonio in orbite ibride sp2. La sua unità strutturale di base è l'anello esagonale benzene più stabile di materiali organici, che è attualmente il materiale bidimensionale più ideale. L'ossido di grafene (GO) è un derivato del grafene e un oggetto peeling per l'ossido di grafite. Grazie alla sua ibridazione SP2 unica e alla perfetta struttura bidimensionale, nonché all'elevata attività di reazione del bordo, svolge un ruolo importante nei sistemi di trasporto nanofarmaceutici, nel rilevamento biologico, nella terapia tumorale e nell'imaging cellulare come vettore ideale di carico e innesto nella progettazione e basata nello sviluppo della sua piattaforma terapeutica. La presente invenzione è completata sulla base delle ricerche di cui sopra. Basata su materiale di ossido di grafene per molecole CpG a carico scheletrico e proteine ricombinanti, la presente invenzione sviluppa un nuovo metodo per lo sviluppo del vaccino. Sulla base di questa piattaforma tecnologica, è stato preparato un nuovo vaccino contro la corona nano-nuova in combinazione con la proteina ricombinante della regione RBD della proteina SPIKEdi SAR-CoV-2. Oscure manovre, omissioni, disinformazioni di pseudoscienziati e governi. La comunità scientifica internazionale sembra essere allo scuro o non ha rivelato le componenti e la tecnologia genica sviluppata intorno all'uso del grafene, non sembra sia comparso tra i componenti o che ne sia informata la popolazione. Prima in Europa a scoprire la componente grafene della nuova tecnologia chiamata "vaccino". Università di Almeria - Spagna Conclusione. Allo stato attuale i governi nazionali di concerto con la comunità europea e gli organismi internazionali hanno messo in atto una sperimentazione forzosa su scala mondiale con miliardi di persone a fare da cavia e inconsapevoli del contenuto che non è ufficialmente dichiarato ma risulta nel brevetto cinese: “Il nuovo vaccino contro il corona contiene ossido di grafene”. Miliardi di persone inconsapevoli della presenza di ossido di grafene iniettato nel corpo, forzati collettivamente ad assumere questa composizione chimica chiamata impropriamente "vaccino" che sta determinando una crescente mortalità tra i sottoposti alla terapia genica sperimentale. In Europa attualmente il compito di monitorare gli effetti della sperimentazione è assegnato all’Agenzia Eudra Vigilance che registra a fine luglio 2021 un progressivo crescente numero dei deceduti (20.500 morti) e danneggiati (oltre 2 milioni con reazioni avverse di cui il 50% gravi). Il seguito della spinta dei governi all’obbligo vaccinale avrà effetti catastrofici di immane portata, l'umanità intera è stata portata sull'orlo del baratro e dell'ecatombe in nome del profitto farmaceutico sperimentale. Si è passati dalla sperimentazione sui topi alla sperimentazione sugli umani senza colpo ferire. Il sonno della ragione genera mostri (Goya), il mostro è fra di noi e ogni giorno cresce il numero dei morti. In Italia si è coperto il monitoraggio con la formula “nessun nesso causale”, molte migliaia di morti dopo le punture sono riscontrabili solo nelle cronache locali. Sotto la spinta governativa non vengono accertati se i decessi sono dovuti a trombosi, migliaia di morti sono gia sulle coscienze di una classe politica e medica che definire incosciente è un eufemismo. Il peggio deve arrivare con la forzata vaccinazione dei minori.


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Tempo libero

Intervista a Enzo Cianci

di Giuseppe Lurgio

Ancora personaggi nuovi e ancora chiacchierate tra me e loro per conoscerli meglio. Stavolta è il turno di un personaggio difficile da collocare in un determinato segmento; sicuramente lui stesso ci dirà dove si sente più a suo agio. Ho conosciuto Enzo Cianci per puro caso e subito ho capito che è una bella persona e che dovevo farla conoscere anche a voi lettori. Provo a citare alcuni dei suoi ruoli nei quali si cala con passione e determinazione: cantante, musicista, paroliere, arrangiatore, attore, scenografo, poeta, professore di religione e addirittura inventore! Se ho dimenticato qualcosa naturalmente sarà lui stesso a dircelo nella chiacchierata che ora andremo a fare. D.) Salve Enzo. Siamo finalmente pronti per iniziare quella che io chiamo sempre "chiacchierata" e non intervista. Ti rivolteremo come un calzino! Scherzi a parte, caro Enzo, incominciamo, come è oramai consuetudine su queste pagine, chiedendoti di parlare un po’ di te ai nostri lettori che giustamente non ti conoscono, insomma una piccola autobiografia. R.) Caro Pino, presentato così sembro un vulcano in continua attività. In effetti è tutto vero ma le varie cose rappresentano fasi diverse della mia vita. A volte, certo, ho svolto cose contemporaneamente, altre volte alcuni ruoli svolti nel passato sono ritornati. Quando oggi mi si chiede una piccola autobiografia, penso subito a quella in 600 caratteri che diverse volte mi è stata richiesta per iscrivermi a varie selezioni musicali. Propongo a voi l’ultima spedita, pur sapendo che si tratta di un profilo dal taglio musicale/artistico in quanto omette diverse cose: «Enzo Cianci (’72), origini irpine, indole poliedrica, cantautore over emergente. La chitarra classica ad 11 anni, poi il basso. necessario alla prima band. Nel 95-96 studia con Stefano Cerri. Matura tante esperienze tra musica-teatro-scenografie con diverse associazioni. Intanto arrangia un cantautorato che definirà: light-prog. Nel 2016 pubblica TROPPO LENTO (concept-album) distribuito dalla Geco Sound Italia (fino al 30.9.2021) e successivamente elabora e produce due videoclip. Sua è l’ideazione de La Ribattina (2017), accessorio per strumenti a corda che usa in prevalenza sulla chitarra». D.) A proposito di musica tu stai creando un nuovo filone musicale molto particolare, ce ne parli? R.) Come già accennato nella mia breve autobiografia ho definito il mio cantautorato “light prog”. Gli esperti musicali sanno che prog è l’abbreviazione di progressive, genere musicale nato in Inghilterra e che ha avuto successo tra la fine degli anni ’60 e il 1975. La canzone più rappresentativa è 21st Century Schizoid Man (8 minuti) dei King Crimson contenuta nel disco: “In the Court of the Crimson King” (1969). Formazioni importanti saranno anche: Yes; Emerson, Lake & Palmer; Gentle Giant; Genesis e molte altre ancora. Il prog italiano registrerà un grande consenso, le band più rappresentative saranno Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso e Le Orme. L’elenco si dilata dentro grandi sfumature come gli Area, gli Osanna, ecc.. Mio padre non ascoltava prog però quando io nascevo questo genere era all’apice. Ad ogni modo non mi dilungherò qui a descrivere come mi sono giunti più tardi gli echi del progressive. Quando scrivevo e poi ho terminato il concept-album Troppo Lento mi chiedevo in minima parte dove collocarlo, secondo quale genere inquadrarlo. L’interrogativo è nato più tardi quando nel partecipare alla prima selezione, spedendo la biografia, avvertivo la necessità di dare la giusta collocazione al mio cantautorato. Ogni canzone era nata senza usare sempre le stesse briglie: non era un album di sola musica leggera, o jazz, o fusion, o rock, tantomeno un cantautorato in senso tradizionale. Era un po’ di tutto, senza esclusive. Se alla fine degli anni ’90 immaginavo una formazione di 5 elementi in assetto jazz con forti richiami a questo genere, le cose poi erano andate diversamente. L’istinto mi suggeriva che, pur non conoscendolo approfonditamente, ero vicino al genere progressive ma in una maniera alleggerita, così ho coniato la definizione “light prog”, si trattava di un progressive leggero. Dopo un po’ di tempo mi capitò di leggere due bellissimi articoli di Fabio Zuffanti pubblicati su RollingStone. Scrive: «Cominciamo anzitutto con lo sfatare alcuni miti. 1) Il prog è un genere musicale. Falso. Il prog è una filosofia che impone il fregarsene degli steccati tra generi e delle regole imposte dalla canzone da tre minuti. Via quindi a contaminazioni tra il rock, la classica, la psichedelia, il folk, il jazz, l’elettronica e chi più ne ha più ne metta. Via al dimenticarsi di strofe e ritornelli. Via al non preoccuparsi di far durare un brano due o venti minuti. Via al dar spazio all’espressione di tutti i musicisti coinvolti. Via allo sperimentare sui suoni sposando elettrico, acustico, elettronico e orchestrale. Via al trattare argomenti esistenziali, psicologici, fantascientifici, surreali… In poche parole, libertà assoluta». Mi ritrovai in tutto questo, i richiami c’erano tutti, il DNA era lì. Queste parole confermavano la mia scelta, naturalmente in una forma contenuta e personalizzata: light prog. Lascio i link di Fabio Zuffanti: https://www.rollingstone.it/musica/20-dischi-fondamentali-del-prog-inglese-classico/494072/ https://www.rollingstone.it/musica/i-20-dischi-fondamentali-del-prog-italiano/496380/#uno D.) Tu hai scritto delle belle poesie alcune recitate anche da Alessandro Quasimodo, il figlio del grande poeta Salvatore. Come ti è sembrata questa esperienza? R.) L’esperienza con Alessandro Quasimodo è resa possibile a tanti da parte di Aletti Editore. Le poesie che ho proposto erano i testi di alcune mie canzoni. Diversi amici, che già conoscevano la forma canzone, mi hanno confidato di aver apprezzato e compreso ancor più in profondità l’essenza del testo grazie alla lettura calibrata di Alessandro Quasimodo. Dalla canzone alla poesia e dalla poesia alla canzone. A volte difronte a due testi (anonimi) faccio fatica a distinguere qual è la poesia e quale la canzone. Ciò che a mio avviso aiuta il testo di una canzone a raggiungere la parvenza, o addirittura la dimensione, di una poesia sono diversi fattori. Subito dopo l’argomento, il contesto, è la metrica, il ritmo delle sillabe, che l’autore cesella selezionando i termini più efficaci che portano il testo di una canzone a meritare il valore di poesia degna di stare in una antologia ed essere oggetto di studio. A volte però incontriamo poesie che sono slegaste dalla metrica. Però come una poesia in poche parole può condensare in modo folgorante uno stato d’animo così può accadere al testo di una canzone. D.) Altra tua passione è il teatro. Cosa rappresenti e cosa ti piacerebbe proporre magari a modo tuo al pubblico? R.) Ho vissuto per diversi anni in maniera viscerale e spesso coraggiosa il teatro di paese: sia in associazione (in un caso però ho collaborato come scenografo a tre spettacoli di una associazione teatrale romana) sia attraverso iniziative personali per il teatro ragazzi. Adesso raccontare come mi sono ritrovato scenografo e anche regista è una narrazione a parte. Rispondendo alla domanda: sono stato sempre affascinato dall’idea di ingrandire le micro-realtà. Ad esempio, ingrandire a misura palco l’ordito di un tessuto, pochi segmenti di una trama, e dentro questa scenografia portare una storia che può parlare di “nuovo-sporco-pulito” per dire metaforicamente che “i panni vanno lavati…”, o per dire altro, magari in forma commedia. Immaginate di stare dentro una siringa vuota che di lì a poco sarà il veicolo per inoculare il vaccino ad una persona. Al di là delle micro o macrostrutture, sicuramente preferisco scenografie che mettano insieme arte e simbologia, così come quella che ho realizzato da ultimo per il mio concerto ZTL (Zona Troppo Lento) e trattare contenuti che ci possano aiutare a crescere. D.) So che spesso nella tua musica fai uso di oggetti comuni come ad esempio un banale secchio metallico o altro. Questo modo di fare e per ricercare particolari sonorità o semplicemente per appoggiare e sostenere una cultura del riciclo? R.) Sì, può capitare di adoperare semplici oggetti come un innaffiatoio per percussione ma, in questi casi, non si tratta di ridare vita ad oggetti in disuso. In tal senso ci sono veri e propri progetti musicali. La mia scelta è dettata dal suono più rispondente al contesto. A volte però mi imbatto casualmente nel timbro di un oggetto che carpisce il mio gusto e può trovare una collocazione. Per me tutto respira e tutto ha un suono integrabile. L’uso degli strumenti non convenzionali è stato sperimentato nei decenni passati ma trova ancora spazio. La musica ancestrale era prodotta da oggetti che hanno trovato pian piano una dimensione convenzionale. Mi piacerebbe fare un concerto dove ci sia il suono di una botte vuota in vetroresina e dei barili pieni di olio. Mentre in studio di registrazione o sul posto ci si può dedicare con meticolosità all’acquisizione di questi suoni, nella fase live non puoi portarti tutto su un palco. Questo aspetto è stato risolto con l’uso dei campionatori che ovviamente sottraggono qualcosa allo spettacolo. Fra i tanti Enzo Avitabile è famoso anche per i concerti con i Bottari di Portico che creano ritmi percuotendo botti, tini e falci. Ultimamente per la realizzazione di un PON con la FootPrints (Associazione per la musica moderna) ho adottato l’idea di utilizzare semplici tubi sonori. Per tale scopo ho riciclato tubi in plastica di impianti elettrico e dell’acqua che ho tagliato in misura precisa e accordata secondo una estensione dalle ottave più alte a quelle più basse. D.) Ora una domanda per così dire "provocatoria"! Un tuo punto di vista sulla musica che oggi specie i giovani ascoltano. È solo rumore o c’è un po’ di buono? R.) Forse non ce ne rendiamo conto ma i giovani ascoltano di tutto. Chiaramente quando ne parliamo in modo generico ci riferiamo alle tendenze musicali di massa. La maggior parte dei ragazzi oggi non ascolta “musica suonata”, o se non in minima parte, intendendo per essa che dietro quasi ogni suono percepito ci sono uno strumento ed un musicista. Non è educata a questo tipo di ascolto. Faccio un esempio: dove lavoro sono quasi tutti giovani e la musica che fa da sottofondo è scelta direttamente da loro su internet. Un giorno ho scelto io e ho messo Pat Metheny: a qualcuno era indifferente, qualcun altro ha detto di cambiare. Oggi la musica suonata appare più di nicchia mentre un tempo anche la musica detta “commerciale” era suonata, ad esempio i Beatles. Fuori da questo tempo pandemico, oltre ai concerti sono i locali dove si suona dal vivo che hanno dato spazio ad ogni genere. Buona parte della produzione oggi è elaborata da un arrangiatore o da una equipe direttamente al computer ma non è tutto semplice ed immediato come si pensi, c’è tanto lavoro. Ovviamente: se ascolti i Cold Play c’è tanta musica suonata, se ascolti rap, trap e nuove tendenze tutto cambia. Da una parte il concetto compositivo della musica attuale ruota intorno al loop e ad una intensa elaborazione elettronica di suoni ed effetti e su questo secondo aspetto abbiamo già avuto grandi maestri come Brian Eno; dall’altra parte c’è la “parola” che quasi assolutizza la scena. Mentre un tempo le parole erano dilatate dentro uno spazio sonoro, oggi per dare enfasi ai propri sentimenti dentro una canzone si avverte la necessità di raccontare tanti dettagli naturalmente attraverso una moltiplicazione di parole. Altre sono simili al passato: è mutato il modo di esporre il fraseggio. Il punto nodale sono i contenuti, cosa si sta dicendo. Ci sono altari visti dai contraltari che a volte paradossalmente mutano in altari. Ci sono anche tante belle novità e non solo musica evasiva. Poi, però, ascolti alcune canzoni di De André e ti appare come un precursore dei rapper. Ciò che i ragazzi ascoltano oggi è la sintesi del momento data dalla commistione, ancora una volta, di sviluppi lessicali e musicali: sarà così ancora negli anni a venire. In determinati generi l’accento è sull’improvvisazione dei musicisti, nel rap si sposta di più verso il cantante. Poi anche i rapper dal vivo portano una band suonante. Ma non ci sono solo rap o trap, sotto insiemi del grande Hip Hop, c’è anche tutto il panorama Indie e per la maggiore l’elettropop sotto il cappello delle Major. Qui in Italia i traguardi raggiunti dai Maneskin hanno rimesso l’accento sulla musica suonata. Anche se la loro musica al momento non rappresenta il gusto medio degli italiani fa ricordare che nel tempo c’è stata anche una grande anima rock mantenuta viva da giganti come Vasco Rossi, Ligabue, Litfiba e altri. D.) Visto che ti ho annoverato anche tra gli inventori, ci parli della tua creazione che tu hai chiamato "ribattina"? R.) Ve la presento con la descrizione che nel 2017 ho inviato all’UIBM per chiedere il brevetto: «È un’applicazione prevalentemente per strumenti a corda. Presenta una rastrelliera alloggiante dei martelletti. Il tutto è assemblato nella parte alta da un asse metallico trasversale che nel complesso permette un movimento a cerniera. I martelletti funzionano similmente al pianoforte però ribattono per un numero di tocchi fino ad esaurimento delle oscillazioni delle corde. I martelletti possono essere azionati in numero a piacimento direttamente con le dita, a palmo aperto o usando un plettro sulle corde. L’inclinazione dello strumento: in avanti, perpendicolare o reclinato all’indietro, accentua l’espressività. Oltre gli effetti delay, tremolo, biglia rimbalzante, usando il plettro a strimpello è possibile ottenere degli effetti percussivi molto suggestivi soprattutto per il genere etnico e folk. Un secondo asse metallico (nel foro centrale) sospende i martelletti e lo strumento può essere suonato ordinariamente. Il modello in foto è in legno, è stato realizzato per una chitarra a sei corde ed è fissato allo strumento con forte biadesivo. Altri materiali possibili: alluminio, plastica, altro». Per La Ribattina ho ricevuto “Attestato di brevetto per modello di utilità”, non si tratta di invenzione industriale ma riconosce che se è prodotta può essere utile a qualcuno. Dal 2017 ad oggi ci sono state alcune modifiche, ad esempio l’uso delle ventosine per essere attaccata alla chitarra. Vi lascio alcuni link per vedere da voi stessi: https://www.youtube.com/watch?v=iazXBg_t000 (video esplicativo) https://www.youtube.com/watch?v=1B9lZymIMaI (Once Upon a Time in the West, Ennio Morricone) https://www.youtube.com/watch?v=xlfgunw33fg (Bella Ciao) D.) Tornando alle tue fatiche musicali, vogliamo dare ai nostri lettori un assaggio fornendo qualche indicazione e magari qualche links? R.) Il concept-album Troppo Lento è composto di dodici tracce, tutte disponibili su Spotify, iTunes, Amazon. Trovate qui il link di due canzoni con relativo video, nonché il link del mio canale You Tube a cui vi invito ad iscrivervi; altri dettagli potrete trovarli sulla pagina Facebook. https://www.youtube.com/watch?v=UxboE_9YqMk (video “Troppo Lento”) https://www.youtube.com/watch?v=tbkfbshe0xU (video “Il coraggio della pace”) https://www.youtube.com/channel/UCHDUJPF22wQamq8P1ngYpuA (canale You Tube) D.) Hai mai avuto a che fare con persone disabili? Naturalmente intendo anche come coinvolgimento e partecipazione nei tuoi spettacoli. R.) Ripenso a tutte le cose fatte nella mia vita. Ero alle elementari e avevo come compagno di banco un bambino con difficoltà a livello cognitivo e lessicale. Era l’epoca in cui una persona con tali problematiche la si definiva “handicappato”; questa parola a me non piaceva, era brutale, io semplicemente dicevo che aveva delle difficoltà a capire e a parlare, non sapevo usare altre parole. C’era anche una maestra di sostegno. Comunque, volentieri lo aiutavo a fare i compiti, gli spiegavo la matematica, quella più semplice, e quando la maestra gli chiedeva qualcosa e non capiva io traducevo per lui. In classe avevamo anche un compagno affetto da distrofia muscolare: era molto simpatico, sorridente e molto bravo a disegnare. Nei miei spettacoli per ragazzi il primo gruppo mi è stato essenzialmente affidato, successivamente c’è stata una partecipazione spontanea di ragazzi a cui veniva chiesto di contattare altri ragazzi, chiunque. E se non c’erano casi di disabilità a volte c’erano situazioni di evidente disagio ma il teatro era sicuramente il luogo per un riscatto interiore. Poi ricordo una estate di circa quindici anni fa. Il centro ISES di Eboli si trasferiva tradizionalmente presso il loro lido/colonia alla Marina di Eboli. Ebbi la possibilità di sostare sotto una loro tettoia il mio windsurf. Nella tarda mattinata ero lì, si stava insieme. Poi scendevo in acqua con il windsurf, non ero ancora bravo a prendere l’equilibrio sulla tavola, la vela mi cadeva spesso. Per i ragazzi del centro vedere questa “lotta” tra me, la vela e la leggera onda era una scarica di adrenalina tant’è che erano essi ad incitarmi: Forza Enzo! E se riuscivo a partire, sentivo gridare alle spalle: Vai! Poi ci sono tante piccole cose ma un impegno costante non è mai capitato, la vita mi ha portato di più in altre situazioni; anche verso la dimensione della disabilità c’è una vocazione, non è solo un atto di spontanea di dedizione, pur sapendo che tutti siamo chiamati a mantenere una viva sensibilità. Il contatto più intenso con la disabilità aiuta a capire meglio anche l’eroicità delle famiglie e degli operatori. D.) Enzo Cianci, cosa vuol fare da grande? R.) Rispondo con una lettera che ho spedito il 13 maggio con una mail. «Salve S. C. mi chiamo Enzo Cianci (‘72), scrivo da Oliveto Citra (Sa), originario di Calitri (Av) e, quando posso, scrivo canzoni. Negli ultimi anni ho desiderato tanto conoscere un interlocutore musicale con il quale potermi interfacciare, consigliare, ma ho costatato che a certi livelli il mondo della musica è una realtà abbastanza, se non troppo, complicata. Poi qualche mese fa ho iniziato a pensare di scriverti; nelle ultime settimane ne ero convinto; negli ultimi giorni “ho deciso” per una parola che ho sentito pronunciarti: “respiro”. Mentre fin lì Padre Guidalberto Bormolini mi era sconosciuto, il tema del respiro invece mi è molto caro, viscerale, in quanto dal 2008 al 2014 ne ho portato avanti un costante approfondimento teologico/antropologico conseguendo la licenza a Napoli e il dottorato alla PUL. Poi chi poteva raccogliere i frutti di questo lavoro non ha capito, nemmeno con la pandemia. Per tutta la mia vita ho ritenuto che lo stare al mondo si identificasse molto con il lavoro che uno svolge: io sono qui per questo, lui è qui per altro. A molti riesce, per altre persone le cose non mi ritornavano. Ho visto le mie cose mutare, quasi sempre per mia scelta: e non ero più falegname/scenografo, non più prete, non più a montare uno studio di registrazione, ecc. ora: magazziniere e non mi identifico nemmeno in questo però mi da vivere in modo sufficiente. Il tempo della pandemia per me è stato ripensare a questo stare nel mondo: oggi penso che il mio lavoro è “il profeta”. Dico parole, a volte le metto in qualche canzone, sperando sempre che Dio mi abbia dato luce. Cosa chiederti ora? Precisamente non saprei, forse un fratello artista che sa concretizzare le proprie idee. Ho scritto perché so con certezza che dovevo scriverti. Ti saluto con tanta stima. Enzo Cianci». Dire profeta può sembrare chissà quale presunzione ma la spiegazione è semplice: per chi è credente il giorno del battesimo si viene assunti nella mansione di profeta. D.) Al termine di questo breve intervento puoi lasciare come da tradizione oramai consolidata un tuo messaggio, o un aforisma o un tuo modo di dire ai nostri lettori che tu hai fatto tuo? R.) Uno non lo posso dire ma lo dico: “mannaggia la ciuccia!” (non è mio, ma spesso mi capita di dirlo); dai Pino ridiamoci! Diceva il mio maestro di basso elettrico quando a fine lezione mi assegnava nuovi esercizi: “Andiamo avanti, sempre avanti!”; un giorno ne capii meglio il senso alla fine di una consueta sosta durante una processione di paese quando, per riprendere la marcia, il vice priore, a centro strada, incita con voce possente e perentoria i suoi confratelli: “Avanzate!”. Io, come un chierichetto, ero il primo del corteo. Spesso capita un po’ a tutti di essere i primi del corteo… Artigiani di speranza, Il coraggio della pace, Il cuore c’è, C’è sempre un alto da aprire, alcuni titoli delle mie canzoni spesso suonano come slogan. Grazie a te Pino, grazie alla Redazione, e grazie ai lettori.


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Per sorridere un po

di Giuseppe Lurgio

Due escursionisti in montagna sono vicini a un burrone. Il primo dice: "Qui l'anno scorso è caduta la mia guida...". "Oh che tragedia, mi dispiace". E il primo: "Ah non importa! Era vecchia... e mancavano anche delle pagine...". Un carabiniere dopo un incidente d'auto riporta la frattura multipla di entrambe le mani. Preoccupato per le conseguenze chiede al medico dell'ospedale: "Dottore, dopo che mi avrà operato potrò suonare il violino?". Il medico risponde: "È molto probabile, la chirurgia moderna al giorno d'oggi fa miracoli!". E il carabiniere: "Fantastico! Incredibile! Pensi che non ho mai suonato il violino finora!". Un bimbo non dice una parola fino ai tre anni. Il giorno del suo compleanno il bambino strilla: "NONNO!". Tutta la famiglia comincia a strillare di gioia, festeggia, canti, balli... Il giorno dopo muore il nonno. La famiglia cade nello sconforto però il bimbo ha parlato, in fondo il nonno era vecchio... Passa un anno esatto e il giorno del 4° compleanno il bimbo strilla: "ZIO!". Tutta la famiglia torna a esultare, festa grande... Il giorno dopo muore lo zio. La famiglia comincia a pensare alla coincidenza, ma in fondo è felice perchè il bimbo ha parlato. Passa un anno esatto e il giorno del 5° compleanno il bimbo strilla: "BABBO!". Il giorno dopo muore il vicino di casa! Un signore entra in un negozio di abbigliamento sportivo: "Sto cercando tute mimetiche; ne avete?". "Sì, sì... il problema e trovarle!". Un giardiniere non correrà mai i tremila siepi, un carpentiere non farà mai il lancio del martello, un banditore non salterà mai con l'asta... e un avvocato non parteciperà mai a una staffetta... non passerebbe il testimone! Una contadina dice al marito: "Caro, siccome domani è il nostro 30° anniversario di matrimonio, perché non uccidiamo il maiale?" E lui borbottando," che colpa ne ha il poverino?" Un ragazzo sta camminando per Milano quando improvvisamente gli si incastra un piede nelle rotaie del tram. Prova a liberarsi ma non ci riesce. Sente un rumore, si gira e vede il tram arrivare velocemente. È preso dal panico e inizia a pregare, cosa che non aveva mai fatto. "Signore, ti prego, liberami il piede dalle rotaie e smetterò di bere!". Prova a liberarsi ma non riesce e il tram è sempre più vicino e non sembra rallentare. "Ti prego, smetterò di bere, di bestemmiare e di fumare!". Niente. Prova un'ultima volta con le preghiere. "Smetterò di bere, di bestemmiare, di fumare e di fare sesso con qualsiasi ragazza!". Improvvisamente riesce a liberarsi proprio un attimo prima che passi il tram. Guarda il cielo riconoscente e dice: "Grazie lo stesso, sono riuscito da solo a liberarmi". Due amici entrano in un bar: "Cosa prendi?". "Quello che prendi tu". Il primo: "Allora 2 caffè". Il secondo: "2 caffè anch'io!". Due matti vengono portati a fare il bagno al mare. A un certo punto uno dei due si butta nell'acqua alta tentando di suicidarsi. L'altro capendo la situazione si butta in acqua e salva l'amico. Tornati al manicomio il direttore dell'istituto chiama il matto che aveva salvato l'amico e gli dice: "Complimenti, per il tuo gesto meriti la libertà. Abbiamo ragione di credere che tu sia guarito, ma purtroppo devo darti una brutta notizia. Il tuo amico ha voluto morire lo stesso e si è impiccato". Il matto pensieroso: "Mah no! L'ho appeso io per farlo asciugare!". Paolo alla mamma: "Mamma, mamma, ho visto Giulia che baciava Luca!". E la mamma: "Beh, Paolo, è normale, tra una settimana si sposano!". Paolo: "E allora quand'è che si sposano papà e la cameriera?". Un ragazzo ventenne studia in un'altra città condividendo l'appartamento con una ragazza stupenda. Un giorno la madre del ragazzo va a trovarlo per cena, e notando l'avvenenza della ragazza, comincia a chiedersi se loro due non abbiano una relazione sessuale. Il figlio, conoscendo la natura di sua madre, anticipa la domanda assicurandole che si tratta solo di una inquilina che, fra l'altro, è anche una bravissima ragazza, molto religiosa. Dopo circa una settimana la ragazza dice allo studente: "Da quando è venuta tua madre, manca la mia padella". Il ragazzo risponde: "Non credo proprio che mia madre abbia preso la tua padella, ma se ti fa stare meglio glielo chiedo la prossima volta che la sento". Così, nella successiva lettera alla madre, il ragazzo aggiunge la seguente frase: "Cara mamma, non voglio dire che hai preso o che non hai preso la padella della mia coinquilina, ma il punto è che da quando sei venuta per cena non si trova più". Dopo un paio di giorni arriva una lettera della madre che scrive: "Caro figlio, non voglio dire che vai aletto con la tua coinquilina, ma il punto è che se lei nelle ultime settimane avesse dormito nel suo letto avrebbe già trovato la padella!". Un uomo viaggia in treno con un bambino, quando una donna incuriosita comincia a chiedergli: "Bel bambino! È suo figlio?". E l'uomo: "No". Donna: "È suo nipote?". Uomo: "No". Donna: "È il figlio di un suo amico?". Uomo: "No, guardi io sono un rappresentante di preservativi e questo bambino è un reclamo!". Durante un viaggio aereo mi è capitato un vicino di posto che dava l'idea di avere molta paura. Allora così per rompere il ghiaccio dissi: "È nervoso?". E lui: "Eh sì, molto". "Ma - ripresi - è la prima volta?". "No, sono stato nervoso altre volte".


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Libri

Stella polare

di Mario Lorenzini

Ognuno di noi ha bisogno, anche se in modo inconsapevole, di una guida. Chi più chi meno, nei momenti difficili o, al contrario, per condividere le gioie degli avvenimenti che ci riguardano. La stella polare di Melissa si incarna nella voce suadente e penetrante che lei conosce, poco più che bambina. Oltre alla realtà, si mischiano fantasia, sogno e immaginazione, che rendono ancor più vivida la mancanza di fisicità di quelle parole. Parole di conforto, insegnamento e grande saggezza: “La fama, le ricchezze e persino il potere sono solo beni effimeri e illusori che possono rendere l’uomo infelice e incompleto. Finché le persone si lasceranno ingannare e manipolare dai falsi miti, saranno sempre insoddisfatte e frustrate…” Sono le parole della coscienza, che spesso affiorano proprio in quei momenti di torpore nei quali la protagonista si ritrova sovente a cadere. Un legame tanto tenace quanto espressione di tenerezza; che va oltre il tangibile, al limite dello spirituale. Gli spunti di riflessione profondi, a volte atipici, disseminati lungo il cammino di Melissa, lo rinsaldano ogni qualvolta pare che questo stia per spezzarsi: perché lui torna sempre da lei, è sempre presente, anche se immateriale. Un cammino emozionante ricco di tanto affetto e sensibilità che si sprigiona nell’intimità di questo rapporto per la vita.


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Edelweiss: lettere dal campo di concentramento di Fenestrelle (Ritorno a Ciriè)

di Stefano Pellicanò

Titolo: “Edelweiss: lettere dal campo di concentramento di Fenestrelle (Ritorno a Ciriè)” Autore: Stefano Pellicanò Anno: 2012 Pagine: 43 Formato: 17 x 24 Prezzo: € 12,90 ISBN: 978-88-97215-12-7 Stato: in listino Genere: Narrativa italiana Anno 2011. Il dr. Mario Di Mare mantiene una promessa fatta a sè stesso venticinque anni prima e con la famiglia ritorna a Ciriè, in Piemonte, dove aveva esecitato per tre anni dove rivedendo quei luoghi molti ricordi gli riaffiorano nella mente. Visitando a Torino gli stand del mercatino delle pulci ritrova un diario di un medico vissuto nel 1800, soldato del Regno delle Due Sicilie, che essendosi rifiutato di giurare fedeltà al nuovo Re, viene condotto prigioniero nel campo di concentramento di Fenestrelle dove scrive di nascosto (in carcere era vietato scrivere) un diario dove descrive informazioni avute da compagni di sventura e scrive struggenti lettere e poesie alla sua amata Andolina pur sapendo che non potrà mandargliele. E’ un romanzo mozzafiato, da leggere tutto d’un fiato, con un finale certamente inaspettato, ricco di tensione ed è anche un documento storico di un’epoca in genere misconosciuta in cui uno Stato non esita a ricorrere al genocidio ed alla criminalità più becera per imporre le proprie leggi. E la drammatica conclusione del romanzo lascerà sicuramente stupefatto il lettore. I N D I C E Capitolo I: Prologo Capitolo II: La vera storia dell’Unificazione dell’Italia Capitolo III: Una bella storia d’amore Capitolo IV: Ritorno a Ciriè Cap. V: Il diario Cap. VI: L’epilogo Titolo: “Genocidio. La conquista del Regno delle Due Sicilie: la grande mistificazione, il dolore della memoria, il ricordo dopo l’oblio (Dossier per il Tribunale Internazionale dell’Aja)” Autore: Stefano Pellicanò Anno: 2012 Pagine: 181 Formato: 21 x 30 Prezzo: € 28.90 ISBN: 978-88-97215-11-0 Stato: in listino Genere: Saggistica I Premio Concorso Letterario dr. Domenico Smorto con motivazione: “Opera dal forte impatto storico che presenta rilevanti tracce di una sociologia ampiamente particolareggiata dall’Autore. Si evince un grande dispendio di ricerca sulle fonti e una grande attenzione alla documentazione storica” (Reggio Cal. 28 ottobre 2016). L’Autore dopo aver considerato i caratteri generali del XIX secolo, la situazione politico-economica, la storia del Regno di Sardegna e del Regno delle Due Sicilie ricostruisce da storico la drammatica e sconvolgente vera storia dell’Unificazione dell’Italia basandosi rigorosamente su documenti originali dell’epoca come Bandi, giornali, diari, lettere dei protagonisti, Atti parlamentari, su una mozione parlamentare di cui all’epoca fu vietata la discussione in Aula e la trascrizione negli Atti parlamentari (copie esistono soltanto in due Biblioteche Nazionali) limitando i commenti al minimo per mettere il lettore in grado di valutare da solo lo svolgimento degli avvenimenti in massima parte misconosciuti. Il testo è davvero importante per la ricostruzione della verità storica, una sintesi completa, appassionata e documentata di tutti i complessi e delicati passaggi dal Regno delle Due sicilie all’Italia unita fino alle conseguenze non del tutto conosciute di una falsa “liberazione” tra saccheggi, stupri anche di minorenni, deportazioni e massacri dimenticati con “nomi e cognomi” dei criminali responsabili. Il testo è arricchito da numerose immagini, tabelle, box di approfondimento e da una consistente, preziosa e completa bibiografia. Di rilievo che il Saggio è stato inviato al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja con una dettagliata richiesta di intervento ai sensi degli art. 5.6,7,8 e 9 dello Statuto di Roma per “aggressione senza dichiarazione di guerra, crimini di guerra e genocidio” a carico (a titolo postumo) dei mandanti e degli esecutori. INDICE Caratteri generali e situazione politica nel 1800: Novità socio-tecnologico-scientifiche, Architettu ra, Arte, Filosofia, Medicina, Musica. Il concetto di “Nazione”, la situazione politica, il complotto internazionale contro il Regno delle Due Sicilie (i veri motivi dell’Unificazione dell’Italia), i motivi dell’appoggio del Regno Unito all’Unificazione dell’Italia ed il suo appoggio propandastico, econo mico e militare. Il revisionismo storico sull’Unificazione. Storia del Regno di Sardegna e del Regno delle Due Sicilie. La realtà storica dell'economia pre-Unificazione: la tassazione nel Regno di Sardegna e nel Regno delle Due Sicilie. La situazione economica nelle regioni del Regno delle Due Sicilie; agricoltura, industria, allevamento, pesca, imprenditoria; monete, francobolli, cultura, istruzione scolastica, comunicazioni, i primati scientifico-tecnologici-socio-cultural00 F. A.Pinelli, P. Salaroli. I tentativi di deportazione all’estero (documentazione degli anni 1862-1873): I tentativi col Portogallo, Argentina, Tunisia, Borneo, Danimarca, Australia, isola di Socotra, Nuova Guinea. “La soluzione finale”: il genocidio del popolo meridionale (la creazione dei campi di La La teoria dell’inferiorità razziale dei meridionali e la nascita del razzismo. La Chiesa Cattolica ed il Risorgimento italiano; La retorica ed i falsi miti del Risorgimento italiano; La celebre interpellanza parlamentare dell’on. A. Manna. Canavese, S. Benigno, Forte di Priamar, “Lan de di San Martino”.


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