Cari lettori,
Da questo numero inauguriamo una nuova rubrica: “Lettere dal Cuore,” curata da Clemente Palladino. Clemente ha 41 anni, vive a Nocera Superiore, una cittadina di circa 24000 abitanti in provincia di Salerno. Le sue passioni sono: la lettura, il pc, la musica e perché no, suggerire qualche buon consiglio agli amici. Sposato con Maria, ha due bellissimi figli Rosario e Alex di 10 e 7 anni.
Questa rubrica è dedicata a coloro che hanno problemi di cuore e non sanno con chi confidarsi.
E' uno spazio aperto per tutti coloro che avvertono il bisogno di confrontarsi con alcune tematiche ed esigenze personali.
Se lo desiderate, Scriveteci all’indirizzo: letteredalcuore@gio2000.it
anche in modo anonimo, pubblicheremo tutte le vostre lettere.
Clemente, proverà ad aiutarvi rispondendo ad ogni vostro quesito, anche il più strano, con passione e delicatezza.
Salve carissimi, rieccoci qui!
Per questo numero ho pensato di proporre un menù sfizioso adatto a una cena fredda in compagnia di qualche amico. L'inverno che spero ci stia definitivamente lasciando, quest'anno, è stato veramente molto lungo e io sento davvero il bisogno di primavera...... voi no?
Immaginate una bella serata tiepida, nel giardino o terrazzo una tavola imbandita e voi con i vostri amici che chiaccherate e mangiate in allegria...... meraviglioso!
Beh, per la serata tiepida credo di non poter fare molto ma, certamente, posso provare a darvi qualche idea mangereccia! Del resto, sono qui a posta, no?
In attesa del bel tempo, dunque, eccovi intanto il menù....cominciate a sognare!
Ciao ciao, alla prossima!
Ingredienti per 6 persone
Preparazione
Tritate il tonno, i capperi e qualche carciofino.
Schiacciate al passaverdura le patate; impastate il tutto cercando di ottenere la forma di un pesce (potete aiutarvi con uno stampo che fodererete di pellicola trasparente dove verserete il composto e che metterete in frigo per qualche ora).
Al momento di servire ponete il pesce finto in un piatto da portata, ricopritelo di maionese e guarnitelo con i cetriolini e i peperoni.
Per 8 persone
Tritare il prosciutto molto bene, deve diventare una crema. In una ciotola aggiungere il Philadelphia, la panna montata, il brendy, poco sale e generoso pepe. Amalgamare il tutto molto bene, porre in uno stampo foderato di pellicola trasparente e passare in frigorifero per circa 3 ore (se lo fate il giorno prima è ancor meglio). Al momento di servire sformare e decorare con pistacchi tritati grossolanamente e fettine di uova sode.
Ingredienti per 6 persone
Preparazione
Cuocete la pasta al dente, scolatela e fatela raffreddare con un getto veloce di acqua fredda. Scolatela nuovamente, asciugatela e versatela nella ciotola dove avete fatto marinare le olive snocciolate, con un po' di olio ed il basilico a pezzetti. Al momento di portarla a tavola, aggiungete le scaglie di parmigiano, mescolate bene e servite a temperatura ambiente decorando con qualche fogliolina di basilico.
Ingredienti per 6 persone
Lessate il farro in acqua bollente salata per il tempo riportato sulla confezione. Scolatelo, fermatene la cottura passandolo sotto l'acqua fredda e riscolandolo poi bene di nuovo.
Trasferitelo ora in un'insalatiera, aggiungetevi i pomodorini sbucciati e tagliati a metà, il mais, i capperi ed il trito di prezzemolo e basilico.
Condite con l'olio ed il limone non dimenticando di controllare il sale e il pepe.
Ingredienti: ]
Preparazione: ]
Foderate una tortiera da crostata con pasta brisée e, dopo aver bucherellato il fondo con i rebbi di una forchetta, spalmatevi sopra il pesto e poi ricoprite con i gamberetti. In una ciotola sbattete i tuorli con la panna il sale e il pepe quindi versate il composto ottenuto sulla crostata. Completate l'opera ripiegando i bordi verso l'interno cercando di formare un cordone regolare. Infornate la quiche nel forno già caldo a 180° e cuocere per 30 minuti circa.
Servitela tiepida.
Ingredienti per 6 persone
Preparazione:
Tagliare i cipollotti a rondelline e schiacciare il caprino con una forchetta. ]
Sbattere l'uovo con il sale, aggiungere l'olio, l'origano e il latte e
mescolare. ]
Setacciare sopra il composto dei liquidi le due farine e il lievito e mescolare fino ad ottenere
un composto omogeneo.
Versare l'impasto nella teglia da muffins (io uso quella di silicone) dopo aver imburrato lievemente gli stampini che riempiremo fino ai 2/3. Cuocere in forno già caldo a 180° C per 25/30 minuti.
Questi muffins sono deliziosi serviti tiepidi. Se li preparate prima potete conservarli dentro una scatola di latta o dentro un sacchetto di plastica e poi, al momento di servirli, porli in forno per 5 minuti.......gnam!
Ingredienti Per 6 persone
Lavate bene le fragole, togliete il loro picciuolo e mettetele in una ciotola a macerare in frigorifero per almeno 2 ore con lo spumante e poco zucchero di canna.
Al momento di servire, aggiungete i petali di rosa e mescolate con delicatezza.
Mi raccomando! Non lavate mai le fragole dopo aver tolto il picciuolo perchè l'acqua penetrerebbe nel frutto portandosi via gran parte del suo sapore. I petali di rosa conferiranno al piatto raffinatezza e un ottimo sapore.
Ingredienti per 8 porzioni
Preparazione
La preparazione di questo dolce è del tutto simile a quella di un normale tiramisù.
Per preparare la crema, sbattere molto bene i 3 tuorli d'uovo con lo zucchero, fino a quando sono quasi bianchi.
In una ciotola a parte montare a neve ben ferma gli albumi.
Aggiungere il mascarpone ai tuorli e quando la crema risulta ben amalgamata e senza grumi (per un miglior risultato il mascarpone non deve essere troppo freddo), incorporare gli albumi montati a neve.
Tagliare a pezzettini l'ananas (5 o 6 fette bastano) e aggiungerlo alla crema.
Inzuppare i savoiardi nel succo dell'ananas e nel rum alternandoli (oppure uno col rum ogni 2 con l'ananas, a seconda dei gusti) e disporli in una teglia; ricoprire con uno strato di crema (mescolarla bene per evitare che i pezzi di ananas restino tutti sul fondo !) e procedere con gli strati come per un
normale tiramisù.
Ricoprire l'ultimo strato di crema con il cocco grattugiato oppure, se volete esagerare, con scaglie di cioccolato bianco!
Il lido Rex è sul litorale di Portici, una delle poche zone ritenute balneabili negli anni Cinquanta e Sessanta. Avevo sui dodici anni, mio fratello nove e mia sorella sette. Ci accompagnava mia madre e una sua amica del palazzo di abitazione. Tutti al lido Rex, a luglio. Ricordo che sul mare galleggiavano chiazze di nafta oleosa. Al largo, c’erano le petroliere che nel ripulire le stive scaricavano benzene, nafta ed altre sostanze. Sul bagnasciuga, si vedevano ampie macchie catramose. Ricordo una grossa petroliera sostare perennemente al largo. Sguazzavamo in acqua facendo attenzione alle macchie oleose e fetide. Per raggiungere il lido Rex, dovevamo aspettare il pullman, numero 159 che dalla periferia di Napoli est passava per Portici e faceva capolinea nella piazza di Ercolano. A volte, il 159 era pieno di bagnanti e bisognava sostare in piedi sullo staffone, l’estremo posteriore del mezzo pubblico. Mia madre teneva in braccio mia sorella. Mi sorreggevo con una mano all’apposito sostegno che era una sbarra di latta in orizzontale tra biglietteria ed entrata. Una sbarra in verticale, tra i finestrini posteriori e lo staffone forniva un altro sostegno. In una mano avevo l’ombrellone chiuso col laccio. Mio fratello teneva la borsa con varie cose tra cui cibo e la bottiglia dell’acqua da bere. C’era chi fumava e gente che puzzava di sudore e di scarpame, nonostante i finestrini aperti. Il 159 attraversava San Giorgio a Cremano e sostava a poche centinaia di metri dal lido Rex. Per raggiungere la spiaggia, si doveva attraversare una breve via lastricata di basalto. In fondo si vedeva la striscia azzurra del mare estivo. C’era un ponte di ferro sotto il quale si allungava la ferrovia Napoli – Salerno. Oltrepassato il pontile, scendevamo per una stretta scalinata a chiocciola, anch’essa metallica. Alla fine, toccavamo col piede la scura e calda rena del lido Rex. Dicevano che la sabbia aveva quel colore perché di origine vulcanica. Nel passaggio lungo il ponte, osservavo la linea ferrata scavata tra i palazzi, i cartelli col teschio e la scritta pericolo di morte. Lido Rex era un tratto di spiaggia delimitato dalla linea ferrata e verso il mare da una breve scogliera. Tra scogliera e spiaggia c’era una lingua di mare larga una trentina di metri. Un ininterrotto muro di cemento sosteneva la linea ferrata. Sul muro dalla parte del mare, c’era una balaustra di recinzione e sotto la scogliera del litorale, degradante verso il mare. Il paesaggio era fatto così: il Golfo di Napoli con qualche petroliera in sosta. Seguiva la breve scogliera di fronte al lido, il braccio di mare dove ci si faceva il bagno, la spiaggia con la rena scura, la scogliera lungo la costa, il muraglione di cemento armato, la recinzione, la linea ferrata, l’altro muro di recinzione e infine la marea dei palazzi di Portici. Oltre, svettava il cono carnicino del Vesuvio e dall’altro lato, tra i vapori della calura c’era la punta di Sorrento, l’isola di Capri e di qua il porto di Napoli, Ischia e Pozzuoli. Sul Golfo gravitava la galassia di case, palazzi, fabbriche e raffinerie. In spiaggia, scavavamo con le mani la buca per piantarci la mazza dell’ombrellone che serviva da supporto alla metà superiore, aperta a parasole col telone a strisce verdi e bianche. Noi ragazzi giocavamo con la paletta ed il secchiello, scavando buche, facendo torri e castelli di sabbia. A fine settimana, ci accompagnava mio padre che prestava servizio come tecnico presso il Policlinico di Napoli. Mio padre era esperto nuotatore. Si arrampicava per la scogliera, sotto il muraglione di cemento e col coltello da cucina staccava dalla roccia le ostriche, riempiendo dei sacchetti. A casa, i miei genitori ripulivano le ostriche, le rosolavano e le mescolavano negli spaghetti al ragù. Sotto il solleone, osservavo il dorso di mio padre con le cicatrici a ragno causate da una scheggia durante un bombardamento nemico. Nell’ultima guerra, faceva l’aviere all’aeroporto di Cagliari-Helmas. Le cicatrici riportavano ad una tragedia incomprensibile per noi ragazzi che cercavamo in spiaggia la spensieratezza. In tarda mattinata, transitava l’accelerato Napoli – Salerno, torreggiante e sbuffante, come se arrancasse. Era visibile attraverso la balaustra di recinzione con la gigantesca locomotiva elettrica giallo oro ed i vagoni grigio ferro. Per arrivare a Salerno, faceva quattordici fermate: Napoli Centrale, Gianturco, San Giovanni a Teduccio, Portici-Bellavista, Torre del Greco, Torre Annunziata, Pompei, Scafati, Castellammare, Nocera Inferiore e Superiore. Dopo Nocera Superiore il convoglio attraversava la lunga galleria sotto le montagne della penisola sorrentina, sbucando a Cava de’ Tirreni (undicesima stazione). Seguiva Vietri sul Mare ed infine Salerno. Nel primo pomeriggio, transitava sferragliando il direttissimo che portava i lavoratori della Fiat in ferie verso le province dell’estremo Sud. Alcuni (forse ragazzi e bambini come me) ci salutavano dai finestrini dei vagoni, agitando fazzoletti.
Verso San Giovanni, in prossimità di una fogna a cielo aperto c’era Lido Mappatella, detto in senso ironico Mappatella Beach. Al lido Rex, affluivano per lo più famiglie della piccola borghesia impiegatizia ed al Mappatella Beach il sottoproletariato che non si poteva permettere il prezzo di un biglietto sull’autobus 159, fino a Portici. Al Mappatella Beach, arrivavano ragazzi con scarpe scalcagnate, o addirittura scalzi, figli di sfollati dell’ultima guerra, disoccupati dei bassi della Duchesca, o del Pendino e del Lavinajo. Al Mappatella Beach, ci si lavava gratis e si esponeva lo scheletro ai benefici raggi solari. Alcuni organizzavano le due squadre per giocare a pallone in spiaggia. A mezzogiorno, divoravano il tozzo di pane e friarielli e nel pomeriggio tornavano nei vicoli. Tra Portici ed Ercolano, a più di un chilometro di distanza c’erano altri due lidi: lido Dorato ed Aurora. Nomi paradisiaci a parte, erano una copia del Rex. Assicuravano che lì le spiagge erano ampie e meno inquinato il mare. Col boom economico e gli aumenti salariali, mio padre poté prendere in affitto un paio di stanze arredate ad Agropoli (SA) e non andammo più al lido Rex.
Al presente, i politici locali intendono bonificare il litorale tra Portici e Napoli, sistemando il collettore fognario. Dicono che sarà possibile la passeggiata a mare ad esclusivo uso pedonale, offrendo ai giovani opportunità per nuove aggregazioni sociali. Hanno promesso la sistemazione del Porto Borbonico del Granatello, cambiando il volto al litorale. Con enfasi, affermano: “Abbiamo più spiagge ora che nell’immediato dopo guerra. Sono spiagge di sabbia nera, vulcaniche, come il lido Dorato, Aurora ed il Rex.”
Si sta lavorando ad un piano degli arenili, in previsione dell’entrata in funzione del collettore che porterà le acque reflue e gli scarichi civili nel depuratore di Napoli Est. Si sta eseguendo la completa bonifica del fiume Sarno, il più inquinato d’Italia. Entro due anni, il mare di Portici sarebbe di nuovo balneabile. Così dicono, camorra a parte.
Pseudonimo di Philippe Pagès, Richard Clayderman, pianista contemporaneo francese, nacque il 28 dicembre 1953, a Parigi.
Il padre, insegnante di pianoforte, lo introdusse allo studio dello strumento, sin dalla sua infanzia:
pare che all’età di sei anni, fosse già in grado di leggere gli spartiti.
A dodici anni fu ammesso al Conservatorio di musica di Parigi, dove, durante i quattro anni successivi, si distinse per la sua abilità.
Tutto lasciava presagire una carriera da pianista classico, ma,, all’età di sedici anni, egli decise altrimenti, formando, con alcuni amici, un piccolo gruppo, perché, come racconta nella sua biografia ufficiale, voleva creare, con la sua musica, qualcosa di diverso. Inoltre, a causa della malattia del padre, non più in grado di aiutarlo finanziariamente, dovette iniziare a lavorare come accompagnatore al piano, per guadagnarsi da vivere. Grazie al suo talento, fu scelto per accompagnare celebrità quali Michel Sardou, Thierry LeLuron, e Johnny Halliday.
Nel 1976, la svolta: Clayderman fu contattato dal produttore francese Olivier Toussaint, per registrare una ballata che il suo socio, Paul de Senneville, aveva composto per la figlia appena nata,
ovvero: Ballade pour Adeline, nota anche come Balada para Adelina. Ne furono vendute 22 milioni di copie in più di 30 paesi nel mondo: un successo enorme, se si pensa che, allora, imperversava il rock.n roll.
Come ricorda Paul de Senneville, Clayderman fu scelto tra altri venti pianisti, per il suo tocco delicato, unito ad una buona tecnica, e ad una bella presenza.
Al fine di avvicinarsi maggiormente al pubblico, - non solo a quello francese -, egli cambiò il suo nome in Richard, e adottò il cognome scozzese della bisnonna materna.
Ebbe così inizio una rapida e brillante carriera.
Attualmente, vive in Normandia con la famiglia, - la moglie Christine, ed i figli, Peter e Maud, - con cui ha un profondo legame, sebbene il suo lavoro lo abbia spesso condotto lontano, non solo in Europa, ma anche in Cina, Giappone, Messico, e via di seguito.
A tutt’oggi, ha registrato più di 1.200 melodie, e ha ricevuto 267 dischi d’oro nonchè 70 dischi di platino.
Clayderman è biondo, ha un aspetto gradevole, ed un carattere calmo, collaborativo, timido e riservato; malgrado questo, ha tenuto numerosissimi concerti in tutto il mondo, sempre in cerca del contatto diretto col pubblico.
Dal 1980, le sue tournèe in Cina hanno fatto notevolmente aumentare le iscrizioni dei giovani cinesi al conservatorio.
Continua a portare ovunque la sua musica, come una brezza soffice e calda, che cattura magicamente, ed emoziona ad ogni carezza.
Nonostante il successo ottenuto, ha riferito alla BBC, che ogni giorno si esercita, proseguendo con piacere i propri studi.
Grazie agli innumerevoli cd, dei quali ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, Clayderman ha donato al pianoforte un’ampia diffusione, ed una grande popolarità, cosa in cui, secondo quanto ha rilevato un critico tedesco, è stato superato soltanto da Beethoven.
Il suo stile, dolce e romantico, diffonde calma, serenità ed un’intensa armonia: le note si susseguono l’una dopo l’altra con eleganza e fluidità, come un ruscello, che scorra lieve e puro, o una poesia, limpida, fresca, eterna…
Estremamente versatile e poliedrico, Clayderman possiede un vastissimo repertorio, il quale, - sia che suoni da solo, oppure accompagnato da una orchestra -, spazia da pezzi originali, - ad esempio la nota Lady Di, Eleana, Murmures, composte da Paul de Senneville -, a riarrangiamenti di brani di musica classica, e contemporanea: composizioni di Beethoven, Liszt, Brahms, Schubert, Chopin, Satie, Bach, Vivaldi, Borodin, Gershwin, Jobim, Trenet, Porter, Lloyd Webber, Bacharach, Mancini, McCartney, Abba, Morricone e tanti altri.
Riguardo all’Italia, si è interessato spesso alla nostra musica, riarrangiando, con notevole successo, brani quali E penso a te, Ti amo, Arrivederci Roma, Il mondo, Con te partirò, per citarne soltanto alcuni.
Il sito ufficiale, www.clayderman.co.uk, contiene la biografia autorizzata, le date delle tournèe, l’elenco completo dei suoi lavori, e molto altro ancora.
Nessun uomo è un' isola, completo in sé stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente , una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via
dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita , come se le mancasse un promontorio , come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi dalla tua casa stessa.
La morte di qualsiasi uomo mi diminuisce perchè io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana , essa suona anche per
te . (John Donne).
Oggi , i popoli di lingua inglese, evoluti fino alle vette della Ragione , non riescono a fiorire secondo spirito fraterno di comunità. I Latini , vivono
ancora un pòtribalmente , secondo una individualità"di gruppo" : da ciò , fra l'altro , l'esigenza presso di loro di ricrearsi ciclicamente in idem-sentire
mediante lo scenario ricorrente della Festa ( massime nei popoli latino-americani). Coloro che , ovunque , si mettono sul sentiero del proprio Io , trovano
il motivo della loro primeva differenziazione nel coltivare il paradigma dell'intelligenza.Ma chi non sosta epperò si ferma del tutto a questo stadio
di individuazione , che per molti di noi è già una conquista notevole , forse non scioglie ma poco a poco impetra le proprie potenze dell'anima. Certo :
l'intelligenza non è la saggezza (vertice recondito di ogni umana aspirazione). L'intelligenza appartiene , fra le cose nostre umane, al dominio dell'individuazione assoluta ,declinante sovente nell'egoismo individuale , che ci solleva dal comune andito del "gruppo" , ma direi come esiliati in limbo
di perenne ambiguità. A lungo andare , questa intelligenza potrebbe dar vita a contenuti di timore e/o avversione. Avversione , in primis, proprio verso
l'ulteriore , differenziata intelligenza altrui , avvertita, per quanto identica, paradossalmente come antagonista : antagonista all'intimo già differenziato
solipsistico , in nuce) sentire e volere .Timore , allorchè mettiamo ogni sforzo e direi ogni astuzia nel piacere ad altri al di sopra della nostra realtà
e dei fatti che , già naturalmente , la distinguono.
Se una persona ci scontenta per qualcosa che attribuiamo "suo" , di tanto potremmo elevarci , a ben guardare, fino alla compassione : che ella pure , nell'esserci , èchiamata a invenire , con noi e per altri , in un analogo cimento. Èqui , che sta la fedeltàa fraternitàreciproca , oggi. Quante scorie
ci capiteràdi dover dimenticare nell' altro , per comprenderlo veramente....Non è la nostra intelligenza che va ammorbidita ma resa più certa la nostra
persuasione. La contingenza dei fatti , nelle opinioni ci rende antagonisti : nutriti di sola intelligenza (la mente) , deviando di poco in piùquesta
dalle "ragioni del cuore"(come ci insegna Pascal) realizzeremmo il codice di ogni piccola e grande sopraffazione. Ma ecco , al contrario, mi dono nell'altro senza perdermi .
Lo posso già sentire da lungi , senza ancora vederlo : dal principio , sacrificando un mio calcolo ,vestito di ridicola "opinione"
, al destino dell' altro che incontro mi viene : l' identico destino , al fondo (per esserci stato questo incontro).
C'è posto per conoscersi senza doversi profanare.
Con molto piacere voglio rispondere all’articolo sulla danza scritto dalla nostra amica, anzi, carissima Ilenia, spero vorrai scusarmi se, in qualche caso, potrò usare le tue espressioni, ma è moltissima la voglia di rispondere al tuo bellissimo articolo, dando quindi un seguito alla cosa e descrivendo un’altra arte che, a mio avviso, dà anch’essa fortissime emozioni sia a chi la pratica che a chi la ascolta.
1, 2, 3, 4, 5 … già, anche in questo caso, cinque lettere dell’alfabeto compongono una parola dal significato immenso: canto. Un’arte semplicemente fantastica, e forse con questo termine dico poco, perché anch’io non saprei ben definirla, data la fortissima emozione che mi dà nel praticarla. Se penso che da bambino non volevo cantare perché mi vergognavo e mi definivo stonato, mi dico sempre: “ma che grosso errore che ho fatto, magari avessi iniziato a cantare ancora prima!” Quando però, da ragazzino, ho iniziato ad appassionarmi sempre di più al canto, la voglia è cresciuta a tal punto da iniziare a prendere lezioni e ad esibirmi con le varie scuole di canto che ho frequentato, nonché, qualche volta, a cantare a qualche festa. Da allora, il canto è sempre stato ed è tuttora parte di me, è un’emozione fortissima che mi avvolge sia quando ascolto una canzone, sia quando sono io a cantare. Anche questa arte suprema è a mio avviso, insieme alla danza, una delle arti più vecchie al mondo, e con essa puoi esprimere ciò che senti, anzi, ancora di più, puoi esprimerti! Già, non c’è di meglio infatti di sentire la gente che ti applaude appena hai finito di cantare, o di sentirti fare i complimenti, ciò significa che hai davvero trasmesso qualcosa a chi ti ha ascoltato.
Proprio di recente, lo scorso 20 dicembre, mi sono esibito insieme al gruppo della scuola di canto che sto frequentando e abbiamo interpretato in prevalenza canzoni di Natale. Tra i vari pezzi, cantati tutti o quasi in coro, ce n’era però uno, dal titolo: “Believe”, che la nostra insegnante voleva farmi cantare come solista. Io non conoscevo questa canzone, ma già quando l’ho sentita a lezione mi ha subito colpito nel profondo e, senza esitare, ho detto che l’avrei cantata molto volentieri. Mancava tuttavia la base del pezzo e siamo riusciti a reperirla solo all’ultimo momento; non ho dunque avuto modo di provarla neanche una volta a lezione, ma non m’importava, avevo comunque trovato il testo su Internet, mi ero fatto scaricare la canzone sul mio lettore MP3 e quindi l’ho ascoltata più volte, insomma, la voglia di cantarla era veramente tanta! Durante l’esibizione, ormai verso la fine, a un certo punto mi sono sentito domandare: “te la senti di cantare Believe?” … non stavo credendo alle mie orecchie, la nostra insegnante mi aveva chiesto ciò che volevo sentirmi domandare! Ovviamente non ho saputo dire di no, l’occasione era troppo ghiotta e, soprattutto, essendo anche “Believe” una canzone natalizia, era l’occasione giusta per cantarla! Già sentivo il cuore che iniziava a battermi dall’emozione, certo, un po’ di apprensione c’era perché, come già detto, non avevo mai provato il pezzo, ma sentivo dentro di me che, avendolo ascoltato più e più volte, sarei riuscito a interpretarlo nel migliore dei modi.
Era così arrivato il mio momento e, come ho sentito partire la base, un’emozione fortissima ha iniziato ad avvolgermi; la base musicale era talmente bella che sembrava la canzone originale, con la differenza che, a cantare, ero io, si, proprio io! Mentre cantavo, questa fortissima emozione continuava ad avvolgermi sempre di più e sentivo una grande forza dentro di me che spingeva fuori la mia voce e che la faceva suonare! Già, perché quando si canta, la nostra voce è come uno strumento musicale, suona! Dopo aver finito di cantare, il pubblico ha iniziato ad applaudire forte e tutti, da quelli del mio gruppo ad altri del pubblico, mi hanno fatto un sacco di complimenti; in quel momento ho capito che quell’emozione che mi avvolgeva è arrivata anche a tutti gli altri e, come già detto, penso che questo sia lo scopo principale per uno che canta.
Cos’è dunque il canto? Sicuramente è un’arte che ti emoziona e che, se ben praticata, trasmette emozioni! E’ un’energia positiva che parte da dentro di te e arriva agli altri, anche questa arte è difficile da descrivere, bisogna solo provarla, infondo, se Battisti cantava: “tu chiamale se vuoi emozioni”, in questo caso si può dire: “l’emozione non ha voce.” A distanza di anni pertanto, due cantanti hanno espresso due concetti che non fanno una piega, ma la cosa più stupefacente è che, a scriverli, è stato un unico paroliere! Io chiamo il canto emozione perché la sento come tale, ed è altrettanto vero a mio avviso che non ha voce, proprio perché, appunto, difficile, se non quasi impossibile da descrivere, anche se, dall’altro lato, una voce sicuramente ce l’ha: la mia! Si, proprio la mia voce che, con molta passione, cerca il più possibile di arrivare all’altra persona e trasmetterle quelle fortissime emozioni, le stesse che provo io quando interpreto una canzone, già, perché per far emozionare, devi essere tu il primo a provare questa incredibile sensazione, una sensazione dettata da un’unica grande passione per una grande arte: il canto.
Sono arrivata molto presto,
perché volevo starti accanto,
mi hai preso in braccio, con grazioso gesto,
cullandomi in soave canto,
con amore, mi hai donato il tuo petto,
e, quando non riuscivo a dormire, - ogni tanto -,
mi hai tenuto la mano, con affetto;
conservo il ricordo nel cuore,
la tua voce ha guidato i miei passi, “Ti aspetto!”…
A scuola mi osservavi per ore,,
imparando a scrivere, insieme a me,
con molti puntolini d’amore,
amavo studiare, e tu stavi con me;
ci ha unito un legame davvero speciale,
volevo che tu mi parlassi di te,
avevi mille aneddoti da narrare,
camminavamo al profumo dei fiori,
- ci piace ancora passeggiare -,
mi descrivevi la campagna, e i suoi colori…
Adesso, che ho iniziato a lavorare,
e devo restare spesso fuori,
non so come poterti ringraziare,
per aver fatto di me ciò che sono:
persone come te son molto rare,
mi hai sopportato a lungo, ti chiedo perdono,
spero di averti sempre vicina,
anche oggi, sovente, desidero un dono,
un consiglio: rimango la tua bambina…
Sei elegante, gentile, e il tuo sorriso
Rende la vita più radiosa,… Mammina…
Chissà quant’è bello il tuo viso…
1) Il risorgimento italiano
Il 150° anniversario dell' Unità di Italia che, come sappiamo, cade nel 2011, mi da l'occasione per fare sull'avvenimento alcune riflessioni personali. E' opinione diffusa che il popolo italiano non sia un popolo rivoluzionario. In realtà, se guardiamo la nostra storia, possiamo rilevare che in Italia non sia mai stata fatta una rivoluzione con la partecipazione attiva di tutto il popolo per la realizzazione di un fine politico o sociale ben preciso. Siamo certamente diversi da altri popoli, come , ad esempio, il popolo francese, caratterizzato da uno spirito rivoluzionario che si è determinato in tempi diversi e con il sovvertimento di situazioni politiche e sociali consolidate. Basti ricordare fra tutte la rivoluzione del 1789 che ha abbattuto la monarchia assolutistica regnate da secoli e ha proclamato la repubblica fondata sulla libertà, sulla fratellanza e sull'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, e le cui idee liberali si diffusero in tutta Europa e quindi anche in Italia. Furono molti i patrioti italiani che vi aderirono, partecipando anche alla Giovine Italia , fondata dal repubblicano Giuseppe Mazzini, con il compito di diffondere le idee liberali in tutta Italia. Ma se per la divisione dell’Italia in tanti staterelli , asserviti alle varie dinastie regnati e soprattutto alla predominante dinastia Asburgica, non fu possibile l’attuazione di una vera e propria rivoluzione popolare, possiamo vantare il “Risorgimento” che fu un afflato patriottico di uomini eletti, intellettualmente dotati e nutriti di spirito d'amor patrio per cui, all'occorrenza non risparmiarono la vita per l'ideale vissuto.
2) Fallimento della rivoluzione
Fu così che gli ufficiali napoletani Salvati e Morelli furono fucilati nel 1821 poiché iscritti alla società segreta della Carboneria . Per lo steso motivo il modenese Ciro Menotti affrontò l’impiccagione nel 1831. Fu così anche per i fratelli Bandiera e compagni fucilati in Calabria nel 1844. Non ebbe successo la cacciata del Papa da Roma nel 1848-49 e con la proclamazione della Repubblica Romana inevitabilmente soppressa, nonostante il valore dimostrato nella difesa da Giuseppe Garibaldi a capo dei suoi volontari, dall'intervento francese e borbonico invocato dal Papa Pio IX. Forse gli abitanti dei quattordici staterelli italiani non sentivano ancora l'italianità e rimanevano acquiescenti e benevoli nei confronti dei loro governi assolutistici e paternalistici. Fu anche questa la causa del fallimento delle 5 giornate milanesi del 1848 nonostante l’intervento in guerra contro l’Austria del regno sardo-piemontese, anch’esso sconfitto. In tale occasione rifulse il coraggio e l’onore del nuovo giovane re di Sardegna Vittorio Emanuele II che, pur sconfitto mantenne in vigore lo statuto, già concesso da suo padre Carlo Alberto nel 1848, non piegandosi alle lusinghe e alle minacce del vincitore, il maresciallo austriaco Radetzky.
3) Diplomatizzazione del Risorgimento
Per le sorti dell'Italia, è considerato con favore l'affidamento del governo Sardo-Piemontese al liberale Camillo Benso Conte di Cavour, il quale , bandendo ogni illusione romantica, diplomatizzò il Risorgimento, ricorrendo all'alleanza con la Francia di Napoleone III. Questi intervenne in favore dei piemontesi in occasione della II Guerra di Indipendenza nel 1859 , che, però, fu inaspettatamente interrotta con i preliminari di Villafranca intervenuti fra gli imperatori Napoleone III e Francesco Giuseppe D'Asburgo. A seguito di tali accordi, a Vittorio Emanuele II di Savoia fu ceduta la Lombardia , ma non il Veneto così com'era previsto degli accordi di Plombiers del 1858, anche se non fu impedita l'annessione della Toscana.
4) L'epopea Garibaldina
Va, però, detto che in Italia lo spirito liberale risorgimentale era sempre vivo come dimostrarono i molti volontari che si posero al comando di Garibaldi nella seconda guerra del 1859 , e bastò una piccola scintilla scoppiata a Palermo nel 1860 perché si raccogliessero attorno all'eroe dei due mondi mille uomini provenienti da ogni regione italiana, che, con la loro epopea , salvarono l'onore d'Italia. Con straordinario ardimento, essi Sbarcarono in Sicilia a Marsala l' 11 maggio 1860 e affrontarono il potente esercito del regno Borbonico. Fu con la fede di queste mille uomini, a cui si aggiunsero subito centinaia e centinaia di "picciotti" siciliani, che Giuseppe Garibaldi , condottiero intrepido e geniale, conseguì le vittorie di Calatafimi, Palermo e Milazzo e in breve liberò la Sicilia dai Borboni e , attraversato lo Stretto di Messina , fece la sua marcia trionfale fino a Napoli.Ma prima che Garibaldi giungesse a Napoli , da nord partì l'esercito regio con alla testa il re Vittorio Emanuele II, il quale incontrò Garibaldi a Teano vicino Napoli. Si trovarono così di fronte due eserciti: il garibaldino e il regio. La situazione avrebbe potuto degenerare in una guerra civile ma Garibaldi amava l'Italia e , non mirando ad alcun potere personale, umilmente consegnò il regno conquistato a Vittorio Emanuele II e , novello Cincinnato , senza alcuna ricompensa , si ritirò nell'isola di Caprera.
5) La proclamazione del regno d'Italia e l'annessione dell'Italia meridionale
Proclamato il regno d'Italia il 17 marzo 1861, non posso non evidenziare che il nuovo regno nacque con il "peccato di origine" di considerare l'annessione dei nuovi popoli, non come fusione, ma come conquista, il nuovo governo Italiano, anziché, come sosteneva il grande patriota Giuseppe Mazzini, procedere alla elezione di una Costituente che fosse espressione della volontà dell’intero popolo italiano, estese tutte le leggi del regno sardo compresa la costituzione Albertina, non tenendo in nessun conto le condizioni, i bisogni e gli interessi delle nuove popolazioni.
6) Il Brigantaggio Meridionale e la povertà e l'analfabetismo delle popolazioni meridionali
Non tutti i meridionali si piegarono alla sottomissione e alle angherie fatte dagli occupanti. Ma fu sempre una sparuta schiera di uomini coraggiosi che si diede alla macchia e con la guerriglia, diede filo da torcere al numeroso esercito Sabaudo che dovette combattere per tre anni e subire gravi perdite dal cosiddetto "Brigantaggio Meridionale".
Da allora è nata la Questione Meridionale che ancora oggi è viva e meno che mai risolta. Non mancarono durante 150 anni di storia uomini di governo siciliani e meridionali che nulla o poco fecero per sollevare le popolazioni dalla miseria e dall'analfabetismo in cui tutta l'Italia Meridionale si era ridotta anche a causa dell’ annientamento delle poche industrie esistenti ad opera della concorrenza della più consolidata industria del Nord. Per altro , va detto che, questi uomini di governo non solo non operarono per sollevare le sorti del Sud, ma intervennero militarmente per soffocare sporadici moti contadini , come avvenne nel 1893-94 per la soppressione dei fasci siciliani dei lavoratori, soffocati manu militari , per volontà del capo di governo di allora , il siciliano Francesco Crispi. Il generale analfabetismo e la conseguente ignoranza dominante non consentirono alle popolazioni di uscire dallo spirito di quiescenza e di sottomissione non solo alle autorità ufficiali ma anche alle organizzazioni malavitose profondamente radicate, come, ad esempio, la mafia in Sicilia. In questo senso fu deleteria la collusione tra la politica e associazioni malavitose che nel proprio interesse sostenevano elettoralmente gli uomini politici. Lo stesso Giovanni Giolitti, prima ministro degli interni e dal 1903 al 1914 capo del governo, per molti versi benemerito, fu dichiarato dallo storico Salvamini, “ministro della malavita” , per la collusione e l’appoggio elettorale ricevuto dalla Camorra napoletana.
7) Disorientamento politico dopo la caduta del fascismo
La dittatura fascista , dal 1922 al 1943 , sembrò aver ravvivato lo spirito che più che nazionale fu nazionalistico e fu una parvenza il rafforzamento dell’unità nazionale. Infatti, rimasero immutate le condizioni delle popolazioni meridionali, come pure rimase immutato il divario economico e sociale tra Nord e Sud .
8)L’avvento della democrazia e la proclamazione della Repubblica
La caduta del fascismo e il ripristino della democrazia in Italia consentì al popolo Italiano ,il referendum popolare del 2 giugno 1946 con il quale si proclamò la Repubblica Italiana. Comunque, nel generale disorientamento politico, superato tra l’altro con l’applicazione della Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948, ci fu anche chi ebbe l'idea di distaccare la Sicilia dall'Italia e di unirla agli Stati Uniti come loro 51° stella. Fortunatamente quest'idea della mafia non ebbe un seguito. Come non ebbe un seguito il movimento indipendentistico siciliano risolto con la concessione alla Sicilia di uno statuto speciale ancora in vigore.
Purtroppo , i vecchi problemi rimasero irrisolti e possiamo dire che si aggravò ancor di più il divario tra il Nord ricco e il Sud povero.
Negli anni’60 vi fu una forte immigrazione di meridionali verso il nord, dove trovarono proficuo lavoro nelle diverse industrie. Ma fu questa anche l’occasione per mettere in maggior risalto il trattamento non equo riservato a questi meridionali dalle popolazioni locali, considerati quasi come extracomunitari.
In questi ultimi decenni, questo atteggiamento discriminatorio, fu ulteriormente incrementato dalla costituzione della Lega del Nord che aveva come programma la costituzione dello stato padano che avrebbe rotto, a 150 anni di distanza l’unità nazionale. Fortunatamente , questo programma, nonostante le spettacolari manifestazioni organizzate dalla Lega per legittimare le sue aspirazioni, fallirono per opposizione dell’opinione pubblica italiana , compresa quella di molti cittadini del Nord.
Comunque , pur abbandonando le rumorose manifestazioni, vuote di consistenza realistica, la lega non ha abbandonato la sua aspirazione che sta cercando di realizzare sotto altre forme meno irruente ma che, con il tempo dovrebbero pervenire allo scopo ultimo del programma.
9) Vogliamo essere italiani unitari
Però possiamo notare che , anche per l’atteggiamento del Presidente della Repubblica , convinto unitario, lo spirito di unità si sia ulteriormente rafforzato e la stragrande maggioranza degli italiani considerano aberrante l’idea di una scissione nazionale.
In questo senso , soprattutto il Governo si deve impegnare a eliminare il divario tra Nord e Sud, a eliminare l’influenza spesso determinante dell’ingerenze delle associazioni malavitose negli affari pubblici, lasciar lavorare i cittadini con tranquillità e senza soprusi, favorendo così lo sviluppo sociale e economico del paese.
Ciò confermerà ancor di più che il popolo italiano continuerà ad amare l’Italia tutta per la sua lingua che caratterizza capolavori letterari, artistici e poetici; per il suo inno nazionale che ricorda le imprese risorgimentali; per la sua bandiera che sempre, ma soprattutto durante le due ultime guerre mondiali fu di grande conforto e di sostegno ai valorosi giovani italiani che combatterono e sacrificarono la vita per la libertà e per la riaffermata indipendenza unitaria della patria.
In un grembo vennero concepiti due gemelli.
Passavano le settimane e i bambini crescevano. Nella misura in cui cresceva la loro
coscienza, aumentava la gioia:
«Dì, non è fantastico che siamo stati concepiti? Non è meraviglioso che viviamo?».
I gemelli iniziarono a scoprire il loro mondo. Quando scoprirono il cordone ombelicale
che li legava alla madre dando loro nutrimento, cantarono di gioia:
«Quanto grande è l'amore di nostra madre che divide con noi la sua stessa vita!».
A mano a mano che le settimane passavano, però, trasformandosi poi in mesi, notarono
improvvisamente come erano cambiati.
«Che cosa significa?» chiese uno.
«Significa» rispose l'altro
«che il nostro soggiorno in questo mondo presto volgerà alla fine».
«Ma io non voglio andarmene» ribatté il primo «vorrei restare qui per sempre».
«Non abbiamo scelta» replicò l'altro «ma forse c'è una vita dopo la nascita!».
«E come può essere» domandò il primo, dubbioso
«perderemo il nostro cordone di vita e come faremo a vivere senza di esso? E per
di più altri prima di noi hanno lasciato questo grembo e nessuno di loro è tornato
a direi che c'è una vita dopo la nascita. No, la nascita è la fine!».
Così uno di loro cadde in un profondo affanno e disse:
«Se il concepimento termina con la nascita, che senso ha la vita nell'utero? È assurda.
Magari non esiste nessuna madre dietro tutto ciò».
«Ma deve esistere» protestò l'altro
«altrimenti come avremmo fatto a entrare qua dentro? E come faremmo a sopravvivere?».
«Hai mai visto nostra madre?» domandò l'uno
«Magari vive soltanto nella nostra immaginazione. Ce la siamo inventata, perché così
possiamo comprendere meglio la nostra esistenza».
E così gli ultimi giorni nel grembo della madre furono pieni di mille domande e di
grande paura.
Infine, venne il momento della nascita.
Quando i gemelli ebbero lasciato il loro mondo, aprirono gli occhi.
Gridarono.
Ciò che videro superava i loro sogni più arditi.
UN GIORNO FINALMENTE NASCEREMO...
Autore: sconosciuto
Semplice ma estremamente reale, questo racconto ci porta a riflettere su un evento che tutti noi abbiamo dovuto affrontare: la nascita. Un momento carico di mille significati,
angosce, paure e aspettative. Un passaggio necessario e doloroso, una morte che ci rende liberi e vivi.
Fin dal momento del concepimento l'utero ci accoglie fornendoci l'ambiente entro il quale possiamo crescere. Ci nutre, garantisce la nostra sopravvivenza, ci permette di respirare e di sperimentare le prime esperienze vitali. Il tempo della gestazione, oltre ad essere fondamentale a livello fisico per l'essere che viene dato alla luce, rappresenta anche il tempo in cui si realizzano le prime interazioni fra il nascituro, la mamma e l'ambiente esterno. E' proprio nella pancia di Nostra madre, infatti, che abbiamo cominciato a scoprire le prime sensazioni, esplorando, ascoltando e assaporando quel mondo magico che ci circonda. Un mondo fatto di suoni e odori quasi impercettibili che ci invitano a conoscere. Molti studi rivelano con certezza che A
partire dai cinque-sei mesi di vita il feto è già in grado di utilizzare tutti i suoi sensi. Giocare col cordone ombellicale, scalciare, fare le capriole, sono i primi movimenti che il feto compie autonomamente. E poi arriva il momento di uscire dal guscio che ci teneva protetti, rompendo quel sacro legame col cordone ombellicale per affrontare la vita. Una vita imperfetta che ci regalerà mille frustrazioni, sofferenze dolori... e che allo stesso tempo ci arricchirà di esperienze meravigliose calandoci a tutti gli effetti in quella dimensione di essere umano così sfaccettata e piena di contraddizioni.
A questo punto vi starete probabilmente chiedendo come mai abbia scelto di dedicare questo nostro spazio esclusivamente femminile ad un tema che riguarda uomini e donne indistintamente. Anzi, se volessimo essere più precisi dovremmo dire che riguarda l'universo intero perchè ogni cosa vivente sperimenta il magico momento della nascita. Anche gli alberi, i fiori, le piante e tutti gli animali si nutrono di emozioni proprio come noi e lo esprimono in un linguaggio che è totalmente diverso dal nostro. Nei prossimi numeri ci soffermeremo anche su questi aspetti, analizzando il profondo legame che spesso si crea tra la natura e l'universo femminile. Adesso torniamo a concentrarci sui significati che evoca il concetto di nascita per noi esseri umani. Significati influenzati in gran parte dalla storia culturale in cui si situa l'individuo che viene dato alla luce. A questo proposito, sono evidenti le difficoltà incontrate dalle donne in determinate epoche storiche e contesti culturali (basti ricordare il lungo cammino compiuto dal movimento femminista per cercare di affermarsi socialmente ed economicamente, conquistando a fatica una superiorità riservata soltanto al genere maschile). Ancora oggi in vari paesi del mondo nascere donna può rappresentare una maledizione (Africa, Cina, India etc'). Sono terrificanti le storie di queste donne che richiamano le persecuzioni e le condanne subite dalle streghe nel Medioevo: i poteri femminili tanto aprezzati e valorizzati nelle società matriarcali antiche venivano considerati spaventosi e inaccettabili.
Attualmente nella maggior parte dei paesi del mondo molte cose sono cambiate e le donne vengono di solito trattate al pari degli uomini, in una società neutra che valorizza il singolo individuo al di là dell'identità di genere. Questi nuovi ruoli rivestono molti significati sia positivi che negativi sui quali non possiamo soffermarci in questo numero. Consideriamo invece l'altro aspetto del dascere: il senso materno radicato in noi donne fin dall'inizio dei tempi che ci porta a vivere qualsiasi nascita in modo più intenso. Non sto parlando solo di coloro che scelgono di diventare madri, ma di tutto l'universo femminile. Al di là della nostra nascita che ovviamente non possiamo ricordare, pur essendo impressa nella nostra memoria inconscia, sappiamo bene che nostra madre ha partecipato con noi a questo evento, guidandoci con amore ad intraprendere quel tortuoso percorso verso un nuovo mondo. Un vortice naturale che lentamente ci ha spinti verso l'uscita, costringendoci ad abbandonare quella perfezione alla quale eravamo abituati per saltare verso l'ignoto. Una sofferenza che abbiamo condiviso proprio con nostra madre. Colei che, in quanto donna, ci ha dato alla luce e ci ha permesso di vivere, accogliendoci fra le sue braccia amorevoli. Ed è anche per questo che, al di là del rapporto specifico che possiamo aver costruito con la sua figura nel corso della vita, la sua presenza rimarrà per sempre nel nostro cuore. La donna che ci ha generati e che dopo averci ospitati nel suo grembo per nove mesi, ha continuato ad accudirci costantemente finchè non siamo stati in grado di sopperire da soli alla nostra sopravvivenza fisica. Non parliamo poi di quella psicologica, ancora più importante e delicata. Per tutti questi motivi credo che la donna sia strettamente legata al concetto di nascita, proprio perchè è lei che ha il potere di far nascere la vita. CON queste considerazioni
non intendo assolutamente sminuire la figura dell'uomo che rappresenta una presenza indispensabile per rompere il legame simbiotico fra madre e neonato, aiutando il bambino a costruire le prime relazioni fondamentali con l'ambiente esterno. Il potere di generare della donna resta comunque in primo piano e le attribuisce un valore universale che va al di là della specifica esperienza di essere madri.
Vorrei concludere questa breve riflessione sulla nascita con una bellissima poesia scritta da una donna che ha sofferto molto e che, forse proprio a causa della sofferenza affrontata, riesce a dare della vita un'immagine estremamente toccante e vera.
La vita è un'opportunità: accoglila.
E' bellezza: ammirala.
E' gratitudine: assaporala.
E' un sogno: fanne una realtà.
E' una sfida: affrontala.
E' un dovere: compilo.
E' un gioco: giocalo.
E' preziosa: custodiscila.
E' ricchezza: conservala.
E' amore: godine.
E' mistero: scoprilo.
E' promessa: adempila.
E' tristezza: superala.
E' un inno: cantalo.
E' lotta: accettala.
E' Croce: accettala.
E' Croce: abbracciala.
E' un'avventura: rischiala.
E' felice: meritala.
La vita è vita: difendila!
Madre Teresa di Calcutta